“La traccia su Verga è una scelta letteraria e etica verso i vinti”

AGI – “È stata certamente una scelta doverosa per via del centenario ma che può anche essere intesa anche come una scelta etica”: Antonio Di Grado, docente fino a due anni fa di Letteratura italiana all’Università di Catania, saggista, critico e direttore letterario della Fondazione Sciascia, indica una “ragione morale” nella scelta della traccia su Verga e la novella ‘Nedda’ data agli studenti impegnati negli esami di maturità.
“Ogni volta che si è tornati a Verga – spiega Di Grado – lo si è fatto per un bisogno di tornare a una letteratura realistica, che denunzi le ferite della società, degli umili, dei vinti. Il senso di questi ritorni è stato sempre questo: letterario e civile”. Giovanni Verga, di cui ricorre quest’anno il centenario della morte, è “tra gli autori fondamentali della nostra letteratura, e lo è il suo piu’ grande allievo, che amo particolarmente: Federico De Roberto, come tutti i migliori allievi, anche infedele”.
Nel dare la traccia agli studenti, il ministero dell’Istruzione ha sottolineato come Nedda sia “la prima di quelle dolenti figure di ‘vinti’ che Verga ritrarrà nei suoi romanzi”. Nedda ama Janu, un giovane contadino che ha contratto la malaria. Quando Nedda resta incinta, Janu promette di sposarla poi, nonostante sia indebolito per la febbre, si reca per la rimondatura degli ulivi a Mascalucia dove è vittima di un incidente sul lavoro.
Verga, dopo aver descritto vita di Nedda, narra della morte di Janu e della nascita della loro figlia, che a sua volta morirà di stenti. La novella, spiega ancora Di Grado, segnala “la transizione” del Verga “dai salotti al momento in cui lo scrittore siciliano si affaccia al mondo dei vinti”. “Ci si sarebbe aspettati – prosegue il critico Di Grado – tracce relative ai Malavoglia, a Rosso Malpelo, ma qui la scelta è stata insolita: la novella comincia in un salotto borghese, con la contemplazione dei ceppi nel camino, e attraverso una sorta di dissolvenza cinematografica si giunge ai falò dell’aia nella fattoria in cui c’è Nedda. È il momento di passaggio dal Verga salottiero al ciclo dei Vinti”, al racconto di “una civiltà contadina che muore, aggredita dal capitalismo e dalla modernizzazione”. 

AGI – “È stata certamente una scelta doverosa per via del centenario ma che può anche essere intesa anche come una scelta etica”: Antonio Di Grado, docente fino a due anni fa di Letteratura italiana all’Università di Catania, saggista, critico e direttore letterario della Fondazione Sciascia, indica una “ragione morale” nella scelta della traccia su Verga e la novella ‘Nedda’ data agli studenti impegnati negli esami di maturità.

“Ogni volta che si è tornati a Verga – spiega Di Grado – lo si è fatto per un bisogno di tornare a una letteratura realistica, che denunzi le ferite della società, degli umili, dei vinti. Il senso di questi ritorni è stato sempre questo: letterario e civile“. Giovanni Verga, di cui ricorre quest’anno il centenario della morte, è “tra gli autori fondamentali della nostra letteratura, e lo è il suo piu’ grande allievo, che amo particolarmente: Federico De Roberto, come tutti i migliori allievi, anche infedele”.

Nel dare la traccia agli studenti, il ministero dell’Istruzione ha sottolineato come Nedda sia “la prima di quelle dolenti figure di ‘vinti’ che Verga ritrarrà nei suoi romanzi”. Nedda ama Janu, un giovane contadino che ha contratto la malaria. Quando Nedda resta incinta, Janu promette di sposarla poi, nonostante sia indebolito per la febbre, si reca per la rimondatura degli ulivi a Mascalucia dove è vittima di un incidente sul lavoro.

Verga, dopo aver descritto vita di Nedda, narra della morte di Janu e della nascita della loro figlia, che a sua volta morirà di stenti. La novella, spiega ancora Di Grado, segnala “la transizione” del Verga “dai salotti al momento in cui lo scrittore siciliano si affaccia al mondo dei vinti”. “Ci si sarebbe aspettati – prosegue il critico Di Grado – tracce relative ai Malavoglia, a Rosso Malpelo, ma qui la scelta è stata insolita: la novella comincia in un salotto borghese, con la contemplazione dei ceppi nel camino, e attraverso una sorta di dissolvenza cinematografica si giunge ai falò dell’aia nella fattoria in cui c’è Nedda. È il momento di passaggio dal Verga salottiero al ciclo dei Vinti”, al racconto di “una civiltà contadina che muore, aggredita dal capitalismo e dalla modernizzazione”. 

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