Meloni, Salvini e gli ultimi nodi da sciogliere per compattare il centrodestra

AGI – Dovrà essere un governo coeso, forte, inappuntabile è il ‘refrain’ di Fratelli d’Italia con la Meloni che ha fatto partire la sua corsa per Palazzo Chigi intervendo alla direzione del partito per assicurare che “siamo pronti”. Come verranno distribuiti i ruoli, qualora il centrodestra dovesse vincere le elezioni, sarà l’ultimo dei nodi da sciogliere al tavolo, ma intanto anche Salvini si scopre, “mi piacerebbe che il centrodestra come squadra alcuni ministri, i piu’ importanti, li presentasse agli italiani prima del voto e dicesse che se vinciamo il ministro dell’Economia, degli Esteri, della Giustizia saranno lui o lei. È il bello di una squadra”.
La Lega mira a un esecutivo politico, senza in ogni caso escludere la possibilità di ricorrere alla società civile; anche Berlusconi – riferisce un ‘big’ azzurro – ha già in mente le personalità da indicare, mentre la Meloni punterebbe – osserva una fonte parlamentare di Fdi – a un esecutivo non solo politico ma con figure inattaccabili dal punto di vista della competenza. L’esempio è quello del giudice Nordio.
Al momento in ogni caso la discussione è su altro. Sulla ripartizione dei collegi lo schema è stato chiuso, 98 a Fdi, 70 alla Lega, 42 a FI e 11 ai centristi. Fratelli d’Italia si è fatta carico di Noi con l’Italia, Forza Italia potrebbe fare altrettanto con l’Udc ma solo se il partito dello scudocrociato non dovesse presentare il simbolo (da qui il malessere).
E poi c’è Toti che presentando domani ‘Italia al centro’ dovrebbe rientrare a tutti gli effetti nel centrodestra. All’ultimo vertice non è stato neanche invitato ma la difficoltà a creare un polo indipendente di centro di area draghiana e con la prospettiva che queste elezioni alla fine saranno ‘giocate’ di fatto da due schieramenti contrapposti (da qui il timore crescente nel Movimento 5 stelle di finire schiacciati) avrebbero convinto il governatore della Liguria a non abbandonare il ‘perimetro’, anche grazie alle interlocuzioni con Salvini e Meloni, più che con FI che resta fredda.
Il ‘ritorno’ di Toti – dopo le polemiche con il partito azzurro e lo scontro legato alle accuse lanciate dopo la decisione del centrodestra di governo di non votare la fiducia all’esecutivo Draghi – è legato non solo a motivi elettorali. Perchè nel centrodestra c’è il convincimento che, allargando il più possibile il campo, si possa scongiurare qualsiasi ipotesi di sconfitta di misura come è successo in passato.
E per quanto riguarda Toti la ‘chiusura’ del forno con il centrosinistra darebbe stabilità all’esecutivo della regione, considerato che – osserva una fonte parlamentare – in caso di un’alleanza di centro sarebbe venuto a mancare il sostegno di diversi assessori.
Dunque l’intesa nel centrodestra regge, al netto delle fibrillazioni per il malessere di Udc e dello scontro che si aprirà sui collegi sicuri. Al vertice c’è stato un momento di confronto acceso quando Berlusconi ha insistito sull’idea di far sì che il candidato premier venisse indicato da un’assemblea degli eletti e non dagli elettori.
“Allora discutiamo del numero dei parlamentari, noi non vorremmo farlo…”, è stata la risposta di Fratelli d’Italia che ha fatto un passo indietro rispetto alla quota del 50% chiesta inizialmente in base ai sondaggi. Ora il criterio successivo sarà su base regionale: ovvero i singoli partiti dovranno esaminare i dati a livello locale e sulla base di quelli decidere i posti, con la Lega, per esempio, che quindi dovrebbe avere più spazio al nord.
La battaglia è sulle candidature
In Transatlantico si è formato un capannello attorno a Tajani per capire quali criteri utilizzerà la coalizione. Ci sarà, prima del vertice di martedì prossimo, un tavolo tecnico per mettere in pratica l’algoritmo adottato. E un altro tavolo (lunedì) si terrà sul programma (per la Lega saranno presenti i senatori Romeo e Siri) con Fratelli d’Italia che, osserva una fonte, chiederà che ogni punto del programma sia finanziariamente sostenibile.
Probabile che il confronto (entro la fine della prossima settimana si cercherà di chiudere un documento comune) avverrà soprattutto su alcuni temi come il presidenzialismo (a spingere sono soprattutto Fdi e FI) e l’autonomia (su pressing della Lega). Nel frattempo il leader di Fdi Meloni oggi alla direzione del partito ha voluto inviare alcuni segnali rassicuranti. 
Al di là delle polemiche sul rapporto Lega-Russia (Salvini ha bollato come fake news indiscrezioni pubblicate sulla ‘Stampà) la Meloni ha ribadito quale sarà la collocazione del Paese qualora dovesse andare al governo: “Saremo garanti, senza ambiguità, della collocazione italiana e dell’assoluto sostegno all’eroica battaglia del popolo ucraino. Posso dire che un’Italia guidata da Fdi e dal centrodestra sarà un Italia affidabile sui tavoli internazionali”.
L’obiettivo è far emergere sempre di più il volto responsabile del partito e rigettare ancora una volta la tesi di un allarme al di fuori dei confini nazionali qualora Fdi andasse al governo. Ecco perchè, oltre al messaggio – “da vero leader della coalizione”, osserva un ‘big’ Fdi – ‘inviato’ a Letta (“Ha detto che l’Italia dovrà scegliere tra lui e noi. è vero.
Quando la storia chiama bisogna rispondere e noi non ci siamo mai tirati indietro”), il presidente di Fdi ha voluto rivolgersi pure ai suoi: “Se qualcuno pensa di poter, sotto le nostre insegne, avere comportamenti che consentono alla sinistra di dipingerci come nostalgici da operetta quando noi stiamo costruendo un grande partito conservatore, sappia – ha osservato – che ha sbagliato casa e che lo tratteremo come merita: un traditore della nostra causa”.
La tesi è che Fdi ha una classe dirigente in grado di governare e che non saranno permessi passi falsi. Neanche da parte degli alleati: “Serve un’alleanza solida. Si vince e si perde insieme. In questa campagna elettorale non ci dovrà essere alcuna polemica. Le polemiche aiutano gli avversari e noi non vogliamo concedere neanche un millimetro”.
E poi c’è la rivendicazione del percorso compiuto in questa legislatura, sempre dalle fila dell’opposizione: “Abbiamo scelto sempre la strada piu’ difficile, senza accettare scorciatoie e senza ammiccare al pensiero unico”.

AGI – Dovrà essere un governo coeso, forte, inappuntabile è il ‘refrain’ di Fratelli d’Italia con la Meloni che ha fatto partire la sua corsa per Palazzo Chigi intervendo alla direzione del partito per assicurare che “siamo pronti”. Come verranno distribuiti i ruoli, qualora il centrodestra dovesse vincere le elezioni, sarà l’ultimo dei nodi da sciogliere al tavolo, ma intanto anche Salvini si scopre, “mi piacerebbe che il centrodestra come squadra alcuni ministri, i piu’ importanti, li presentasse agli italiani prima del voto e dicesse che se vinciamo il ministro dell’Economia, degli Esteri, della Giustizia saranno lui o lei. È il bello di una squadra“.

La Lega mira a un esecutivo politico, senza in ogni caso escludere la possibilità di ricorrere alla società civile; anche Berlusconi – riferisce un ‘big’ azzurro – ha già in mente le personalità da indicare, mentre la Meloni punterebbe – osserva una fonte parlamentare di Fdi – a un esecutivo non solo politico ma con figure inattaccabili dal punto di vista della competenza. L’esempio è quello del giudice Nordio.

Al momento in ogni caso la discussione è su altro. Sulla ripartizione dei collegi lo schema è stato chiuso, 98 a Fdi, 70 alla Lega, 42 a FI e 11 ai centristi. Fratelli d’Italia si è fatta carico di Noi con l’Italia, Forza Italia potrebbe fare altrettanto con l’Udc ma solo se il partito dello scudocrociato non dovesse presentare il simbolo (da qui il malessere).

E poi c’è Toti che presentando domani ‘Italia al centro’ dovrebbe rientrare a tutti gli effetti nel centrodestra. All’ultimo vertice non è stato neanche invitato ma la difficoltà a creare un polo indipendente di centro di area draghiana e con la prospettiva che queste elezioni alla fine saranno ‘giocate’ di fatto da due schieramenti contrapposti (da qui il timore crescente nel Movimento 5 stelle di finire schiacciati) avrebbero convinto il governatore della Liguria a non abbandonare il ‘perimetro’, anche grazie alle interlocuzioni con Salvini e Meloni, più che con FI che resta fredda.

Il ‘ritorno’ di Toti – dopo le polemiche con il partito azzurro e lo scontro legato alle accuse lanciate dopo la decisione del centrodestra di governo di non votare la fiducia all’esecutivo Draghi – è legato non solo a motivi elettorali. Perchè nel centrodestra c’è il convincimento che, allargando il più possibile il campo, si possa scongiurare qualsiasi ipotesi di sconfitta di misura come è successo in passato.

E per quanto riguarda Toti la ‘chiusura’ del forno con il centrosinistra darebbe stabilità all’esecutivo della regione, considerato che – osserva una fonte parlamentare – in caso di un’alleanza di centro sarebbe venuto a mancare il sostegno di diversi assessori.

Dunque l’intesa nel centrodestra regge, al netto delle fibrillazioni per il malessere di Udc e dello scontro che si aprirà sui collegi sicuri. Al vertice c’è stato un momento di confronto acceso quando Berlusconi ha insistito sull’idea di far sì che il candidato premier venisse indicato da un’assemblea degli eletti e non dagli elettori.

“Allora discutiamo del numero dei parlamentari, noi non vorremmo farlo…”, è stata la risposta di Fratelli d’Italia che ha fatto un passo indietro rispetto alla quota del 50% chiesta inizialmente in base ai sondaggi. Ora il criterio successivo sarà su base regionale: ovvero i singoli partiti dovranno esaminare i dati a livello locale e sulla base di quelli decidere i posti, con la Lega, per esempio, che quindi dovrebbe avere più spazio al nord.

La battaglia è sulle candidature

In Transatlantico si è formato un capannello attorno a Tajani per capire quali criteri utilizzerà la coalizione. Ci sarà, prima del vertice di martedì prossimo, un tavolo tecnico per mettere in pratica l’algoritmo adottato. E un altro tavolo (lunedì) si terrà sul programma (per la Lega saranno presenti i senatori Romeo e Siri) con Fratelli d’Italia che, osserva una fonte, chiederà che ogni punto del programma sia finanziariamente sostenibile.

Probabile che il confronto (entro la fine della prossima settimana si cercherà di chiudere un documento comune) avverrà soprattutto su alcuni temi come il presidenzialismo (a spingere sono soprattutto Fdi e FI) e l’autonomia (su pressing della Lega). Nel frattempo il leader di Fdi Meloni oggi alla direzione del partito ha voluto inviare alcuni segnali rassicuranti. 

Al di là delle polemiche sul rapporto Lega-Russia (Salvini ha bollato come fake news indiscrezioni pubblicate sulla ‘Stampà) la Meloni ha ribadito quale sarà la collocazione del Paese qualora dovesse andare al governo: “Saremo garanti, senza ambiguità, della collocazione italiana e dell’assoluto sostegno all’eroica battaglia del popolo ucraino. Posso dire che un’Italia guidata da Fdi e dal centrodestra sarà un Italia affidabile sui tavoli internazionali”.

L’obiettivo è far emergere sempre di più il volto responsabile del partito e rigettare ancora una volta la tesi di un allarme al di fuori dei confini nazionali qualora Fdi andasse al governo. Ecco perchè, oltre al messaggio – “da vero leader della coalizione”, osserva un ‘big’ Fdi – ‘inviato’ a Letta (“Ha detto che l’Italia dovrà scegliere tra lui e noi. è vero.

Quando la storia chiama bisogna rispondere e noi non ci siamo mai tirati indietro”), il presidente di Fdi ha voluto rivolgersi pure ai suoi: “Se qualcuno pensa di poter, sotto le nostre insegne, avere comportamenti che consentono alla sinistra di dipingerci come nostalgici da operetta quando noi stiamo costruendo un grande partito conservatore, sappia – ha osservato – che ha sbagliato casa e che lo tratteremo come merita: un traditore della nostra causa”.

La tesi è che Fdi ha una classe dirigente in grado di governare e che non saranno permessi passi falsi. Neanche da parte degli alleati: “Serve un’alleanza solida. Si vince e si perde insieme. In questa campagna elettorale non ci dovrà essere alcuna polemica. Le polemiche aiutano gli avversari e noi non vogliamo concedere neanche un millimetro”.

E poi c’è la rivendicazione del percorso compiuto in questa legislatura, sempre dalle fila dell’opposizione: “Abbiamo scelto sempre la strada piu’ difficile, senza accettare scorciatoie e senza ammiccare al pensiero unico”.

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