Un libro per l’estate? Le 35 proposte dei giornalisti dell’Agi

AGI – Quest’anno leggo almeno un libro durante le ferie, se riesco due, sto meno col cellulare in mano, promesso. Il proposito è sempre lo stesso, tutte le estati. Romanzi, saggi, poesie, in formato cartaceo o digitale non importa, almeno un libro in valigia va messo con convinzione e fiducia. Ovviamente la migliore intenzione vale anche per chi resta in città, e magari avrà più tempo libero e meno lavoro da sbrigare.
Agosto è il momento giusto per recuperare il tempo perso durante il frenetico inverno e leggere non più solo mail o messaggi Whatsapp. Ecco allora alcune ‘proposte’ di lettura messe insieme dai giornalisti dell’Agi. Libri non per forza di recente uscita o vincitori di premi letterari, ma titoli che hanno lasciato un segno e meritano una segnalazione.
 
No dream. Una mappa (mentale) dell’America verso il Midterm – King, Miller, Fang Fang, Mc Carthy, Melville, Auster
L’Italia è avvolta nella bolla della campagna balneare, è tutto un al voto! al voto! e, ça va sans dire, siamo soli nell’universo, tutto il resto del mondo “ce rimbarza”, esiste solo l’Italia divisa in micro-sultanati dove i cacicchi apparecchiano il consenso. Eppur si muove, quel mondo, soprattutto l’America che tra qualche settimana farà rombare più forte il motore della sua campagna elettorale, quella del voto di mid-term (8 novembre), il preludio di America 2024, il rally per la Casa Bianca. 
Per sapere, per capire cosa sta accadendo in America la cronaca non basta. Bisogna viaggiare, fare l’esperienza dell’immenso spazio che è ranch e grattacielo. Studiare, cavalcare e volare, leggere. Seguire la mappa del romanzo, le premonizioni della scrittura, fari nel buio.
L’America a mano armata, la cronaca di ogni giorno, la sventagliata automatica, l’immagine di un luogo sospeso nell’incubo di un eterno regolamento di conti. L’America incastrata nel saloon, sulla via polverosa di Tombstone, con la Bibbia, la forca e la Colt a regolare il conto tra vita e morte. 
Flashback, Charlottsville, 12 agosto 2017, cinque anni fa, un’auto s’abbatte sulla folla, la corsa feroce di un oggetto che sembra uscito da una sceneggiatura dell’orrore, la prima pagina del Daily Progress, nella memoria si fa largo ‘Christine, la macchina infernale’, il libro di Stephen King, il film di John Carpenter. È l’indagine nell’incubo letterario che svela la distopia della mente americana, il trauma.
L’America è smarrita nella fine dell’innocenza, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Dallas, 22 novembre 1963. Ancora lui, Stephen King, un libro, una data sul calendario: 11/22/63. Un viaggio nel tempo, un ultimo tiro di dadi sul tavolo verde  della storia che squaderna i suoi (im)possibili finali alternativi, stratagemmi letterari, giochi d’illusionismo. King riscrive la storia dell’assassinio di JFK, catapulta ipotesi, epiloghi, un salto spazio-temporale che serve a modificare la storia: impedire l’uccisione di Kennedy a Dallas. Siamo tra l’alba e il tramonto, nell’ombra e nella folgore di William Blake, nella terra desolata (T.S. Eliot) dove risuona il “This is the end / Beautiful friend / This is the end / My only friend, the end” cantato da Jim Morrison. Addio, innocenza. Arrivederci, America.
Jake Epping è un professore che abita a Lisbon Falls, nel Maine, e fa una scoperta sconvolgente: nella tavola calda del suo amico Al c’è un passaggio – la “Tana del Bianconiglio” – che conduce in un altro tempo, nel passato, anno 1958. Cinque anni prima quell’attimo in cui Lee Oswald preme il grilletto del suo fucile di precisione, 11/22/63. Eccola, la grande opportunità per cambiare la storia. Salvare Kennedy. Deviare il treno del tempo, metterlo su un altro binario e vedere che succede. Jake e il suo amico Al Templeton si cimentano nell’impresa. Si può cambiare la storia? A voi la scoperta. Nelle pagine di King sibila il serpente di Nietzsche, il tema dell’eterno ritorno. Che viaggio. 
Interrogarsi sul presente significa mettere insieme le tessere del mosaico, spesso brillano nei luoghi meno frequentati: i libri, la poesia appartata in angoli sempre più remoti delle librerie, il cinema con le sue visioni e premonizioni. 
L’America raccontata, vissuta, il prossimo viaggio, tra le palme di Ocean Drive e i campi petroliferi del Texas, i mantelli di girasoli dell’Ohio e le torri di New York, lo Studio Ovale, l’Air Force One, il Presidente. Quanto immaginario sversato, tracimazioni, righe e pixel di storia e futuro. È quello che Henry Miller chiamò ‘L’incubo ad aria condizionata’, un American Dream sfiammato, un bruciatore di sogni, quello dove “i ciechi guidano i ciechi. È il sistema democratico”. 
Pensavamo di aver visto tutto l’incubo (e noi non abbiamo visto niente, il campo di battaglia dell’umanità fu il sangue di altre generazioni) poi è arrivato un virus dalla Cina. E tutto è cambiato, accelerato, compresso. In ‘Wuhan Diary”, opera in presa diretta di Fang Fang, – sessanta giorni, sessanta puntate pubblicate online poi diventate libro, pubblicato in Italia da Rizzoli – c’è il racconto della pandemia: “Quello che è successo ha fatto sì che Wuhan diventasse il punto focale dell’intera nazione, ha fatto sì che la città venisse chiusa, che gli abitanti di Wuhan venissero sottoposti a pregiudizi e che io venissi messa in quarantena qui in questa città. Oggi il governo ha emesso un altro ordine: a partire dalla mezzanotte di oggi, a tutti i veicoli a motore è vietato circolare nel quartiere del centro di Wuhan. Ed è proprio qui che io vivo”. L’isolamento totale dal mondo, la zattera della scrittura, sommersi e salvati. E siamo qui, in attesa del lockdown cinese che diventa nostro, la scarsità immanente, il nolo che diventa metro dell’indisponibile sullo scaffale del centro commerciale, il mondo piccolo, il mondo chiuso. Esaurito, come a un certo punto di questa storia è stato per il latte in polvere in America.
Cosa succede a un’umanità che si dissipa, si estingue, declina? La fine di tutto e la lotta tribale per la sopravvivenza sono la danza macabra di “The Road”, capolavoro di Cormac McCarthy, ci sono alberi morenti, terre aride, cieli sempre grigi, il viaggio di un uomo e un bambino, un padre e un figlio in cerca di un approdo, nuova vita, lontano dall’uomo-lupo che mangia altri uomini perché il cibo è finito. I resti di una civiltà spazzata via da un colpo improvviso della storia di cui nulla si sa. Un maestro della fiction americana che ti lascia dentro l’inquietudine della fine, la speranza e il sacrificio estremo per il domani di una nuova vita. McCarthy con questo libro ha vinto il premio Pulitzer, il regista John Hillcoat ne ha tratto un bel film. Ancora l’incubo. Tutti contro tutti. 
Precipitare è un battito d’ali di farfalla. Quando la pandemia sembrava un abisso senza ritorno (l’epidemia anticipata nel libro ‘L’Ombra dello scorpione’) King confessa a un cronista: “Ho un po’ paura per il cibo”. La fine della vita, il benessere fragile, mai per sempre, conquista di ogni giorno.
La paura esorcizzata e addomesticata dalla letteratura, le pre-visioni, potenza del romanzo che da Moby Dick è navigazione, caccia. Un solo Melville. Ma quanti Achab? E quante Americhe, figliolo? Tante, forse troppe. ‘The Mandibles’ è il racconto del dissesto di una famiglia americana scritto da Lionel Shriver nel 2016, un bagliore sugli schermi di Wall Street in un orizzonte degli eventi che si dispiegano dal 2029 al 2047. Un altro balzo nel futuro. E un’ombra che s’allunga sul presente, mentre il dollaro e l’euro viaggiano sulla parità, un evento coltivato nell’immaginario, temuto dall’Occidente, desiderato dal nemico: il collasso del dollaro. Uno scenario tutt’altro che fantastico, il desiderio di Cina e Russia, le parole di Putin e Xi che echeggiano nei vertici dei paesi Brics, la fine del dollaro, un nuovo ordine mondiale. Nelle pagine di “The Mandibles” evaporano insieme patrimoni e illusioni. E in fondo abbiamo visto cosa succede, il prequel è già andato in onda durante la pandemia, 40 milioni di americani in fila per il sussidio. E oggi l’inflazione che galoppa e la pompa di benzina che toglie il sonno a Biden. Cash & Crash. Dove finisce la fiction e dove comincia la realtà?
Il sogno americano non c’è più. Sulla mappa dell’immaginario c’è un paese spezzato dove si combatte, corroso dalle ‘Culture Wars’, il presagio di una seconda guerra civile americana. È il romanzo onirico di Paul Auster, “Man in the dark”, l’insonnia in una trincea che diventa realtà. La guerra in Iraq (2003) non c’è mai stata, le Torri Gemelle (2001) non sono mai crollate. Le elezioni del 2000 sono sfociate in una nuova guerra di secessione. E Owen Brick si risveglia in un’altra dimensione con una divisa, il conflitto sul suolo americano e una missione da compiere: uccidere l’uomo che guida la guerra con i suoi sogni. “Tu sei un assassino” è il messaggio che riceve. Brick è incredulo: “Un assassino?” La risposta è semplice: “Questo è, assassino. Ma io preferisco usare la parola liberatore”. Brick deve uccidere un uomo. E perché quest’uomo deve morire? Perché tutto quello che accade o deve accadere è nel suo cervello. Eliminata la mente, svanisce la guerra.
Cosa pensa e fa l’America è il rebus dell’imminente futuro. L’inverno sta arrivando. Presto sarà domani, oggi possiamo viaggiare nel tempo con i libri. Buona lettura.
(Mario Sechi)
 
The Local – Joey Hartstone – Doubleday
Solo qualche mese fa, il procuratore generale del Texas Ken Paxton ha citato in giudizio Meta, la società che controlla Facebook, con l’accusa di utilizzare strumenti per il riconoscimento facciale che violano le leggi sulla privacy dei dati biometrici degli utenti. E questa causa miliardaria è stata intentata presso il tribunale federale di una piccola città dello Stato della Stella solitaria, Marshall, a 50 chilometri dal confine con la Louisiana.
Giorni fa, lo stesso tribunale ha respinto un ricorso di Apple contro Ericsson sui brevetti per la rete 5G. Siamo nell’America del Sud, quella profonda, nello Stato del petrolio che per 13 anni è stato la mia casa, conservatore, con grandi città liberal e tra le più multiculturali del Paese, oltre che all’avanguardia mel settore medico e tecnologico. Intorno al tribunale di Marshall, un piccolo centro con 23 mila abitanti, capitale dei processi sulla proprietà intellettuale (per la velocità delle sentenze e l’entità dei risarcimenti), si snoda il giallo di Joey Hartstone “The Local”, un “legal thriller” nel solco di John Grisham prima maniera, avvincente e già ‘proiettato’ sul grande schermo.  Hartstone è lo showrunnner della serie tv “Your Honor”.
Il protagonista di “The Local” è un avvocato “locale” di Marshall, James Euchre.  Il suo nuovo cliente è Amir Zawar, un amministratore delegato di grido costretto a difendere la sua società dalla violazione di un brevetto software. Una sera tardi, dopo un acceso confronto durante un’udienza preliminare, il giudice Gardner viene trovato morto nel parcheggio del tribunale. Tutti gli indizi portano a Zawar: ha il movente, ha l’opportunità e non ha un alibi.  Inoltre, è un estraneo, un ricco uomo d’affari pakistano-americano, figlio di immigrati, accusato di aver ucciso un amato eroe della città e mentore del protagonista.
Zawar sostiene la sua innocenza e chiede a Euchre di difenderlo. Euchre è combattuto ma prevale la voglia di ottenere risposte definitive.  Accetta il caso di difesa penale,  in una città in cui tutti lo conoscono. Più scava in profondità, più teme di mandare un innocente nel braccio della morte o di liberare un assassino. Un viaggio nel mondo giudiziario della provincia americana, un noir nel più controverso degli Stati americani, quel Texas che per dirla con John Steinbeck, “è uno stato d’animo”.
(Rita Lofano) 
La strategia dell’Opossum – Roberto Alajmo – Sellerio
Da tempo il giallo italiano ha smesso di essere­ semplicemente una storia di intrigo e mistero, di sbirri e delinquenti, di delitto e castigo. Camilleri ha sdoganato la letteratura di genere (vale tanto per il giallo quanto per il thriller e il noir) caricandola di istanze che in origine non le appartenevano: storiche, sociali, persino politiche e ideologiche e ha messo in moto un meccanismo che è andato oltre il solco tracciato dalle storie del commissario Montalbano.
Su questa traccia si è incamminata una pletora di scrittori siciliani: alcuni giallisti puri come Giorgio Glaviano e Salvo Toscano, ma anche autori che con il crime non avevano mai mostrato troppa confidenza, come Gateano Savatteri e Roberto Alajmo.
Non per spocchia, si badi bene: da De Roberto e Natoli in poi gli scrittori siciliani hanno mostrato di saper sposare la letteratura popolare (nel senso di letteratura di successo) per raccontare qualcosa che va oltre. Questo percorso non si è mai interrotto e anzi si è evoluto fino al punto che non solo la storia gialla, ma anche il ‘messaggio’ (perdonatemi questa orribile espressione) più profondo sono diventati irrilevanti e inutili. Il meccanismo del crime è diventato un pretesto per rendere appassionante un affresco che altrimenti di appassionante non avrebbe nulla. Per dirla in parole semplici: rendere personaggi di una mediocrità disarmante protagonisti di una storia degna di essere raccontata.
In questo è un maestro Roberto Alajmo, forse l’autore siciliano contemporaneo più brillante, capace di straordinari affreschi sociali come ‘Palermo è una cipolla’ o ‘L’arte di annacarsi’, ma anche di inchieste giornalistico-narrative come ‘Notizia del disastro’ (appello agli editori: è ora di ripubblicare e anche in fretta questo titolo). Con due brevi romanzi usciti a distanza di un anno l’uno dall’altro per i tipi di Sellerio, Alajmo si è cimentato nel giallo, ma non con l’intento di inseguire una moda o un mercato, né – mi piace credere – con lo stesso spirito con cui grandi attori si prestano a kolossal zeppi di supereroi.
Lo ha fatto perché il mondo che gli piace raccontare – e un romanzo di qualche anno fa come ‘È stato il figlio’ ne è la prova – è quello dei mediocri. Nessuna intenzione pasoliniana, sia chiaro: nelle pagine di Alajmo non ci sono né le periferie degradate né il peggio dell’umanità. Non ci sono né le sommità, né gli abissi dell’animo umano, ma quella medietas che rappresenta la stragrande maggioranza incapace di atti estremi – eroici o aberranti – anche quando le condizioni lo richiederebbero o lo favorirebbero. Personaggi che non ambiscono ad altro che ad andare a dormire con la stessa disposizione d’animo con cui si sono svegliati la mattina, senza che nulla turbi la loro routine. La loro vita mediocre non è vissuta come tale, ma come unica possibilità di sopravvivenza in un mondo in cui qualunque scatto – di orgoglio, di indignazione o anche solo di ira – non può portare altro che la distruzione di quell’equilibrio e quindi alla rovina.
Il format adottato da Alajmo con ‘Io non ci volevo venire’ nel 2021 è stato perfezionato ne ‘La strategia dell’opossum’, pubblicato a maggio di quest’anno. Un giallo, si diceva, con tanto di mistero da risolvere – in un caso un delitto, in un altro una sparizione – ma sullo sfondo un elemento di novità: nessuno che abbia realmente intenzione di venirne a capo. Non i committenti dell’indagine, né gli improbabili personaggi che sono chiamati a indagare. Perché, allora, il circo di personaggi che troviamo in entrambi i romanzi si mette in moto proprio malgrado?
Non è importante saperlo, perché – parafrasando i viaggi che piacevano a Eliot – non è la soluzione che conta, né il delitto e nemmeno quello che c’è in mezzo, ma solo quello che c’è intorno. Che in questo caso non è l’esotica Vigàta né la colorita e sensuale compagine di personaggi di Camilleri, ma la modesta Partanna, appendice della più celebrata Mondello, con una carrellata di personaggi che ricordano le meste figure dei circhi scalcagnati, in cui ognuno si sforza di interpretare il ruolo che gli è stato affibbiato, ma lo fa senza troppa convinzione.
Così a fare da contraltare al disagiato Giovà troviamo lo Zzù, un mafioso di piccolo cabotaggio. Le loro aspirazioni sono così simili da sovrapporsi: uno vuole continuare a ingozzarsi di pizzette e poltrire senza scopo così come l’altro vuole continuare a governare nel suo modesto quartiere senza mai alzare il deretano dalla postazione di fronte a un baretto da due soldi.
E, intorno, la Palermo che nessuno mai racconta, quella in cui gli eroi sono così lontani da non essere nemmeno contemplati, il desiderio di riscatto non ha indirizzo di residenza e il vento del cambiamento non si leva mai, lasciando l’aria a stagnare in un’attesa quasi beckettiana. Uno spettacolo che sarebbe desolante se Alajmo non lo raccontasse con una verve che strappa a ogni pagina sonore risate, facendoci innamorare di Giovà e della sua indolenza, dei modi di dire che ogni palermitano riconosce come propri e persino della scarsa convinzione con cui lo Zzù veste i panni del cattivo. Una situazione in cui la comicità del racconto risiede nella sua profonda autenticità: in quel modo che certi siciliani – e in particolare certi palermitani – hanno di trascinare la propria esistenza, insipida come le minestre che prepara la madre di Giovà e animata da brevi intensi piaceri clandestini che non turbano – perché non devono turbarla – la tranquilla passeggiata della vita: senza nuocere né essere nuociuti.
(Ugo Barbàra)
 
Le notti senza sonno – Gian Andrea Cerone – Guanda
Febbraio 2020. Mentre il mondo comincia a conoscere la pandemia che ne cambierà la storia, la routine di Milano viene rotta dal macabro rinvenimento di alcuni resti umani in un cassonetto. Solo il primo di una serie di colpi di scena che segneranno otto serratissimi giorni di indagini vissuti nella caccia a quello che sembra essere un serial killer di donne e che presto si trasforma in una discesa agli inferi della più inimmaginabile malvagità umana.
Per “Le notti senza sonno”, suo esordio nella narrativa, Gian Andrea Cerone sceglie il più estivo dei generi, il thriller, e lo reinterpreta con uno stile vivacissimo, quasi cinematografico, portando sulla scena di una città livida e spietata l’Unità di analisi del crimine violento, i suoi innovativi metodi di lavoro ma soprattutto i suoi uomini e le sue donne: il commissario Mandelli, poliziotto innamorato del mestiere e della moglie Isa, ‘metà’ serena di una vita vissuta a contatto del male; l’ispettore Casalegno, sciupafemmine e impulsivo, tutto intuito, esperienza e vocazione – spesso pericolosa – all’azione; la dottoressa Sileri, affascinante anatomopatologa che negli esami post mortem cerca il senso profondo della sua missione, “regalare un finale di verità a una storia tragica”.
Toccherà a loro, e ai colleghi della questura, mettere assieme con pazienza le tessere di un puzzle complicato anche dall’efferato omicidio di un famoso commerciante di preziosi durante una singolare rapina. Non sarà facile, e nel confronto con criminali mossi da pulsioni deviate o da sete di guadagno più di uno metterà a rischio anche la propria vita: ma dal tourbillon di bugie, depistaggi, minacce, alibi apparentemente inattaccabili ed inseguimenti emergerà la ‘chiave’ del giallo. Anticamera di una soluzione imprevedibile. 
Gian Andrea Cerone, savonese e milanese d’adozione, ha una lunga esperienza nell’ambito della comunicazione istituzionale e dell’editoria tradizionale, televisiva e digitale. Il battesimo de “Le notti senza sonno” è tanto fortunato da lasciar facilmente prevedere che questo non resterà l’unico caso della sua squadra di poliziotti.
(Stefano Barricelli)  
Il metodo Spreco Zero – Andrea Segrè – Rizzoli
Una settimana per imparare a non buttare più il cibo con benefici per l’ambiente (meno costi per raccolta e smaltimento) e anche per il portafoglio.
“Il metodo spreco zero” di Andrea Segré – docente all’Università di Bologna da anni impegnato a combattere lo spreco alimentare – attraverso consigli pratici e dati scientifici delinea una “rivoluzione alimentare”(a suo dire non impossibile da attuare) a partire dal carello della spesa, poi la scelta degli imballaggi, la ‘scoperta’ del frigorifero, l’arte del cucinare e il ‘recupero’ degli ‘scarti’ trasformati – attraverso ricette ‘magiche’ – in gustosi piatti.
Così, forte di ‘cattive abitudini’ mi sono immerso nella lettura di questo ‘manuale circolare’ (riemerso dagli scatoloni di un recente trasloco) e ho scoperto di avere molti più comportamenti pro-spreco di quelli che pensavo. Stavo per abbandonare la lettura – un pò scoraggiato – quando (da amante del vecchio taccuino) la frase “la rivoluzione passa per una penna” (pag 88) mi ha indotto a non mollare. Infatti, il primo passo  – secondo Segrè – è compilare una lista della spesa a casa per pianificare e ottimizzare gli acquisti: la valutazione di ciò che abbiamo e quello che manca e un’attenta lettura delle etichette ci permetterà di evitare di ritrovarci con prodotti scaduti destinati al cestino. Altro consiglio: mai fare la spesa a digiuno perché (dice la scienza) il cervello “è più predisposto ad acquisti compulsivi e di prodotti ipercalorici”.
In effetti è così. Mi capita spesso di fare razzia di prodotti al supermercato, spinto dalla fame, con il solo pensiero di arrivare a casa il prima possibile per placare il mio stomaco.      Ogni giorno – si spiega nel manuale – buttiamo 100 grammi di cibo a testa che diventano 37 kg pro-capite e 85 kg a famiglia ogni anno: un valore per ogni nucleo familiare di 450 euro. Una cifra a livello nazionale che raggiunge gli 11,8 miliardi di euro annui. Più di una finanziaria.  
Prima nella  ‘hit parade’ degli sprechi c’è la verdura (24,9% sul totale) seguita da latte e latticini (17,6%), frutta (15,6%), prodotti da forno (11,6%).  
Per ridurre lo spreco occorre un’attenta lettura delle etichette. “Da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”: un avverbio fa la differenza. La prima indicazione indica una data di scadenza dopo la quale potrebbero esserci ripercussioni per la salute mentre la seconda informa sul tempo minimo di consumo entro il quale il prodotto conserva al meglio le sue caratteristiche organolettiche (sapore, odore, colore). Esempi: il pane diventato secco, i biscotti poco croccanti, il caffè senza profumo. Anche il supermercato è un mondo da scoprire ‘costruito’ ad hoc per invogliare gli acquisti (anche quelli non necessari). Sugli scaffali i prodotti ad altezza occhi sono i più venduti; mentre sopra e sotto ci sono i prodotti ‘follower’. Il cosiddetto ‘primo prezzo’ (prodotti meno costosi) sono di solito a livello terra. (AGI)
Rientrato a casa – borse e borsoni, casse di acqua in bottiglie di plastica (errore, Segré consiglia quella di rubinetto per produrre meno scarti) il mio pensiero è solo quello di buttarmi sul divano e stipare velocemente in frigo tutti gli acquisti. Altro errore.
Il frigorifero non è un blocco unico – apprendo dal manuale – ma funziona a strati e disporre gli alimenti nel ‘cassetto’ sbagliato significa accelerarne il processo di deperimento. Ecco uno schema veloce: frutta e verdura crude nei cassetti in basso (al di sotto degli 8 gradi); nel ripiano appena sopra (il più freddo) i cibi come il pesce che richiedono le temperature più basse; a salire i cibi cotti, i latticini, i formaggi, le conserve e le marmellate. Nello sportello vanno posizionati i prodotti che necessitano di una refrigerazione meno spinta come le bevande, i sottoli e i sottaceti. Oltre alle uova, non andrebbero conservati in frigo altri alimenti come le banane (che anneriscono velocemente al freddo) gli agrumi e il pane (perde altrimenti la sua fragranza).
Lo spreco del cibo è legato in sintesi a due fattori: quando non lo cuciniamo in tempo o quando ne cuciniamo troppo. La cena con gli amici è la regina degli sprechi. L’ansia di non saziare gli ospiti spesso ci spinge a mettere in tavola troppo cibo che poi finisce (purtroppo) nell’immondizia. Nel libro si propone così la formula del “menù modulare”. Primo modulo: gli alimenti sfiziosi che deperiscono in fretta.  Secondo modulo: i prodotti che si possono consumare anche nel pasto successivo. Terzo modulo: il cibo da servire se si ha ancora fame.
Nel concreto: poco antipasto (ma molto gustoso); porzione piccola di pasta o riso e una media di secondo e infine, dolce, frutta e cioccolato. Se poi rimane ancora qualcosa in tavola, il manuale anti-spreco, suggerisce ricette per “dare una nuova vita” agli ingredienti (abolito il termine “avanzo” o “rifiuto”). Ad esempio se la verdura è un po’ appassita può diventare l’elemento principe per “una frittata di lattuga” o se la frutta è troppo matura può rivivere in una “torta soffice di banane” o in “muffin ai piccoli frutti”. 
(Stefano Benfenati)
 
L’amore in un clima freddo  – Nancy Mitford – Adelphi
Se cercate una ventata d’aria fresca in queste settimane di afa opprimente, se volete staccare la spina perché considerate la politica italiana troppo complicata, “L’amore in un clima freddo” è esattamente quello che fa per voi. Se poi amate la raffinata evasione che assicura ‘Downton Abbey’ e l’umorismo surreale di PG Wodehouse, adorerete questo romanzo brioso che proietta nell’eccentrico mondo della aristocrazia inglese, fatto di mogli feroci, figlie volubili, mariti improbabili. 
Fanny Wincham vive con sua zia Emily e trascorre le vacanze con la famiglia di sua zia Sadie, i Radlett, nella loro tenuta di Alconleigh. I suoi vicini di casa sono Lord e Lady Montdore, con la figlia Polly, ‘la bellezza del secolo’: lui raffinato, benvoluto proprietario terriero, una colonna del Partito conservatore; lei snob, tremendamente villana e con un unico obiettivo: “Un matrimonio d’eccezione per Polly”.
“Lady Montdore non aveva forse in vista qualcosa di veramente grandioso quando aveva deciso di chiamarla Leopoldina? Quel nome non aveva forse un regale sentore, quasi da Coburgo, che un giorno poteva rivelarsi decisamente appropriato? Non evocava forse il sogno di una cattedrale, di un altare, di un arcivescovo, di una voce che dichiarava ‘Io, Albert Edward Christian George Andrew Patrick David prendo te, Leopoldina?’. No, non era un sogno impossibile”.
E invece Polly, la debuttante più ambita dei balli di Londra, erede di Hampton, la tenuta dei Montdore, fa una scelta oltraggiosa: decide di farsi impalmare, appena lui diventa vedovo, dallo zio, Boy Dougdale, bisessuale, molto più vecchio di lei, una passione per le adolescenti e anche per il ricamo, per anni improbabile amante di Lady Montdore. Una scelta così dirompente getta nel più cupo sconforto Sonia Montdore fino a quando nella sua vita non compare Cedric Hampton, che inaspettatamente le ridà luce, gaiezza e amore per la vita. E il finale sarà ancora più improbabile e assurdo.
Sfido chiunque a non trovare irresistibile la concatenazione di eventi, fantasticamente scritti e raccontati da Nancy Mitford. L’autrice del romanzo era la maggiore delle leggendarie sorelle Mitford: figlie di David Freeman-Mitford, secondo barone di Redesdale e di sua moglie, Sydney Bowles, le sei sorelle forgiarono, a volte in modo caricaturale, la vita londinese a cavallo delle due guerre. Nancy era la scrittrice, biografa e spiritosa; Diana, sposata con il ricco Bryan Guiness, divenne l’amante (e poi moglie) di Sir Oswald Mosley, il leader dei fascisti britannici; Unity, amica di Adolf Hitler, tentò il suicidio. Decca, comunista e giornalista; e Deborah divenne duchessa (per caso) del Devonshire, dopo che suo cognato, l’erede del ducato e della Chatsworth House nel Derbyshire, morì in guerra.
“Diana la fascista, Jessica la comunista, Unity l’amante di Hitler, Nancy la romanziera, Deborah la duchessa e Pamela la discreta esperta di pollame”, sintetizzò impietoso su The Times il giornalista Ben Macintyre. Apparso nel 1949, “L’amore in un clima freddo’ è la perfetta lettura per alleviare (e anche eludere da) giornate che offrono poche certezze e molta ansia.
(Nuccia Bianchini)
Il potere della crisi – Ian Bremmer – Egea
Stati Uniti e Cina pur da avversari devono trovare “dal confronto diplomatico soluzioni alle divergenze. Abbiamo bisogno di crisi grandi abbastanza da terrorizzarci, ma non gravi al punto da annientare la nostra capacità di cambiare”.
Lette nei giorni della pandemia e della guerra in Europa, le parole di Ian Bremmer possono suscitare inquietudine e speranza. Da un lato si percepisce la sensazione di vivere un momento tanto decisivo quanto complesso della grande Storia, i cui sviluppi raramente sono apparsi tanto incerti. Dall’altro ci si convince di poter trovare, nelle difficoltà, lo slancio decisivo per invertire una rotta diventata – agli occhi di molti – insostenibile, riscrivendo un nuovo domani.
È questo, in fondo, il “potere della crisi” sul quale si concentrano analisi e riflessioni del noto politologo statunitense, presidente di Eurasia Group e di Gzero Media, affidate al suo nuovo saggio tradotto in Italia da Egea (‘Il potere della crisi. Come tre minacce e la nostra risposta cambieranno il mondo’, pagg.216 – Euro 22.50).
È innegabile che quella in cui viviamo sia un’epoca di straordinarie opportunità. Con la nascita del primo “ceto medio mondiale”, oggi miliardi di persone hanno agi e opportunità superiori a quelli che potevano vantare i re medievali, mentre l’inventiva umana ha raggiunto picchi inimmaginabili anche solo una generazione fa.  
Eppure – guardandoci intorno – percepiamo con chiarezza che allo stesso tempo rischiamo la catastrofe. Le conquiste storiche degli ultimi cinquant’anni sono minacciate dall’incapacità dei nostri leader di collaborare per proteggerci da sfide sempre più pressanti e “manifeste”. 
Mentre il mondo sta ancora lottando per lasciarsi alle spalle gli effetti economici, politici e sociali del Covid-19 e prende posizione di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, Bremmer cerca di ampliare l’orizzonte e ne individua principalmente tre. Quella sanitaria, con la prevedibile lotta a virus più letali e contagiosi del coronavirus che ha innescato l’ultima pandemia. Quella ecologica, con l’intensificarsi del cambiamento climatico il cui impatto non sarà soltanto naturale ma anche economico e sociale, dato che gli sconvolgimenti in atto – se non contrastati – potrebbero generare la fuga di decine di milioni di rifugiati e costringerci a ripensare drasticamente i nostri stili di vita.
Infine, la sfida più pericolosa: quella delle nuove tecnologie – da un’intelligenza artificiale sempre più efficiente e pervasiva all’informatica quantistica – che riplasmeranno le società e l’ordine geopolitico destabilizzando i nostri paradigmi più velocemente della nostra capacità di reazione. 
Lo scenario è reso ancora più complicato da diversi fattori: le profonde divisioni interne ai Paesi occidentali, Stati Uniti in primis, sfociate nei venti del populismo, e soprattutto il clima da “nuova Guerra fredda” che aleggia ogni giorno più pesante sulle relazioni tra le due superpotenze della nostra epoca, gli stessi Usa e la Cina. Il tutto mentre gli eserciti sono tornati a scontrarsi in Europa, con il rischio che il conflitto tra Russia e Ucraina possa coinvolgere anche altri Paesi. Un triplo ostacolo a quella “cooperazione pratica” e globale che, secondo Bremmer, rappresenterebbe la prima e più potente “arma” di fronte a sfide che non ci attendono, ma sono già tra noi. 
La buona notizia? Alcuni leader politici, decisori aziendali e cittadini lungimiranti stanno già unendo le forze per affrontare queste crisi. La domanda è se riusciranno a lavorare abbastanza bene e velocemente e, soprattutto, se sapremo usare queste crisi per reinventare il nostro cammino verso un mondo migliore. Tracciando paralleli tra strategie di ieri, di oggi e di domani – dal Piano Marshall al Green New Deal, passando per l’idea di un’Organizzazione mondiale dei dati in grado di disciplinare l’intelligenza artificiale, la privacy, la proprietà intellettuale e i diritti dei cittadini – Bremmer indica un piano d’azione per sopravvivere e prosperare anche nel XXI secolo. 
(Domenico Bruno)
Zero Gravity – Woody Allen – La Nave Di Teseo
Quindici anni dopo ‘Pura anarchia’, pubblicato da Bompiani in Italia nel 2007, Woody Allen torna in libreria con una nuova raccolta di racconti. ‘Zero Gravity’ pubblicato da La nave di Teseo è un salto indietro nel tempo da parte del regista e grande autore comico newyorkese, realizzato dopo aver dato alle stampe la sua prima tragicomica autobiografia ‘A proposito di niente’, uscita in Italia sempre con La nave di Teseo e diventata un grande successo. Si tratta del classico Woody Allen, un autore che fa dell’umorismo fatto di battute fulminanti, giochi di parole e paradossi comici la sua forza.
La nuova raccolta di 19 racconti, che esce in contemporanea con gli Stati Uniti, pur senza rinnovare i fasti umoristici e le battute geniali delle sue prime raccolte (‘Saperla lunga’ del 1971, ‘Citarsi addosso’ del 1975 ed ‘Effetti collaterali’ del 1980) presenta i tratti caratteristici della comicità di Woody Allen. Che scriva di attori falliti, mucche assassine o automobili intelligenti che amano Nietzsche, dell’origine del piatto di pollo dedicato al generale Tso o del dramma di Edoardo VIII Winsor e del nodo alla cravatta; che descriva la vita sessuale delle celebrità o il talento di un cavallo che dipinge, ognuno di questi racconti contiene quello spiazzante umorismo che ha reso celebre Woody Allen, forse solo un po’ meno acuto e leggermente spuntato dall’usura del tempo.
In ‘Zero Gravity’ l’autore recupera alcuni racconti usciti dal 2008 al 2012 sul ‘New Yorker’ e aggiunge altri inediti in cui mette al centro la vita imprevedibile di Manhattan e il lusso illusorio di Hollywood, in cui i suoi sceneggiatori sono tutti mitomani e mezzi pazzi e i film o le opere che li hanno resi celebri hanno tutti, immancabilmente, titoli assurdi e spesso ispirati a opere celeberrime: ‘Un mutante chiamato desiderio’, ‘Cialtrona di Parma’, ‘Requiem per un marpione’, ‘Zombi psicopatici sulla luna’, ‘I tre sandali di Simeone, ‘Assassinio sull’Arca di Noè’, ‘Come raggiungere l’orgasmo con l’equo canone’, ‘Pennellate pericolose’, ‘La mia rotula sinistra’…
In ‘Zero Gravity’ Woody Allen ripete alcuni suoi clichè comici: dal rapporto epistolare che cresce e assume alti livelli comici (il racconto ‘L’ala dinastica’ col generale Tso che si lamenta di essere ricordato per un patto a base di pollo) alla passione per la filosofia che viene usata in contesti improbabili (‘Quando sul cofano della macchina c’è Nietzche’ dove un’auto a guida intelligente decide se investire le persone o mettere a rischio la vita del suo passeggero facendo considerazioni etiche), alle donne che umiliano gli uomini con sadismo (‘Non c’è niente di meglio che un po’ di cervello’, dove un uomo insignificante incontra una sua vecchia compagna di scuola di cui era innamorato: “Non prendertela a male, ma sei sempre stato un’anonima piattola senza alcun talento e attrattiva, insipido come un semolino scaduto”. “Esprimiti liberamente – ribattei – quando parli di me, non c’è bisogno di ricorrere a eufemismi”).
Infine, per chiudere la raccolta, un racconto ‘serio’, ‘Crescere a Manhattan’, in cui Woody Allen descrive l’incontro d’amore tra due ragazzi – uno sposato e una donna molto disinibita – che si sviluppa con una trama classica e in cui Woody Allen non inserisce battute particolarmente acute né situazioni grottesche. Alla fine, però, malgrado l’apparente serietà del tema, l’autore non riesce a evitare di inserire una motivazione molto sopra le righe che giustifichi la fine della storia d’amore. In perfetto stile Woody Allen. 
(Andrea Cauti)
Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust – Mondadori
Il tempo tiranno, al quale ci sentiamo tutti condannati, è in realtà fluido e le nostre esperienze passate possono essere rivissute nel presente attraverso i sensi. È questo il filo conduttore di ‘Alla ricerca del tempo perduto’, romanzo fiume di Marcel Proust ambientato nella Parigi della ‘Belle Epoque’, a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ovvero dalla sconfitta di Sedan contro la Prussia di Bismark agli anni delle avanguardie, passando per l’affaire Dreyfus e la Grande Guerra. Pubblicato in sette libri fra il 1913 e il 1927, descrive la società dell’aristocrazia e dell’alta borghesia francesi in un racconto autobiografico. Questo viaggio ha come obiettivo la ricerca della propria identità.
Marcel, dopo un cammino lungo e complesso, scopre il vuoto della vita mondana e trova il suo appagamento nella scrittura. Questa, insieme alla pittura e alla musica, consente di raggiungere una dimensione di eternità che è il “segreto della vera vita”. Il mezzo è la memoria che gioca un ruolo unificatore tra passato e presente. Si tratta della “memoria involontaria” che si risveglia grazie a una visione, un profumo, un sapore o una musica. Celebre l’esempio della “petite madeleine” (tipico dolce francese): il suo gusto, associato a quello del tè, ricorda all’adulto Marcel un momento felice della sua infanzia. La gioia che prova è così grande che gli fa rivivere il passato come se fosse il presente.
Vivere queste esperienze permette all’autore di godere dell’essenza delle cose, di collocarsi cioè al di fuori del tempo, nell’eternità. Il tempo non è più dunque un insieme di dati quantitativi, ma una serie di dati qualitativi: il “tempo della coscienza”. Lo scopo dell’autore non è quello di riprodurre la realtà, ma quello di trasfigurarla dandole un “valore infinito”.  Dove trovare allora il desiderio di infinito al di là del contingente e dell’effimero? Proust, di cui si celebra quest’anno il centesimo anniversario della morte, dà la sua risposta: nell’arte. Rembrandt o Vermeer, molti secoli dopo, inviano ancora a noi il loro “raggio inconfondibile”. 
(Luigi Conte)  
Estate corsara – Alessandra Corbetta – Puntoacapo Editrice
C’è un inizio, ed è l’estate del 2006. “Così il mondo stava/nel succedersi esatto degli ombrelloni blu./Una ragazza li attraversa con le gambe lunghe/che reggono sfacciate il senso dell’estate”. Alessandra Corbetta lo definisce il ‘Prima’, separandolo dal ‘Durante’ e dal  ‘Dopo’ nella sua raccolta ‘Estate Corsara’ per l’editore ‘Puntoeacapo’.
Il tempo della poetessa appare però quello del filosofo Henry Bergson che è “come un gomitolo di filo o una valanga, che continuamente mutano e crescono su sé medesimi”. E non potrebbe essere altro perché si arrotola attorno a una storia d’amore a distanza, limpida e feroce. Di promesse e lampi e nostalgia.
“L’incontro ha indicato/l’esistenza, il punto più alto della giostra. Per questo/amare è stato il bianco tra un verso e l’altro”. ‘Durante’ è il viaggio in città e paesi, dal cui nome prendono il titolo le poesie, ma compiuto postumo, quindi dentro una vera estate perché questa è la stagione in cui il dolore, non solo la felicità, abbagliano di più. Da ‘Firenze III’: “Camminando/verso il caldo del fornino/sono stata concepita una seconda volta. Le 16/e il campanile suona./Piano piano preparavi/ l’agguato, un dolore secco/da sciogliere sulla mia bocca./Muta ascoltavo il rintocco/cercavo la nudità dell’uomo/tra i colori mentali del passato”. Il ‘Dopo’ è “perdonare l’estate” “non dalla sfera avvolta su se stessa/ma dalla sfera che in sé stessa ripristina l’ordine”. “L’acqua non punisce/chi è stato benedetto”, sveliamo il finale ma finale non è nel capogiro di spazio e tempo, solo un’assoluzione per avere vissuto.  
(Manuela D’Alessandro)   
La società segreta dei salvaparole – Enrico Galiano – Salani
“La società segreta dei Salvaparole” di Enrico Galiano per Salani Editore, può essere una fiaba per adolescenti, il racconto di un sogno, o forse di romanzo di fantascienza o meglio il resoconto di una fanta avventura poliziesca dai contorni semiseri. O forse semplicemente un racconto per ragazzi che stanno per affacciarsi al mondo dei grandi.
Quello che è certo, è il fatto che stiamo per sfogliare un libro scritto da un insegnante per gli studenti, particolarmente quelli che si accingonoad attraversare il ponte simbolico che unisce la Scuola media al Liceo.
Un ponte che porta con sé un confuso bagaglio di incertezze, paure, voglia di osare, curiosità, inquietudini, fantasie, disperata ricerca di sé.. Tutto un mondo arruffato da sbrogliare per capirci qualcosa. Ma, dopo? L’autore non affronta il dopo, non è suo compito. L’autore indica una strada, quella che prepara i ragazzi ad abituarsi a farsi carico dei problemi di un mondo che non lascia tanto tempo alla spensierata leggerezza dell’età di mezzo.   Un professore di una scuola di periferia, Enrico Galiano, abituato a vivere in una scuola con i ragazzi ma, soprattutto in mezzoa loro, ascoltandoli, è convinto che spesso sono loro a insegnare qualcosa di importante a chi, a sua volta, ha il compito istituzionale di insegnare a loro. Ha quindi pensato di scrivere qualcosa per loro o per mezzo di loro.
E lo ha fatto, descrivendo così com’è il loro mondo, un mondo pazzesco , come usa commentare uno dei ragazzi di questa storia.
Il prof. Galiano ha raccolto, ascoltando, un copioso materiale sulle avventure a scuola e dintorni di Samuele, Nico, Rachele e Talpa, l’amico immaginario di Samuele, componenti e protagonisti di una squadra intenta tutti i giorni a scavare dal materiale quotidiano fette di novità da centellinare.   E tutti giorni per il professore scrittore non mancano gli spunti, le esperienze e gli esperimenti, che insegnano a leggere la vita, a distinguere l’apparenza dalla realtà e quest’ultima dalla fantasia.
Ne è venuto fuori un libro che è diretto ufficialmente ai ragazzi, ma che può essere una lettura affascinante e provocatoria per gli adulti quando restano colpiti fin dalle prime pagine da una scoperta. 
Il fatto è che i ragazzi hanno la netta sensazione che il mondo sia veramente in pericolo, perché c’è qualcuno che vuole distruggerlo in un modo imprevedibile.
Non si tratta di una guerra nucleare, ma della sistematica scomparsa delle… parole. E quando Samuele, ragazzo piuttosto distratto e svogliato (ma innamorato perso della compagna Rachele che porta i calzini spaiati) scopre che scompaiono delle parole dai discorsi e dagli scritti della gente. Cosa sta succedendo? 
 Il fatto è – pensa Samuele – che fino a quando scompare la parola marmitta o peggio ancora iconoclasta, la cosa lo deve preoccupare molto poco, ma quando comincia a temere che possanoscomparire parole come amore, amicizia eperfino marmellata comincia a preoccuparsi.Parlandone con gli amici e con una vecchia insegnante sconclusionata che si fa chiamare NonnaSquì, una contrazione di Nonnasquinternata, la preoccupazione diventa necessità di fare qualcosa, come gli consiglia il Talpa il suo saggio amico immaginario.
Le vicende scolastiche, e il conflitto conl’antipatico professore di Scienze, passano in seconda linea e la ricerca del significato della sparizione delle parole diventa presto azione investigativa, propagandistica e rivoluzionaria fino alla fondazione su iniziativa di Nonnasquì, di una Società segreta con lo scopo di salvare le parole in pericolo da un nemico invisibile e micidiale.
Questa società segreta richiede un giuramento di fedeltà e di reciproca assistenza e saranno Rachele, Nico, lo stesso Samuele agli ordini della attivissima e sempre più strampalata NonnaSquì a pianificare imprese notturne volte a salvare le parole in pericolo, sotto l’attenta sorveglianza del pappacorvo spennacchiato Gianfru, fedelissimo della vecchia insegnante Nonnasqui.
 Il loro nemico sono le nuvole grigie, che mangiano i colori e che rendono tristi i grandi e privano il mondo della bellezza. Ma chi manovra questa nuvola grigia?, dove si nasconde?  Ne sa qualcosa il demone Rabishu? Si tratta di un enigma che lasciamo ai lettori. Ma si tratta di una sorpresa che lascerà senza fiato.Da sottolineare che la cosa divertente del libro è il linguaggio, in ottimo italiano, ma elaborato in forme di tipo giovanilistico, prese in prestito dal linguaggio dei ragazzi.
La lettura è quindi piacevole, leggera e non priva di riflessioni che lascia lo spazio all’inevitabile ruolo di un autore insegnante. Per questo motivo, ci viene spontaneo, dopo averlo letto con piacere, giungere alla conclusione che scorrere le pagine di questo libro, si potrebbe dire che faccia bene alla salute, a prescindere dall’età del lettore. 
Un libro che distrae, intrattiene e fa riflettere, lasciando accanto ad un lieto passatempo un pizzico di rimpianto per gli adulti. Il dolce ricordo della primavera della vita.
Il testo è corredato da divertenti illustrazioni, disegnate secondo uno stile che si rifà ad un modo classico di disegnare di un giovane aspirante illustratore 
(Maria Letizia D’Agata)  
Chiedi alla polvere – John Fante – Einaudi
Le strade polverose a Los Angeles non ci sono più da decenni, rimpiazzate da asfalto e grattacieli. Eppure hanno ispirato il titolo di uno dei libri più venduti del ‘900, “Chiedi alla polvere”, il capolavoro di John Fante. “Così – spiegava lo stesso scrittore parlando della sua opera più famosa – l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere”. 
Terzo capitolo della saga di Arturo Bandini (dopo “La strada per Los Angeles” e “Aspetta primavera Bandini”), il romanzo, pubblicato nel 1939 negli Stati Uniti, è in prima persona e Bandini altro non è che l’alter ego di Fante: ventenne cattolico che sogna di diventare uno scrittore famoso e arriva a Los Angeles dalla provincia. Fino a quel momento aveva pubblicato solo un racconto e faceva la fame, arrangiandosi per arrivare a fine giornata. Bandini si innamora di Camilla, una giovane cameriera messicana.
Tutta l’opera è attraversata da questo amore non corrisposto e dalla smania del protagonista di diventare uno scrittore di successo. Un mondo, quello di Bandini, pieno di miseria e razzismo, in cui i sogni del giovane si scontrano con la durezza della realtà: alberghi modesti, case fatiscenti, caffè scadenti. L’unica ‘arma’ in grado di elevare Arturo è la sua macchina da scrivere: se diventerà uno scrittore famoso, conquisterà Camilla e la fame diventerà solo uno spiacevole ricordo.
Fante, nato a Denver, nel Colorado, a migliaia di chilometri dalla costa, in “Chiedi alla Polvere” ci ha lasciato uno dei monologhi più belli mai scritti sul mare: “Continuo a camminare e la terra si estende fino all’orizzonte. Un anno, cinque anni, dieci anni, senza vedere il mare. Cos’è accaduto al mare, mi dico? Il mare è qui, rispondo, nel magazzino della memoria. Il mare è un mito. Non è mai esistito. E invece c’era! Lo so perché sono stato sulle sue sponde, mi sono bagnato nelle sue acque! Mi ha nutrito e mi ha dato pace, e le sue affascinanti distanze hanno alimentato i miei sogni. No, Arturo, il mare non è mai esistito. Non è che desiderio, il tuo, ma continua pure a camminare nel deserto. Non lo rivedrai mai più, il mare. È un mito in cui una volta hai creduto. Eppure sorrido, perché ho ancora il salino nel sangue, e la terra con tutte le sue strade, non riuscirà a confondermi, perché il mio sangue tornerà alla sua sorgente […] Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare”.
 L’opera, che anticipa alcuni temi della ‘beat generation’ (come la disordinata vita “sulla strada”), folgorò persino Charles Bukowski. Nel 1978 l’autore di “Storie di ordinaria follia” andò a trovare Fante e lo convinse a ripubblicare Chiedi alla polvere presso la Black Sparrow Press. Il romanzo dello scrittore di Denver, infatti, era caduto nel dimenticatoio da alcuni anni e Bukowski minacciò la sua casa editrice di non consegnare il suo ultimo romanzo se non avesse anche pubblicato “Chiedi alla polvere”. La Black Sparrow Press accettò e fu un doppio successo.  
(Fabio Florindi)
L’Allegra apocalisse – Arto Paasilinna – Iperborea
Un comunista ‘bruciachiese’ decide, come ultimo atto prima di morire, di lasciare tutti i suoi averi per la costruzione di un nuovo tempio, nella Finlandia più verde, incolta e selvaggia. È questa la molla che fa scattare le vicende del libro più irriverente di Arto Paasilinna, tra i più attenti e originali narratori scandinavi degli ultimi trent’anni, scomparso ormai quattro anni fa.
Dell’Apocalisse, sembra suggerire l’autore, non bisogna avere paura perché può spaventare solo chi è diventato schiavo del consumismo e della sete di potere. Una scintilla di rinascita, mentre il pianeta muore, e sempre possibile trovarla, anche nel luogo più inaspettato e di fronte alla catastrofe più disastrosa. Nel libro, infatti, le città scompaiono: New York è sommersa dai rifiuti e viene fatta esplodere; Parigi è affondata  di 6 metri a causa dell’innalzamento degli oceani; San Pietroburgo è vittima dell’esplosione di una centrale nucleare e proprio dalla Russia sembrano moltiplicarsi conflitti da cui scoppierà, poi, la Terza Guerra Mondiale.
“L’allegra Apocalisse” vede la luce nel 1992 ma i fatti narrati si protraggono fino al 2023 con un’analisi predittiva di quello che accadrà, basti pensare solo all’invasione ucraina, che dimostra come Paasilinna sia stato in grado di intravedere, già allora, i rischi e i disastri con cui il mondo avrebbe dovuto fare i conti nei decenni successivi. Dai cambiamenti climatici ai conflitti mai sopiti con una sorprendente comprensione della testarda tendenza dell’uomo all’autodistruzione. Paasilinna non fa sconti e spoglia l’uomo della sua modernità e delle sue conquiste tecnologiche e sociali. E allora, a fare da contraltare a questo inesorabile declino, c’è la comunità creata da Eemeli Toropainen, nipote ed esecutore testamentale del ‘bruciachiese’.
A Kainuu, tra i boschi finnici, sorge così una nuova comunità dedita alla pesca, alla caccia e al giardinaggio. Attorno al nuovo tempio, l’uomo torna a ridisegnare il proprio presente in armonia con la natura difendendosi dalle mire egoistiche degli invasori e dalle grinfie, ancora più spietate, della burocrazia finlandese. Ed è proprio all’interno di questo piccolissimo universo che si muovono gli strampalati personaggi di Paasilinna. Figure ironiche, ingenue e furbe allo stesso tempo, protagoniste di vicende surreali ma che, alla fine, portano questo piccolo spicchio di uomini e donne, e ovviamente i lettori, a tornare ad avere fiducia nel futuro. Anche di fronte alla prospettiva dell’arrivo di un’Apocalisse terribile e, solo all’apparenza, senza speranza.
(Alessandro Frau)
L’avversario – Emmanuel Carrere – Gallimard
Dove finisce la menzogna e dove inizia la verità? Fino a che punto si può spingere la follia umana? E può il crimine più efferato essere giustificato da uno stato mentale alterato? Il libro di Emmanuel Carrere, L’Avversario, va oltre qualsiasi interrogativo che, inevitabilmente, vagheggia nella testa del lettore dopo questo strano romanzo-verità del celebre autore francese.
Realtà e finzione in un gioco di specchi. Perché il tutto parte da un fatto di cronaca nera in Francia del 1993: la vicenda giudiziaria del pluriassassinio Jean-Claude Romand. Finto medico e finto dirigente dell’Oms, Romand, originario del Giura (Franca Contea) e stimatissimo da tutta la comunità, per non riuscire a coprire più le sue menzogne, uccide il 9 gennaio di quell’anno la moglie, i due figli e i suoi genitori e il cane. Tenta di porre fine alla sua vita ingerendo barbiturici e incendiando la casa, ma non ci riesce, viene salvato dai vigili del fuoco e condannato, dopo tre anni, all’ergastolo.
Carrere, è come stregato da questa storia di ‘straordinaria follia’, e ripercorre la vicenda attraverso i racconti di un amico di Jean-Claude Romand, Luc, ma anche grazie a un rapporto personale con l’assassino a cui decide di scrivere e che va a trovare più volte al processo. Carrere ripercorre i luoghi di infanzia e quelli presenti di Romand provando, talvolta anche riuscendoci, a entrare nella sua mente al punto di sentirsi anche in colpa per riuscire in fondo a ‘capirlo’, a empatizzare con i suoi sentimenti.
La scrittura di Carrere è cruda, distaccata, radicata nei dettagli della cronaca, ma l’autore ‘vive’ la lenta presa di coscienza del criminale, il disgregarsi di tutto un castello di bugie messe in atto per 18 anni. Una finta laurea in Medicina, laddove al secondo esame, per un attacco di codardia, Romand non riuscì a presentarsi ma disse a tutti di averlo superato. La menzogna dell’incarico all’Oms, intramezzato da continue finte ‘missioni’ passate tra motel e passeggiate solitari nei parcheggi.
Grazie alla sua presunta rispettabilità Romand aveva poi convinto moglie e parenti a investire presso una fantomatica banca svizzera, soldi che gestiva in maniera truffaldina per vivere e mantenere lui e la sua famiglia.  “Ricalcando i suoi passi provavo pietà, una straziante simpatia per quell’uomo che aveva errato senza meta, anno dopo anno, chiuso nel suo assurdo segreto, un segreto che non poteva confidare a nessuno e che nessuno doveva conoscere, pena la morte. Poi pensavo ai bambini, alle fotografie dei loro corpi scattate all’Istituto di medicina legale: orrore allo stato puro, un orrore tale da costringerti a chiudere gli occhi, a scuotere il capo la realtà”, scrive Carrere.
La realtà appunto, quella della strage premeditata, e la finzione, quella di una menzogna perpetuata per anni da cui l’assassino non riusciva più a riemergere: unica estrema soluzione uccidere tutta la famiglia per non dover dire loro la verità.
Il rapporto epistolare tra scrittore e assassino andrà avanti anche dopo la fine del processo. Carrere alla fine lo incontra, ma tra di loro non c’è nulla da dire: “Mentre tornavo a Parigi per rimettermi a lavoro, non vedevo più ombra di mistero nella sua lunga impostura, ma solo una misera commiserazione di cecità, disperazione e vigliaccheria. Ormai sapevo cos’accadeva nella sua testa durante le lunghe ore vuote trascorse nelle aree di servizio o nei parcheggi dei bar, era una cosa che in qualche modo avevo vissuto anch’io, e che mi ero lasciato alle spalle”.
(Titti Giammetta)  
The Great Sea – David Abulafia – Penguin
Se l’Europa perde l’Inghilterra e soffre ai confini orientali dell’Ucraina, non resta che riscoprire il Mediterraneo, magari attraverso le spesse lenti di un discendente degli ebrei erranti. Gli antenati di David Abulafia si recarono in Spagna, ma poi la lasciarono per colpa dei re cattolici e tornarono a Tiberiade. Lui vive a Oxford, dove fa lo storico. Insomma, il Grande Mare gli Abulafia lo hanno attraversato almeno tre volte, per non dire di quel loro omonimo che fu uno dei più grandi mistici del Medioevo e dalla Spagna vagò una vita, errabondo, su quelle acque. Gli Abulafia ne conoscono, insomma, tutti i ricoveri, anche i più reconditi. Si vede.
Il libro è corposo, ma la storiografia britannica è fatta di azione e narrazione: quindi regge bene il ritmo di tre millenni di storia. La sfida, per i buongustai della materia, è vedere se l’autore regga a sua volta il confronto con i grandi studiosi del Mediterraneo, i Braudel come i Pirenne. A ciascuno la risposta, è questione di opinioni personali.
Solo che la Storia è sempre contemporanea e, pertanto, chi ha negli occhi e nelle orecchie il rumore delle bombe russe o le ciacole di Boris Johnson trova anche qui materia di interesse. Tra il racconto del Pirata Barbarossa, gran terrore dei cristiani, e quello della giornata di Lepanto ecco che si scopre la penetrazione britannica in acque per secoli interdette, come anche la prima, grande discesa verso quelle stesse onde di uomini spregiudicati al servizio dello Zar.
Ma, soprattutto, si scopre come la necessità di approvvigionarsi di grano l’abbia sempre fatta da padrona: Romani, bizantini e Comuni italiani, per non dire gli Svevi o i Normanni, tutti hanno avuto a che fare col problema, quasi sempre risolvendolo con le importazioni da quelle che oggi sono Algeria e Tunisia. Sì, proprio loro: quelle che adesso hanno più fame. La suggestione ha fascino: rilanciare le coltivazioni dove si trovavano una volta. E finalmente aiutare qualcuno, sul serio, a casa propria.
Ma questi sono progetti di lungo corso, sogni da sotto l’ombrellone. Allora si chiuda il libro e ci si tuffi nelle acque del Grande Mare. Non c’è bisogno di un tuffo ardito: basta anche la Versilia o la Riviera Romagnola, dove per non toccare devi fare prima cento metri. Ma quell’acqua avrà un altro aspetto e un altro impatto sulla pelle, e per una volta non sarà colpa delle mucillaggini.
(Nicola Graziani)
Istanbul – Orhan Pamuk – Einaudi 
Istanbul, città globale ricca di fascino e di storia, di sole, di mare e di colori, è oggi più che mai la città dei bambini: giro per le strade del centro, a Sultanahmet, nella metro intasata nei giorni di festa, e ripenso a quel bambino immaginario che viveva nella fantasia del piccolo Orhan Pamuk. “Per tanti anni – scrive il premio Nobel per la letteratura Pamuk nel libro che lo ha reso celebre, Istanbul – ho creduto che vivesse un altro Orhan, del tutto simile a me, un mio gemello, uno completamente uguale a me, in una strada di Istanbul, in un’altra casa simile alla nostra. Non mi ricordo dove e come ebbi per la prima volta questo pensiero”.
Un gioco di specchi, nella città fantastica e poetica dello scrittore turco, divisa tra Occidente ed Oriente sui magici scenari del Bosforo, che ogni viaggiatore può anticipare, rivivere o anche solo sognare nel racconto di Pamuk. Un libro da mettere in valigia per trovare qualche spunto, per cercare di capire da cosa nasce la bellezza di questa grande città, oggi più che mai cerniera tra due mondi.
Istanbul – con la tristezza che la domina, quello ‘huzun’ che, spiega lo scrittore, nasce dal declino dell’impero ottomano e dai sogni di grandezza delusi della Turchia moderna –  si racconta nei ricordi del giovane Pamuk, ma anche nelle bellissime foto storiche in bianco e nero. “La città della mia infanzia – ricorda Pamuk – era una fotografia in bianco e nero, un mondo semibuio e grigio, almeno io me lo ricordo così… Le strade, i viali e i quartieri lontani mi sembravano luoghi pericolosi, usciti da film di gangster in bianco e nero. A Istanbul mi è sempre piaciuto più l’inverno che l’estate: ancora oggi rimango a osservare i pomeriggi che arrivano presto, gli alberi senza foglie che remano al vento, gli uomini con giacche e cappotti neri, sulle strade semibuie, che tornano a casa in fretta, nelle giornate di fine autunno e inizio inverno”. 
 Istanbul, d’inverno, dunque, ancora più magica che d’estate, con lo sfondo sfocato della Moschea Blu e di Santa Sofia: e viene già voglia di ritornare.
(Annarita Incerti)   
Gli uffici competenti  – Iegor Gran – Einaudi 
Mosca, primi anni Sessanta, a cavallo tra la distensione post staliniana portata avanti da Nikita Chruscev e l’inizio della stagnazione brezneviana, i funzionari del Kgb si dannano l’anima per venire a capo di un enigma dal nome insolito: Abram Terc. Chi si cela dietro a questo pseudonimo che tra il 1959 ed il 1965 riesce a farsi beffe della censura pubblicando, prima in Francia e poi nel resto del Mondo, dei racconti corrosivi sull’Unione Sovietica e sullo stato di appiattimento del suo panorama culturale? Il genere viene subito ribattezzato nei circoli culturali europei ‘realismo socialista’, come contraltare al socialismo reale. Seguono gli scritti di un tale Nikolaj Arzak. Dietro ai due autori si nasconde la stessa persona? 
Il tenente Ivanov, zelante funzionario degli ‘uffici competenti’, ancora profondamente convinto del primato morale della costruzione di una società socialista, nonostante 50 anni dopo la rivoluzione leninista lo Stato sovietico si fosse trasformato soprattutto in un apparato burocratico basato sulla repressione del dissenso, dà la caccia per anni senza successo allo scrittore senza volto né identità. Ogni nuova pubblicazione una amarezza difficile da mandare giù. Senza però capitolare. Fino alla rivincita finale, forse per entrambi i protagonisti.
Nel mezzo c’è la quotidianità della Russia del dopo Stalin, dove si parla, ma ancora sottovoce, dei crimini del dittatore che ha trasformato lo Stato dei Soviet in una grande potenza mondiale al costo di milioni di vite umane. Sono anni di grandi conquiste: dal primo uomo nello spazio con Jurij Gagarin, alla ricerca del primato economico e militare sugli Stati Uniti. Del ricordo orgoglioso della grande guerra di liberazione contro l’occupante nazista. Ma anche delle prime crepe nel modello economico e sociale, alle prese con la scarsità di beni di consumo più elementari. E di un antisemitismo che non accenna a placarsi.
Iegor Gran, nato a Mosca nel 1964, poi approdato da bambino in Francia, racconta con lucidità e humor la storia di suo padre, lo scrittore e letterato Andrej Sinjavskij, alias Abram Terc, e quella di Julij Markovic Daniėl, in arte Nikolaj Arzak. Entrambi condannati al Gulag nel 1966, scontarono una pena di 5 anni. Un romanzo storico che, nella migliore tradizione russa, non rinuncia a rendere omaggio nella trama ai padri della letteratura nazionale, da Boris Pasternak a Fëdor Michajlovic Dostoevskij, passando per Aleksandr Puskin e Lev Tolstoj.
Pubblicato ad aprile del 2022 da Einaudi, il volume racconta con leggerezza una vicenda che negli anni Sessanta è divenuta un vero e proprio caso, prima per la popolarità degli scritti di Terc e poi per il processo a due persone colpevoli solo di manifestare le proprie idee. Un libro che ci ricorda come la libertà sia capace di resistere sempre, anche nascosta sotto l’oppressione di un potere che, nato rivoluzionario e internazionalista, si è fatto oscurantista.
(Andrea Managò)
Lavorare meno, vivere meglio – Fausto Durante – Futura Editrice
“Oggi, forse per la prima volta nella storia, siamo di fronte al rischio che gli effetti potenzialmente positivi della nuova grande rivoluzione industriale, una rivoluzione in corso e che tutti noi stiamo già vivendo, si determinino solo per uno dei soggetti protagonisti, cioè l’impresa”. Fausto Durante nel suo libro ‘Lavorare meno, vivere meglio’ (Futura editrice) traccia un quadro preciso di come la rivoluzione digitale possa trasformare in peggio le condizioni dei lavoratori.
Scrive Durante: “Spesso il lavoro a distanza, svolto prevalentemente a casa del lavoratore dipendente, non presenta le caratteristiche che dovrebbero contraddistinguere il vero smart working, ma acquisisce il profilo di un’attività senza regole né orari… Negli ultimi anni è cresciuto in modo rilevante il numero di imprese che chiedono ai propri dipendenti di reagire in tempo reale a sollecitazioni ricevute fuori dall’orario di lavoro. In questo modo lo stesso concetto di tempo libero diventa più sfuggente. Si verifica, così, uno degli effetti negativi del progresso tecnologico”.
“L’insorgere della pandemia da covid – prosegue Durante – ha accentuato questo fenomeno. Il lavoro da remoto ha prodotto un aumento di circa il 10% delle ore di lavoro. Uno studio di Oil e Oms evidenzia che nel periodo 2000-2016 il numero di lavoratori interessati da fenomeni di orari di lavoro prolungati sia considerevolmente aumentato, arrivando a circa 500 milioni in tutto il mondo. È da attribuire a orari di lavoro prolungati la causa di circa 750mila decessi per cardiopatie e ictus nel solo 2016, così come sono tutte in aumento, sempre per via di orari di lavoro eccessivi, le percentuali di incidenza di patologie quali osteoartrite dell’anca o del ginocchio, malattie muscoloscheletriche e cardiovascolari, disturbi derivanti da eccessivo rumore e altre condizioni sfavorevoli nei luoghi di lavoro, depressione e consumo di alcol”.
In passato, dalla prima rivoluzione industriale in poi, la tendenza prevalente rispetto alla durata degli orari di lavoro è andata in direzione di una loro riduzione. Nel 1902 il Governo Zanardelli fissò in una legge il limite massimo giornaliero di 12 ore di lavoro per gli adulti e di 11 ore per i minori di 11 anni. Oggi le direttive europee indicano un orario di 40 ore settimanali.
Smart working permettendo, ci sono però dei tentativi di ridurre ulteriormente gli orari di lavoro. Nel 1998 in Francia il Governo del socialista Jospin introdusse la settimana lavorativa di 35 ore, senza diminuzione dei salari. Dal 2018 i metalmeccanici del Baden Wuerttenberg possono lavorare 28 ore settimanali per due anni a parità di salario per esigenze familiari. Possibile anche scegliere di aumentare le ore lavorate da 35 a 40.
Nel 2019 il fondo di investimento neozelandese Perpetual Guardian ha introdotto la settimana di quattro giorni, registrando un incremento della produttività. Anche l’azienda di telefonia scozzese Pursuit Marketing ha scelto la settimana lavorativa di quattro giorni senza riduzioni salariali, ottenendo un incremento di produttività del 29,5%. In Italia i dipendenti della società milanese di consulenza strategica Carter&Benson lavorano già quattro giorni a settimana.
Fausto Durante conclude così il suo saggio: “E’ tempo di rilanciare la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro, è tempo che il sindacato riprenda nelle sue mani una delle bandiere ideali degli albori del movimento operaio, cioè quella di lavorare meno per lavorare tutti e meglio”.
(Luca Mariani)
Lontano dalla vetta – Caterina Soffici  – Ponte Alle Grazie
‘Inciampa’ in un borgo sulle Alpi, a 1700 metri; sotto il ghiacciaio del Monte Rosa e ne resta stregata. Pur amando il caldo e le spiagge del Mediterraneo.
E l’autrice coglie questo momento come un segnale per guardare alla montagna in modo diverso, e non idealizzata, come spesso accade per chi vive e viene dalla città.
A far da cornice a questo ‘diario’, un gregge di capre, molti mirtilli, un branco di lupi, aquile, e alcuni personaggi che sembrano usciti da un racconto fiabesco che consentono alla Soffici di scoprire che si può condurre una vita più semplice e trovare la felicità anche nelle piccole cose. Perché vivere la montagna non è solo conquistare la vetta ma anche assaporare tutto quello che c’è intorno.
 In questo grande racconto di montagna il lettore viene accompagnato per mano tra le balze, i prati o i ripidi canaloni, dove basta poco per cambiare ritmo e vivere come i cittadini hanno dimenticato: camminare, respirare, spaccare la legna, spalare la neve o semplicemente seduti su un masso caldo e godersi il sole. Lo scopo è riappropriarsi di un tempo antico e dilatato. Come da sempre fanno i montanari di tutto il mondo.
(Vincenzo Marsala)
Vita e destino – Vasilij Grossman – Adelphi
“Vivi, vivi per sempre”: perché vivere è il destino dell’uomo. Stalingrado, i lager tedeschi, i gulag sovietici. “Vita e destino” di Vasilij Grossman è il grande romanzo russo del secondo Novecento. Un capolavoro assoluto, un inno alla libertà, un testo imperdibile e fondamentale, in cui l’orrore del secolo breve si intreccia alla storia di decine di personaggi: eroi e delatori, burocrati e scienziati, carnefici e martiri, codardi e impavidi, giovani ribelli e rivoluzionari sconfitti, generali ambiziosi e comandanti pronti a tutto, personaggi storici e personaggi fittizi. Nessuno, però, senza macchia. 
Un viaggio nell’animo umano, capace di concepire il male assoluto ma anche di inaspettati piccoli gesti di bontà, gli unici in grado di costruire il Bene. Non quello eterno che vuole sconfiggere il Male senza curarsi delle persone, ma quello “illogico” degli individui che rivendicano l’irripetibilità di ogni singolo destino umano. Perché in fondo, dice Grossman, “le unioni degli uomini, le loro ragioni, sono determinate da un solo grande scopo: conquistare il diritto degli uomini a essere diversi”.
Per quanto potente, il Male nulla può contro la Bontà. E il Novecento ce lo ha insegnato. “Ho temprato la mia fede all’Inferno. È uscita dal fuoco dei forni crematori, dal cemento delle camere a gas, la mia fede”. Il Bene è innaturale, può essere addirittura minaccioso, quando qualcuno vuole imporlo o lo riveste di dottrina. Ma esiste una bontà di tutti i giorni, quella “dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie”, al di là del bene religioso e sociale. E anche nell’epoca tremenda della Seconda Guerra mondiale, in mezzo alle follie commesse nel nome della gloria di popoli, ideologie o nazioni, non è mai scomparsa, sorta di “granello radioattivo sbriciolato nella vita”. Senza voce, senza senso, cieca, istintiva, forte perché priva di forza. Ma vero segreto dell’immortalità dell’uomo.
(Gianluca Maurizi)
Noi – Evgeniu Zamjatin – Oscar Mondadori
‘Matrioska’ è in stretta correlazione con ‘Russia’. E quando ci si avvicina alla Russia, è facile finirne intrappolati. Già, perché avevo intenzione di parlare de Il mago del Cremlino, di Giuliano da Empoli: sarà il libro dell’anno. Il suo fortunatissimo autore l’ha consegnato nel gennaio 2021 e il libro è uscito in piena ‘operazione speciale di Putin’. Scelta quasi obbligata. 
Invece, invece… la trappola c’era! Una matrioska inattesa: Il protagonista e l’autore si trovano a parlare di un testo di Zamjatin. Ma ne parlano troppo ed è scattata la curiosità. Si apre la matrioska, il mago si accomoda sul comodino e salta fuori il libro di Zamjatin. Scritto nel 1919, cent’anni e non sentirli. 
Il racconto fu il primo romanzo ad essere messo al bando nel 1921 dal Glavit, l’ente sovietico preposto alla censura, sebbene la sua bozza iniziale risalisse al 1919. La posizione letteraria di Zamjatin andò deteriorandosi nel corso degli anni ’20 e nel 1931 gli venne infine concesso di emigrare a Parigi, dopo l’intercessione di Maksim Gorkij presso Stalin. 
Il romanzo fu pubblicato in inglese nel 1924, ma la prima edizione russa giunse solamente sotto Gorbaciov in piena perestrojka, nel 1988. In Italia uscì nel 1955 per la prima volta.
‘Noi’ è il capostipite dei romanzi distopici (anti-utopia) e George Orwell, pur non apprezzandolo particolarmente, riconoscerà di essercisi ispirato per il suo 1984 oltre ad averne recensito l’edizione inglese del 1946. È  un libro attuale sotto tanti aspetti: c’è la critica al totalitarismo (che gli costò il diventare il primo libro vietato nell’Urss), ma anche al fordismo. Ci sono gli effetti sulla vita reale di un Grande fratello, ci sono quelli di una globalizzazione e una standardizzazione vicinissime a quelle operate oggi dai social. 
Il romanzo è nella forma di diario, gli avvenimenti sono qualche millennio avanti rispetto ad oggi, e già questa è una ribellione inconscia del protagonista: uomini e donne di questa società perfetta amministrata dallo Stato Unico non hanno nome, sono ‘alfanumeri’.  
Consonante e cifre per i maschi, vocale e cifre per le femmine. Maschi e Femmine, assoggettati in una società matematicamente perfetta, dove tuttavia qualche cosa o qualcuno fallisce nonostante l’accuratezza dei calcoli. Tutto il mondo di Noi è una macchina sincronicamente perfetta, scandita dalla Tavola delle Ore, con due soli orari della giornata per le attività personali. Gli alfanumeri vivono in case, letteralmente, di vetro, così come trasparenti sono tutti gli oggetti. Le tende si possono chiudere solo per svolgere (letteralmente svolgere, non altro) l’attività sessuale. Anch’essa regolata dallo Stato Unico: non ci sono sentimenti o corteggiamenti. Ognuno può ‘prenotare’ un alfanumero di sesso opposto, riceverà un tagliando rosa da consegnare al prescelto al momento dell’atto.
“Fame e amore sono le due forze che governano il mondo”. Sistemata la fame, con un cibo sintetico derivato dal petrolio cui sopravvive solo lo 0,2% della popolazione dello Stato Unico, tocca all’amore. ”Ogni alfanumero ha diritto di godere di ogni altro alfanumero in quanto bene sessuale di consumo”. La faccenda della procreazione è a sua volta strettamente regolamentata e negata ai maschi e alle femmine che non abbiano i prescritti requisiti fisici. 
Pacificata la popolazione, felice senza l’orpello della libertà e della soddisfazione dei bisogni primari, l’organizzazione politica viene di conseguenza. Il mondo ipercivilizzato in cui vivono le Unità (non si chiamano persone) è  separato dal regno delle fiere e delle piante selvagge dalla gigantesca Muraglia Verde, ed è posto sotto una volta di cristallo. Nessuno avrà mai esitazione a votare (beninteso, pubblicamente, il voto segreto esisteva “per gli antichi”) per il Benefattore. Colui che amministra lo Stato Unico, rieletto 48 volte all’unanimità, a cui nulla sfugge. Il Benefattore è aiutato dai Custodi e procede personalmente alle esecuzioni di quegli alfanumeri che deviano dalla norma. 
Il protagonista, D-503, scrive il diario per raccontare la felicità finalmente conseguita dai cittadini dello Stato Unico e di presentarla alle civiltà extraterresti che la nave spaziale alla cui costruzione D-503 sovrintende, l’Integrale, incontrerà nel suo viaggio. 
Ma intanto è D-503 a incontrare una donna, I-330, che lo scuoterà nelle certezze. Con l’ironia, elemento sconosciuto al povero ingegnere supervisore, soggiogato dalla perfezione matematica della società fino a diventare ingenuo.  Una società la cui perfezione raggiunge il culmine con la scoperta della procedura per eliminare, eradicare dal cervello, la fantasia: tre trattamenti e ogni desiderio sparisce, omogeneizzando tutti.
Totalitarismo (agli albori quando Zamjatin scriveva: Stalin non era ancora al potere e l’Urss è datata 1922), taylorismo e fordismo: meccanizzazione e standardizzazione sono i nemici dell’uomo sono i pericoli che si parano davanti all’umanità Lo scrittore russo non è così visionario da prevedere l’evoluzione dello stalinismo e del comunismo della Corea del Nord, anche se in alcuni passaggi il lettore di oggi la troverà. 
Così come, oggi, si trovano le caratteristiche di alcune procedure diventate abituali e di alcune caratteristiche dei social, per non dire della televisione. 
Una chiave di lettura la offre il curatore, Alessando Niero: “Noi si presta ancora molto bene a una interpretazione più ampia della solita logica di lettura che lo vuole ‘semplice’ anticipatore di un’epoca storica ben definita e anticipatore delle storture del totalitarismo comunista. Non voglio a tutti i costi attualizzare Noi, ma direi che lo si può applicare ai nostri giorni quando a scontrarsi sono concetti molto attuali come ‘omologazione’ e ‘differenziazione’ in chiave di critica verso ogni forma di pensiero dominante (anche in chiave politica, se si vuole). Noi, insomma, può essere una parabola utile a definire ‘noi’, noi di adesso nel nostro vivere quotidiano, un richiamo a non seguire la corrente, a non essere massa, bensì individuo; a identificarsi, quindi, con l’energia di I-330 e non con l’entropia di D-503”. Letto oggi, centotré anni dopo la prima stesura, Noi è un fuoco d’artificio che ci sorprende e potrebbe, nientemeno, svegliarci un po’.
(Andrea Nobili Tartaglia)  
Solo di uomini il bosco può morire – Antonella Cilento – Aboca Editore
Nel corso della pandemia, sfuggendo ai lanciafiamme dell’occhiuto governatore della Campania, Vincenzo De Luca, la scrittrice Antonella Cilento e il suo compagno Paolo hanno scoperto la Foresta di Cuma. La silva gallinarum dei Romani, uno sciupato incanto che resiste a due passi da Napoli, dall’antro della Sibilla e dall’acropoli di Cuma. Luogo sacro dove approdarono gli Eubei e camminò Enea, di cui forse non coglie la magia chi ci viene ad allenare i cavalli o a fare pic nic (lasciando magari plastiche e rifiuti tra le piante).
Magia invece lietamente attinta dall’autrice, che fu bambina di città negli anni Settanta e vide la natura nell’altrove sporadico delle vacanze, filtrato da pediatri lunatici o svogliati, succube di diete per l’infanzia oggi dismesse, lisergici pot-pourri di dolci e carni rosse anche per coloranti, di pesticidi e antibiotici più gli antibiotici “somministrati a ogni febbricola”; era, alcuni di noi se lo ricordano, l’epoca del Rosso Antico, dell’Eternit, dell’euforia industrial-alimentare. Antonella, che fu come quasi tutti i suoi coetanei di allora, non è stata come molti suoi coetanei di oggi, che in pandemia hanno (ri)scoperto poltrone&sofà.
Assecondando un impulso ribelle da Waldgänger, è passata al bosco ricercando la storia millenaria della ‘silva’ nei libri, rivivendola nelle passeggiate e nelle minute percezioni, per capire quanto e come il tempo – ma soprattutto gli uomini – avessero modificato il luogo. Perché, come recita il titolo di questo libro reportage, ‘Solo di uomini il bosco può morire’ (272 pp., Aboca editore, 18 euro): più per le offese patite negli ultimi decenni che per le vicende travagliate dei precedenti tremila anni. Potrà comunicare assai meno di una scrittrice o uno scrittore di talento qualsiasi saggio scientifico o storico, o qualsiasi articolo, perché solo lo scatto emozionale contenuto in pagine come queste ti porta a empatizzare con un luogo, a catturarne suggestioni, ad assumerne nel cuore la salvezza.
Emoziona conoscere la varietà botanica della Foresta, sapere che “cresce su questi pochi chilometri di dune, il rarissimo giglio di Cuma, splendido fiore bianco che spunta d’estate sulla sabbia e d’inverno, cocciuto, sbuca con le sue foglie verdi e spesse lì dove le impronte di cani e umani indicano quante volte è stato calpestato ma, assai peggio, lì dove le plastiche, colorate e seducenti, lo sommergono”. E poi ci sono i lecci, i pini, le querce, i corbezzoli, il mirto e il rosmarino, il ligustro e il sambuco.
Grazie alla prevalenza della natura, la Storia non è più una successione archeologica di eventi ma una simultaneità, una sincronia che apre le porte della scrittura e della lettura ai fantasmi, alle Sibille, ai conquistati e ai conquistatori, alle lingue che si sono parlate tra le dune e il bosco, tra il mare e l’Acropoli. Vedi: adesso stanno tutti quanti qui.
Antonella Cilento doveva scrivere di Cuma ai tempi della “peste” quando “nella società dell’esorcismo degli esorcismi” noi, “dominati dalla paura di aver paura”, ci siamo piegati a diktat assolutisti per questuare assoluzione. E quasi tutti ci siamo raccontati, o peggio abbiamo raccontato tra i sofà e le forestine digitali, accrescendo la distanza dalla natura e dalla consapevolezza intima.  Eppure “niente sarebbe più saggio in questi anni che abbracciare alberi. Cosa rende l’umanità incapace di percepire il mondo in cui esiste?”.
Nei giorni in cui Antonella e Paolo semiclandestini esploravano la Foresta di Enea, Napoli come altre metropoli pareva davvero abdicare alla “conquista mai riuscita a secoli d’invasori, costretti a passare per acquedotti e fogne per entrare, assedianti avvelenati dai propri stratagemmi, bombardieri di mare e di terra, colonialisti, governanti, dittatori”. Pure, loro non avevano schiacciato l’anima di un popolo. Stava quasi riuscendo a farlo proprio poco tempo fa, che peccato sarebbe dimenticarlo, un battaglione di Barbare D’Urso nelle dirette con gli elicotteri a caccia di camminatori solitari su spiagge rese più immense dall’assenza umana. Voi guardavate dai sofà e non era la Cina.
Nella Foresta di Cuma, con un libro così, non si torna per dimenticare né per gettare oltre alla plastica le mascherine usate (a proposito: dove finiscono a miliardi, in quale spazio parallelo del mondo di Greta?). Ci si va per ricordare. Per vedere il giglio che cresce sulla sabbia. Cosa possa simboleggiare, il lettore a questo punto già sa.
(Francesco Palmieri)  
Mercanti di verità – Jill Abramson – Sellerio
Durante gli ultimi 20 anni nel mondo dell’informazione sono successe un mucchio di cose. Le più importanti, in ordine non cronologico: sono arrivati i telefonini intelligenti e i tablet, diventati presto arti superiori supplettivi per miliardi di persone, che hanno abbandonato supporti cartacei per informarsi, preferendo gli smartphone alle edicole.
Nelle case ha preso il potere la televisione via cavo e quella satellitare, e le possibilità di sapere cosa succede nel mondo h24 in tutte le lingue sono aumentate a dismisura. Sono nati i social network, piazze virtuali su cui gli stessi miliardi di persone di prima hanno scelto di vivere per diverse ore della giornata, per condividere attimi di felicità, notizie sulle guerre o i terremoti, commentare nefandezze di regimi politici, denunciare violenze e repressioni, chattare coi compagni del liceo, giocare a scacchi, mostrare foto e video anche di nessun valore, fare tutte queste cose insieme nella stessa giornata, ma non in presenza di altri simili.
Negli stessi 20 anni – anche in virtù di questi pochi avvenimenti citati – il mondo della pubblicità ha subìto almeno due crisi epocali, dopo l’11 settembre 2001 e a seguito del terremoto finanziario negli Stati Uniti del 2008 (la pubblicità da sempre concorre in maniera decisiva a sorreggere l’informazione e le sue economie).
Due decenni nei quali il modo di produrre e consumare informazione è clamorosamente cambiato. Migliaia di giornali, radio e televisioni hanno chiuso i battenti in tutto il mondo, altre migliaia di nuovi media sono nati diventando colossi economici e padroni assoluti delle nostre esistenze.
Jill Abramson, prima donna a diventare direttrice esecutiva (dal 2011 al 2014) del più importante quotidiano del mondo, il New York Times, ha deciso di raccontare questo cambiamento d’epoca attraverso le storie di quattro testate: il NYT, ovviamente, il Washington Post, BuzzFeed e Vice.
Due giornali storici, colonne portanti della libera informazione negli Stati Uniti (e non solo), e due nuovi media, che hanno prima sconvolto il mercato con le loro formule innovative, e poi si sono guadagnate il rispetto dei colossi del giornalismo a colpi di scoop e di audience. Un libro avvincente, ‘Mercanti di verità’ (Sellerio, 895 pagine, 24 euro), e non solo per chi è giornalista o lavora e nel variegato mondo dell’informazione.
Le storie di queste quattro aziende raccontano come siamo cambiati noi, in questi 20 anni, il nostro approccio ai fatti che ci circondano, la nostra propensione a conoscere la verità, a partecipare attraverso i media e i social allo sviluppo delle nostre comunità, in altre parole alla storia del nostro tempo.
Chi sono i mercanti di verità? I grandi media, certo, che hanno modificato l’industria dell‘informazione per sopravvivere prima e tornare a fare profitti dopo, innovandosi e rinunciando, in qualche caso, anche alle regole deontologiche più importanti pur di aumentare i contatti e i ricavi, affidando a programmi di intelligenza artificiale scelte e contenuti (per fortuna non tutti hanno ceduto al primato degli algoritmi per difendere aumentare la base del proprio pubblico).
Ma mercanti di verità lo siamo forse diventati un po’ tutti, anche noi voraci consumatori di news. Perché ci siamo convinti che basta un cellulare con un buon obiettivo per fare televisione, o un account Twitter per diventare giornalisti o opinion leader. Con buona pace dell’informazione professionale, libera e costruttiva, realizzata con regole deontologiche rigorose, bene primario in una società che vuole dirsi democratica e realmente evoluta. Oggi siamo sommersi dalle notizie di ogni genere, ma non è detto che siamo per questo più e meglio informati di quando si comprava il giornale all’edicola, in genere la mattina, tra le 6 e le 9.
(Giampaolo Roidi)  
Glory and bollocks – Colin Brown  – Oneworld Publications
“Non siamo Dei, siamo inglesi, subito sotto gli Dei” spiega, agli indigeni del Kafiristan, Peachy Carnehan, l’avventuriero interpretato da Michael Caine in ‘L’uomo che volle farsi re’. 
La superiorità che gli inglesi si attribuiscono è legata anche alla loro capacità di convincere di ciò il resto del mondo. È un’autopercezione che gli eventi storici successivi al 1945, con la perdita dell’impero coloniale e l’avvento degli Stati Uniti come nuova potenza globale, dovrebbero aver intaccato ma resiste ancora, grazie a una memoria storica che è soprattutto un susseguirsi di formidabili miti fondanti. Colin Brown, tra i più abili giornalisti politici del Regno Unito (prima penna di ‘Guardian’ e ‘Independent’, poi caporedattore al ‘Telegraph’), si è divertito a prenderne alcuni e a demolirli con britannico humor, mostrando ai suoi lettori quanto poco in realtà conoscano gli eventi chiave della storia del Paese.
Gli inglesi prevalsero nella battaglia di Azincourt grazie ai famosi archi lunghi? O semplicemente erano più abili a combattere nel fango che aveva intrappolato i francesi, macellati mentre erano incapaci sia di reagire che di fuggire? Quando Elisabetta I, nel celeberrimo discorso di Tilbury, si disse pronta a perire tra le sue truppe nello scontro con gli spagnoli, sapeva già che la (tutt’altro che invincibile) Grande Armada era stata debellata due giorni prima nella battaglia di Gravelinga? La guerra nelle Falkland fu la dimostrazione di quanto ‘ferrea’ fosse Margaret Thatcher o fu una velleità tardoimperialista che poteva anche finir male?
Il volume di Brown offre risposte spesso sorprendenti ma il suo obiettivo è spingere a ragionare sul mito, non distruggerlo. Perché è importante conoscere i fatti spogliati dagli abbellimenti patriottici ma è altrettanto importante costruire miti, sia per la coscienza che una nazione ha di sé che per la percezione che ne hanno gli altri. Una lezione che agli inglesi nessuno deve insegnare ma dalla quale potrebbero imparare qualcosa quei popoli, come il nostro, che tendono a dipingersi peggiori di quanto siano in realtà.
(Francesco Russo)
 
La Scelta – Walter Veltroni – Rizzoli
“La scelta” di Walter Veltroni è un romanzo che mi ha incuriosito perché indirettamente parla di Manlio Morgagni, il direttore fascista e sansepolcrista dell’Agenzia Stefani che si suicidò dopo il 25 luglio 1943 con la caduta di Benito Mussolini. La sua è una figura complessa e interessante ma non è la vera protagonista di questo libro: lo è invece la guerra che irrompe nella famiglia De Dominicis nella Roma del 1943 e divide il padre, usciere alla Stefani e convinto fascista, dal figlio che si schiera con la Resistenza.
“La scelta” è quella che milioni di italiani si trovarono a compiere drammaticamente in quei mesi, tra ideali e convenienze, ed è diventata di scottante attualità con i dilemmi posti dall’invasione dell’Ucraina a un’Europa che si riteneva immune dalla guerra.
Il libro pubblicato da Rizzoli coglie la fase della disgregazione del fascismo sotto i bombardamenti che colpiscono la stessa Città Eterna. Una disgregazione che arriva anche nella famiglia di Ascenzo De Dominicis: lui, sua moglie Maria e i figli Arnaldo e Margherita si avvicendano come voce narrante per offrire ognuno la propria prospettiva di quell’afoso luglio 1943 segnato dal repentino declino del regime e dalle bombe su San Lorenzo.
Il conflitto più forte è quello tra il padre e il figlio, con Arnaldo che lascia la casa di famiglia per non esacerbare lo scontro politico con il genitore fino a quando non si ritroveranno, sciogliendo nell’amore reciproco le divergenze di visione politica. Perché, come sottolinea Veltroni, solo quando i figli affrontano i padri, e i padri, almeno per un attimo, si ricordano di essere stati figli, è possibile lasciarsi il buio alle spalle, aprire porte e finestre al futuro.
(Davide Sarsini) 
Il peso dei segreti – Aki Shimazaki – Feltrinelli
Leggendo ‘Il peso dei segreti’ di Aki Shimazaki si ha l’impressione di sfogliare pagine terribili di storia recente raccontate dal punto di vista di chi la guerra l’ha persa. Così, quando nei ricordi dei protagonisti, quasi tutte donne sopravvissute all’inimmaginabile, ricorre la bomba atomica lanciata il 9 agosto 1945 dagli americani su Nagasaki, la seconda contro il Giappone dopo la distruzione di Hiroshima, il puzzle di come finì il Secondo conflitto mondiale appare dolorosamente più nitido. “Le vittime erano quasi tutte vittime innocenti. In poche settimane sono state uccise oltre 200 mila persone”, dice la nipote alla nonna. “Che differenza c’è con l’olocausto nazista? È un crimine!”.
 “La guerra è così”, è la laconica risposta dell’anziana. “Conta solo vincere”.
Ma questo è soprattutto un romanzo intimista (o, meglio, una serie di 5 romanzi brevi), a più voci, ognuna indispensabile per svelare i segreti dei titoli. Segreti intollerabili, come lo sono gli amori negati, e devastanti, come le passioni accecate dall’egoismo, che spazzano via tutto ciò che minaccia di ostacolarle.
Con una prosa essenziale, ma mai banale, e di affilata eleganza, l’autrice di origine giapponese – ma che vive a Montreal, in Canada, e pubblica in francese – conduce il lettore a immergersi in un racconto che sprofonda in una spirale, in cui niente è come appare a prima vista. Ogni storia porta nomi che – lo si comprende solo alla fine – sono una sorta di sigillo di ogni segreto. Da ‘Tsubaki’, le camelie, a ‘Hamaguri’, conchiglie, da ‘Tsubame’, rondine, a ‘Wasurenagusa’, fiori azzurri, nontiscordardime, per chiudere con ‘Hotaru’, le lucciole. Simbolo, quest’ultimo, ambiguo, di seduzione, ma anche di anime inquiete. “E’ una lucciola, l’ho presa per te”: è il regalo che prelude alla perdita dell’innocenza e che finirà per segnare, a cascata, i destini intrecciati dei protagonisti, tra abbandoni, lussuria e delitto. Sullo sfondo di una tragedia epocale.
(Roberta Secci)  
La luna e i falò – Cesare Pavese – Einaudi
“Quando sei arrivato?”. “E quando te ne vai?”. Nei paesi del Sud, e nella mia Calabria in particolare, nella stagione estiva, ma anche nelle feste comandate, queste due domande sono tra le più diffuse. A chi arriva per una vacanza, a chi rientra per qualche problema in famiglia. A molti la cosa infastidisce, e non poco.
Da alcune settimane capita anche a me, ma non provo alcun fastidio. Anzi. Vivo e lavoro a Roma, rientro almeno una volta al mese e trovo queste domande il segno evidente di un affetto particolare da parte di parenti, amici, conoscenti. Il segno di un legame forte con la comunità di origine, con il tuo paese. Questa situazione, e un film (Made in Italy di Ligabue) rivisto in una delle tante notti insonni a causa del grande caldo, mi hanno fatto riprendere in mano il libro “La luna e i falò”, di Cesare Pavese, e riguardare i passaggi sottolineati, quasi sempre legati al ritorno, ai luoghi dell’infanzia. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via – scrive Pavese – un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Il libro racconta la storia di Anguilla, che dopo tanti anni passati in America, a cercare e trovare fortuna, torna nel suo paese natale, Santo Stefano Belbo, nella Langhe, alla fine della guerra. Abbandonato in fasce e adottato dai contadini Padrino e Virgilia, per le cinque lire mensili che spettavano a chi adottava, era andato a lavorare giovanissimo, in seguito alla perdita della vigna di famiglia, nella fattoria della Mora, dal signor Matteo e le sue tre figlie: Irene, Silvia e Santa. Ritrova un paese praticamente identico, dove tutto è diverso. Gli odori e i rumori sono quelli di sempre, le persone della sua infanzia, però, non ci sono più.
Il libro è un lungo viaggio nei ricordi della guerra, di una civiltà contadina ormai scomparsa, nelle storie incredibili di molte persone che abbiamo conosciuto, e probabilmente amato. Il protagonista, dopo tanti anni di assenza, ritrova casa sua ma si sente estraneo, ritrova i simboli della sua infanzia che non hanno più lo stesso valore di un tempo. Nel libro ci sono i temi sempre al centro dei lavori di Pavese: la memoria, il viaggio e il ritorno a casa. E una domanda, forse ancora oggi rimasta senza risposta: bisogna tornare nei posti dove si è stati felici?
(Rosario Stanizzi)  
Il Presidente – Georges Simenon – Adelphi
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Veramente. Perché il libro che invito a leggere si intitola “Il presidente” ed è naturale il sospetto che si voglia parlare dell’attualità politica italiana, visti gli avvenimenti di questi ultimi sei mesi. Ma è un sospetto fuorviante, ve lo assicuro. 
Il libro pubblicato da Adelphi, infatti, è scritto da uno dei più noti, ruvidi e prolifici scrittori di lingua francese: il belga e cosmopolita Georges Simenon. E il Presidente raccontato nelle 155 dense pagine del libro è un personaggio francese, della prima metà del Novecento, rigorosamente inventato di sana pianta. Alcuni vi hanno intravisto i tratti di Georges Clemenceau e altri quelli di Aristide Briand, ma Simenon racconta, con pochi accenni alla storia vera di quegli anni, la parabola politica e umana di un ex potente, che piano piano comprende quanto la sua uscita di scena sia ormai irreversibile.
Il romanzo narra le trentasei drammatiche ore che portano da una crisi di governo (davvero l’attualità politica non c’entra nulla, non siate maliziosi!) alla formazione di un nuovo esecutivo guidato da un ‘giovane’ leader rampante dalla moralità forse non specchiatissima. Con un guizzo da sperimentato giallista Simenon introduce un tocco di intrigo noir e un pizzico di spy-story, ma la vicenda del Presidente Emile Beaufort è soprattutto la potente e secca analisi della fine di un uomo potente. Con i suoi pregi e i suoi limiti, con la crescente consapevolezza che la solitudine smette di essere una scelta e diventa destino.
Una riflessione che supera la cronaca, pecca forse di un po’ di antipolitica, ma spiega alcuni dei meccanismi della vita pubblica di ogni paese democratico. Se non ne avrete già abbastanza della politica dopo questi ultimi tormentati mesi, se non siete già inseguiti dalla campagna elettorale anche sotto l’ombrellone o sul sentiero alpino, vale la pena perdere qualche ora a leggere questo giovane-vecchio romanzo.
Per gli amanti del bianco e nero e delle ricerche cinematografiche al limite dell’impossibile, il romanzo è divenuto anche un film, interpretato da una copia d’assi d’oltralpe: l’immancabile e tormentato Jean Gabin e il raffinatissimo e poliedrico Bernanrd Blier. 
(Barbara Tedaldi) 
 
Patrimonio. Una storia vera – Philip Roth – Einaudi
Arriva un momento nella vita dove ci si ritrova a dover fare i conti con la durezza del tempo che passa e, inevitabilmente, trasforma i genitori che erano giovani e forti in anziani e malati.
‘Patrimonio. Una storia vera’ è un romanzo autobiografico di Philip Roth dove ci viene raccontato l’ultimo percorso di vita del padre, Herman, colpito a 86 anni da un tumore al cervello.
L’autore si ritrova, d’un tratto, ad accudire il genitore, a prendersene cura proprio come da bambino il padre faceva con lui.
Il brutto male avanza quotidianamente prima deturpando il volto del padre e poi rendendolo a poco a poco sempre meno autosufficiente. Il dilemma se sottoporre l’anziano genitore malato a due delicatissimi interventi chirurgici in testa tormenta l’autore che si ritrova a dover prendere decisioni cariche di responsabilità.
Mentre la fine della vita si avvicina la memoria ritorna a vecchi episodi familiari, ai sentimenti passati. Ad un padre che è sempre stato duro e tignoso, poco legato agli oggetti materiali e che, proprio per questo, lascia al figlio un ‘patrimonio’ di soli ricordi, gli unici che danno un senso alla vita e che passano da una generazione all’altra.
L’autore prende consapevolezza che proprio prendersi cura in questa fase di fragilità dell’anziano genitore è la vera eredità che porterà con sé fissando nella mente ogni attimo trascorso insieme.
Il padre per l’ultimo viaggio è raffigurato come una grossa nave da guerra ormai in disarmo, un relitto trascinato solo dalla corrente verso il porto di origine.
Philp Roth descrive la malattia del padre in maniera minuziosa, in ogni dettaglio, anche quelli più intimi. Una maniera per esorcizzare il dolore e che mette in risalto la volontà che ha di proteggere il padre da quest’ultima battaglia che il destino gli ha messo davanti.
(Paolo Tripaldi)
L’Arte della gioia – Goliarda Sapienza – Einaudi
Negli anni ’70 del secolo scorso, i principali editori decisero uno dopo l’altro di non pubblicare un romanzo che, nel successivo millennio e molti anni dopo la morte dell’autrice, sarebbe diventato un successo dapprima all’estero e poi, finalmente, anche nell’Italia di cui narra le vicende. Basterebbe questo ad attirare l’interesse degli amanti dei libri: ma la lettura dell’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza è appassionante al di là della sua tormentata storia editoriale.
Figlia di quella che all’epoca si chiamava “libera unione” di due genitori speciali come l’attivista e scrittrice Maria Giudice, che aveva avuto già 7 figli da una precedente relazione, e l’avvocato e parlamentare siciliano Giuseppe, a sua volta già padre di almeno tre figli, Goliarda nacque nel 1924. Aveva già alle spalle una vita intensa di intellettuale e attrice, con una piccola parte nel film Senso di Luchino Visconti, quando intraprese, già quasi cinquantenne, quella che considerava la grande opera della sua vita.
Per diversi anni si chiuse ogni mattina nella mansarda della sua casa nel quartiere Flaminio a Roma, per raccontare la storia di Modesta, un’eroina che smentisce il suo nome fin dalle prime pagine: sensuale, spregiudicata anche oltre l’accettabile ma al tempo stesso adorabile, e nata nella campagna siciliana il primo gennaio 1900, una data simbolica che ne fa l’ideale testimone delle vicende del secolo. La sua vita è costellata di colpi di scena, a partire dal salto sociale che dalla povertà affamata di una famiglia disgraziata la proietta, dopo una parentesi formativa in convento, nei palazzi e biblioteche della più opulenta aristocrazia siciliana.
Il risultato di tanti anni di scrittura nelle ristrettezze economiche non fu capito dagli editori dell’epoca, che rispedirono il manoscritto alla mittente causandole una tale frustrazione da spingerla a compiere un atto estremo, un furto di gioielli in conseguenza del quale sarebbe finita brevemente a Rebibbia. 
Convinta del valore del suo capolavoro, Goliarda Sapienza provò addirittura a interessare l’allora presidente della repubblica, Sandro Pertini, che aveva conosciuto durante la Resistenza e che il padre aveva aiutato a fuggire dal carcere assieme a Giuseppe Saragat nel 1944. Ma neanche l’intervento del capo dello Stato smosse i responsabili editoriali dal loro pregiudizio sul romanzo e sulla sua protagonista. Sarebbe stato pubblicato solo dopo la morte dell’autrice, scomparsa a 72 anni nel 1996, dal suo compagno, Angelo Pellegrino, a sue spese e in poche copie.
Una decina di anni dopo, un’editor tedesca lo legge, se ne innamora, lo pubblica nel 2005 e lo segnala a una collega in Francia, dove esce lo stesso anno; in Spagna due anni dopo.  L’elevato costo della traduzione (sono oltre 500 pagine di testo nella versione Einaudi, ch lo pubblica nel 2008) viene ripagato dal successo internazionale.
(Francesca Venturi)
 

AGI – Quest’anno leggo almeno un libro durante le ferie, se riesco due, sto meno col cellulare in mano, promesso. Il proposito è sempre lo stesso, tutte le estati. Romanzi, saggi, poesie, in formato cartaceo o digitale non importa, almeno un libro in valigia va messo con convinzione e fiducia. Ovviamente la migliore intenzione vale anche per chi resta in città, e magari avrà più tempo libero e meno lavoro da sbrigare.

Agosto è il momento giusto per recuperare il tempo perso durante il frenetico inverno e leggere non più solo mail o messaggi Whatsapp. Ecco allora alcune ‘proposte’ di lettura messe insieme dai giornalisti dell’Agi. Libri non per forza di recente uscita o vincitori di premi letterari, ma titoli che hanno lasciato un segno e meritano una segnalazione.

 

No dream. Una mappa (mentale) dell’America verso il Midterm – King, Miller, Fang Fang, Mc Carthy, Melville, Auster

L’Italia è avvolta nella bolla della campagna balneare, è tutto un al voto! al voto! e, ça va sans dire, siamo soli nell’universo, tutto il resto del mondo “ce rimbarza”, esiste solo l’Italia divisa in micro-sultanati dove i cacicchi apparecchiano il consenso. Eppur si muove, quel mondo, soprattutto l’America che tra qualche settimana farà rombare più forte il motore della sua campagna elettorale, quella del voto di mid-term (8 novembre), il preludio di America 2024, il rally per la Casa Bianca. 

Per sapere, per capire cosa sta accadendo in America la cronaca non basta. Bisogna viaggiare, fare l’esperienza dell’immenso spazio che è ranch e grattacielo. Studiare, cavalcare e volare, leggere. Seguire la mappa del romanzo, le premonizioni della scrittura, fari nel buio.

L’America a mano armata, la cronaca di ogni giorno, la sventagliata automatica, l’immagine di un luogo sospeso nell’incubo di un eterno regolamento di conti. L’America incastrata nel saloon, sulla via polverosa di Tombstone, con la Bibbia, la forca e la Colt a regolare il conto tra vita e morte. 

Flashback, Charlottsville, 12 agosto 2017, cinque anni fa, un’auto s’abbatte sulla folla, la corsa feroce di un oggetto che sembra uscito da una sceneggiatura dell’orrore, la prima pagina del Daily Progress, nella memoria si fa largo ‘Christine, la macchina infernale’, il libro di Stephen King, il film di John Carpenter. È l’indagine nell’incubo letterario che svela la distopia della mente americana, il trauma.

L’America è smarrita nella fine dell’innocenza, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Dallas, 22 novembre 1963. Ancora lui, Stephen King, un libro, una data sul calendario: 11/22/63. Un viaggio nel tempo, un ultimo tiro di dadi sul tavolo verde  della storia che squaderna i suoi (im)possibili finali alternativi, stratagemmi letterari, giochi d’illusionismo. King riscrive la storia dell’assassinio di JFK, catapulta ipotesi, epiloghi, un salto spazio-temporale che serve a modificare la storia: impedire l’uccisione di Kennedy a Dallas. Siamo tra l’alba e il tramonto, nell’ombra e nella folgore di William Blake, nella terra desolata (T.S. Eliot) dove risuona il “This is the end / Beautiful friend / This is the end / My only friend, the end” cantato da Jim Morrison. Addio, innocenza. Arrivederci, America.

Jake Epping è un professore che abita a Lisbon Falls, nel Maine, e fa una scoperta sconvolgente: nella tavola calda del suo amico Al c’è un passaggio – la “Tana del Bianconiglio” – che conduce in un altro tempo, nel passato, anno 1958. Cinque anni prima quell’attimo in cui Lee Oswald preme il grilletto del suo fucile di precisione, 11/22/63. Eccola, la grande opportunità per cambiare la storia. Salvare Kennedy. Deviare il treno del tempo, metterlo su un altro binario e vedere che succede. Jake e il suo amico Al Templeton si cimentano nell’impresa. Si può cambiare la storia? A voi la scoperta. Nelle pagine di King sibila il serpente di Nietzsche, il tema dell’eterno ritorno. Che viaggio. 

Interrogarsi sul presente significa mettere insieme le tessere del mosaico, spesso brillano nei luoghi meno frequentati: i libri, la poesia appartata in angoli sempre più remoti delle librerie, il cinema con le sue visioni e premonizioni. 

L’America raccontata, vissuta, il prossimo viaggio, tra le palme di Ocean Drive e i campi petroliferi del Texas, i mantelli di girasoli dell’Ohio e le torri di New York, lo Studio Ovale, l’Air Force One, il Presidente. Quanto immaginario sversato, tracimazioni, righe e pixel di storia e futuro. È quello che Henry Miller chiamò ‘L’incubo ad aria condizionata’, un American Dream sfiammato, un bruciatore di sogni, quello dove “i ciechi guidano i ciechi. È il sistema democratico”. 

Pensavamo di aver visto tutto l’incubo (e noi non abbiamo visto niente, il campo di battaglia dell’umanità fu il sangue di altre generazioni) poi è arrivato un virus dalla Cina. E tutto è cambiato, accelerato, compresso. In ‘Wuhan Diary”, opera in presa diretta di Fang Fang, – sessanta giorni, sessanta puntate pubblicate online poi diventate libro, pubblicato in Italia da Rizzoli – c’è il racconto della pandemia: “Quello che è successo ha fatto sì che Wuhan diventasse il punto focale dell’intera nazione, ha fatto sì che la città venisse chiusa, che gli abitanti di Wuhan venissero sottoposti a pregiudizi e che io venissi messa in quarantena qui in questa città. Oggi il governo ha emesso un altro ordine: a partire dalla mezzanotte di oggi, a tutti i veicoli a motore è vietato circolare nel quartiere del centro di Wuhan. Ed è proprio qui che io vivo”. L’isolamento totale dal mondo, la zattera della scrittura, sommersi e salvati. E siamo qui, in attesa del lockdown cinese che diventa nostro, la scarsità immanente, il nolo che diventa metro dell’indisponibile sullo scaffale del centro commerciale, il mondo piccolo, il mondo chiuso. Esaurito, come a un certo punto di questa storia è stato per il latte in polvere in America.

Cosa succede a un’umanità che si dissipa, si estingue, declina? La fine di tutto e la lotta tribale per la sopravvivenza sono la danza macabra di “The Road”, capolavoro di Cormac McCarthy, ci sono alberi morenti, terre aride, cieli sempre grigi, il viaggio di un uomo e un bambino, un padre e un figlio in cerca di un approdo, nuova vita, lontano dall’uomo-lupo che mangia altri uomini perché il cibo è finito. I resti di una civiltà spazzata via da un colpo improvviso della storia di cui nulla si sa. Un maestro della fiction americana che ti lascia dentro l’inquietudine della fine, la speranza e il sacrificio estremo per il domani di una nuova vita. McCarthy con questo libro ha vinto il premio Pulitzer, il regista John Hillcoat ne ha tratto un bel film. Ancora l’incubo. Tutti contro tutti. 

Precipitare è un battito d’ali di farfalla. Quando la pandemia sembrava un abisso senza ritorno (l’epidemia anticipata nel libro ‘L’Ombra dello scorpione’) King confessa a un cronista: “Ho un po’ paura per il cibo”. La fine della vita, il benessere fragile, mai per sempre, conquista di ogni giorno.

La paura esorcizzata e addomesticata dalla letteratura, le pre-visioni, potenza del romanzo che da Moby Dick è navigazione, caccia. Un solo Melville. Ma quanti Achab? E quante Americhe, figliolo? Tante, forse troppe. ‘The Mandibles’ è il racconto del dissesto di una famiglia americana scritto da Lionel Shriver nel 2016, un bagliore sugli schermi di Wall Street in un orizzonte degli eventi che si dispiegano dal 2029 al 2047. Un altro balzo nel futuro. E un’ombra che s’allunga sul presente, mentre il dollaro e l’euro viaggiano sulla parità, un evento coltivato nell’immaginario, temuto dall’Occidente, desiderato dal nemico: il collasso del dollaro. Uno scenario tutt’altro che fantastico, il desiderio di Cina e Russia, le parole di Putin e Xi che echeggiano nei vertici dei paesi Brics, la fine del dollaro, un nuovo ordine mondiale. Nelle pagine di “The Mandibles” evaporano insieme patrimoni e illusioni. E in fondo abbiamo visto cosa succede, il prequel è già andato in onda durante la pandemia, 40 milioni di americani in fila per il sussidio. E oggi l’inflazione che galoppa e la pompa di benzina che toglie il sonno a Biden. Cash & Crash. Dove finisce la fiction e dove comincia la realtà?

Il sogno americano non c’è più. Sulla mappa dell’immaginario c’è un paese spezzato dove si combatte, corroso dalle ‘Culture Wars’, il presagio di una seconda guerra civile americana. È il romanzo onirico di Paul Auster, “Man in the dark”, l’insonnia in una trincea che diventa realtà. La guerra in Iraq (2003) non c’è mai stata, le Torri Gemelle (2001) non sono mai crollate. Le elezioni del 2000 sono sfociate in una nuova guerra di secessione. E Owen Brick si risveglia in un’altra dimensione con una divisa, il conflitto sul suolo americano e una missione da compiere: uccidere l’uomo che guida la guerra con i suoi sogni. “Tu sei un assassino” è il messaggio che riceve. Brick è incredulo: “Un assassino?” La risposta è semplice: “Questo è, assassino. Ma io preferisco usare la parola liberatore”. Brick deve uccidere un uomo. E perché quest’uomo deve morire? Perché tutto quello che accade o deve accadere è nel suo cervello. Eliminata la mente, svanisce la guerra.

Cosa pensa e fa l’America è il rebus dell’imminente futuro. L’inverno sta arrivando. Presto sarà domani, oggi possiamo viaggiare nel tempo con i libri. Buona lettura.

(Mario Sechi)

 

The Local – Joey Hartstone – Doubleday

Solo qualche mese fa, il procuratore generale del Texas Ken Paxton ha citato in giudizio Meta, la società che controlla Facebook, con l’accusa di utilizzare strumenti per il riconoscimento facciale che violano le leggi sulla privacy dei dati biometrici degli utenti. E questa causa miliardaria è stata intentata presso il tribunale federale di una piccola città dello Stato della Stella solitaria, Marshall, a 50 chilometri dal confine con la Louisiana.

Giorni fa, lo stesso tribunale ha respinto un ricorso di Apple contro Ericsson sui brevetti per la rete 5G. Siamo nell’America del Sud, quella profonda, nello Stato del petrolio che per 13 anni è stato la mia casa, conservatore, con grandi città liberal e tra le più multiculturali del Paese, oltre che all’avanguardia mel settore medico e tecnologico. Intorno al tribunale di Marshall, un piccolo centro con 23 mila abitanti, capitale dei processi sulla proprietà intellettuale (per la velocità delle sentenze e l’entità dei risarcimenti), si snoda il giallo di Joey Hartstone “The Local”, un “legal thriller” nel solco di John Grisham prima maniera, avvincente e già ‘proiettato’ sul grande schermo.  Hartstone è lo showrunnner della serie tv “Your Honor”.

Il protagonista di “The Local” è un avvocato “locale” di Marshall, James Euchre.  Il suo nuovo cliente è Amir Zawar, un amministratore delegato di grido costretto a difendere la sua società dalla violazione di un brevetto software. Una sera tardi, dopo un acceso confronto durante un’udienza preliminare, il giudice Gardner viene trovato morto nel parcheggio del tribunale. Tutti gli indizi portano a Zawar: ha il movente, ha l’opportunità e non ha un alibi.  Inoltre, è un estraneo, un ricco uomo d’affari pakistano-americano, figlio di immigrati, accusato di aver ucciso un amato eroe della città e mentore del protagonista.

Zawar sostiene la sua innocenza e chiede a Euchre di difenderlo. Euchre è combattuto ma prevale la voglia di ottenere risposte definitive.  Accetta il caso di difesa penale,  in una città in cui tutti lo conoscono. Più scava in profondità, più teme di mandare un innocente nel braccio della morte o di liberare un assassino. Un viaggio nel mondo giudiziario della provincia americana, un noir nel più controverso degli Stati americani, quel Texas che per dirla con John Steinbeck, “è uno stato d’animo”.

(Rita Lofano) 

La strategia dell’Opossum – Roberto Alajmo – Sellerio

Da tempo il giallo italiano ha smesso di essere­ semplicemente una storia di intrigo e mistero, di sbirri e delinquenti, di delitto e castigo. Camilleri ha sdoganato la letteratura di genere (vale tanto per il giallo quanto per il thriller e il noir) caricandola di istanze che in origine non le appartenevano: storiche, sociali, persino politiche e ideologiche e ha messo in moto un meccanismo che è andato oltre il solco tracciato dalle storie del commissario Montalbano.

Su questa traccia si è incamminata una pletora di scrittori siciliani: alcuni giallisti puri come Giorgio Glaviano e Salvo Toscano, ma anche autori che con il crime non avevano mai mostrato troppa confidenza, come Gateano Savatteri e Roberto Alajmo.

Non per spocchia, si badi bene: da De Roberto e Natoli in poi gli scrittori siciliani hanno mostrato di saper sposare la letteratura popolare (nel senso di letteratura di successo) per raccontare qualcosa che va oltre. Questo percorso non si è mai interrotto e anzi si è evoluto fino al punto che non solo la storia gialla, ma anche il ‘messaggio’ (perdonatemi questa orribile espressione) più profondo sono diventati irrilevanti e inutili. Il meccanismo del crime è diventato un pretesto per rendere appassionante un affresco che altrimenti di appassionante non avrebbe nulla. Per dirla in parole semplici: rendere personaggi di una mediocrità disarmante protagonisti di una storia degna di essere raccontata.

In questo è un maestro Roberto Alajmo, forse l’autore siciliano contemporaneo più brillante, capace di straordinari affreschi sociali come ‘Palermo è una cipolla’ o ‘L’arte di annacarsi’, ma anche di inchieste giornalistico-narrative come ‘Notizia del disastro’ (appello agli editori: è ora di ripubblicare e anche in fretta questo titolo). Con due brevi romanzi usciti a distanza di un anno l’uno dall’altro per i tipi di Sellerio, Alajmo si è cimentato nel giallo, ma non con l’intento di inseguire una moda o un mercato, né – mi piace credere – con lo stesso spirito con cui grandi attori si prestano a kolossal zeppi di supereroi.

Lo ha fatto perché il mondo che gli piace raccontare – e un romanzo di qualche anno fa come ‘È stato il figlio’ ne è la prova – è quello dei mediocri. Nessuna intenzione pasoliniana, sia chiaro: nelle pagine di Alajmo non ci sono né le periferie degradate né il peggio dell’umanità. Non ci sono né le sommità, né gli abissi dell’animo umano, ma quella medietas che rappresenta la stragrande maggioranza incapace di atti estremi – eroici o aberranti – anche quando le condizioni lo richiederebbero o lo favorirebbero. Personaggi che non ambiscono ad altro che ad andare a dormire con la stessa disposizione d’animo con cui si sono svegliati la mattina, senza che nulla turbi la loro routine. La loro vita mediocre non è vissuta come tale, ma come unica possibilità di sopravvivenza in un mondo in cui qualunque scatto – di orgoglio, di indignazione o anche solo di ira – non può portare altro che la distruzione di quell’equilibrio e quindi alla rovina.

Il format adottato da Alajmo con ‘Io non ci volevo venire’ nel 2021 è stato perfezionato ne ‘La strategia dell’opossum’, pubblicato a maggio di quest’anno. Un giallo, si diceva, con tanto di mistero da risolvere – in un caso un delitto, in un altro una sparizione – ma sullo sfondo un elemento di novità: nessuno che abbia realmente intenzione di venirne a capo. Non i committenti dell’indagine, né gli improbabili personaggi che sono chiamati a indagare. Perché, allora, il circo di personaggi che troviamo in entrambi i romanzi si mette in moto proprio malgrado?

Non è importante saperlo, perché – parafrasando i viaggi che piacevano a Eliot – non è la soluzione che conta, né il delitto e nemmeno quello che c’è in mezzo, ma solo quello che c’è intorno. Che in questo caso non è l’esotica Vigàta né la colorita e sensuale compagine di personaggi di Camilleri, ma la modesta Partanna, appendice della più celebrata Mondello, con una carrellata di personaggi che ricordano le meste figure dei circhi scalcagnati, in cui ognuno si sforza di interpretare il ruolo che gli è stato affibbiato, ma lo fa senza troppa convinzione.

Così a fare da contraltare al disagiato Giovà troviamo lo Zzù, un mafioso di piccolo cabotaggio. Le loro aspirazioni sono così simili da sovrapporsi: uno vuole continuare a ingozzarsi di pizzette e poltrire senza scopo così come l’altro vuole continuare a governare nel suo modesto quartiere senza mai alzare il deretano dalla postazione di fronte a un baretto da due soldi.

E, intorno, la Palermo che nessuno mai racconta, quella in cui gli eroi sono così lontani da non essere nemmeno contemplati, il desiderio di riscatto non ha indirizzo di residenza e il vento del cambiamento non si leva mai, lasciando l’aria a stagnare in un’attesa quasi beckettiana. Uno spettacolo che sarebbe desolante se Alajmo non lo raccontasse con una verve che strappa a ogni pagina sonore risate, facendoci innamorare di Giovà e della sua indolenza, dei modi di dire che ogni palermitano riconosce come propri e persino della scarsa convinzione con cui lo Zzù veste i panni del cattivo. Una situazione in cui la comicità del racconto risiede nella sua profonda autenticità: in quel modo che certi siciliani – e in particolare certi palermitani – hanno di trascinare la propria esistenza, insipida come le minestre che prepara la madre di Giovà e animata da brevi intensi piaceri clandestini che non turbano – perché non devono turbarla – la tranquilla passeggiata della vita: senza nuocere né essere nuociuti.

(Ugo Barbàra)

 

Le notti senza sonno – Gian Andrea Cerone – Guanda

Febbraio 2020. Mentre il mondo comincia a conoscere la pandemia che ne cambierà la storia, la routine di Milano viene rotta dal macabro rinvenimento di alcuni resti umani in un cassonetto. Solo il primo di una serie di colpi di scena che segneranno otto serratissimi giorni di indagini vissuti nella caccia a quello che sembra essere un serial killer di donne e che presto si trasforma in una discesa agli inferi della più inimmaginabile malvagità umana.

Per “Le notti senza sonno”, suo esordio nella narrativa, Gian Andrea Cerone sceglie il più estivo dei generi, il thriller, e lo reinterpreta con uno stile vivacissimo, quasi cinematografico, portando sulla scena di una città livida e spietata l’Unità di analisi del crimine violento, i suoi innovativi metodi di lavoro ma soprattutto i suoi uomini e le sue donne: il commissario Mandelli, poliziotto innamorato del mestiere e della moglie Isa, ‘metà’ serena di una vita vissuta a contatto del male; l’ispettore Casalegno, sciupafemmine e impulsivo, tutto intuito, esperienza e vocazione – spesso pericolosa – all’azione; la dottoressa Sileri, affascinante anatomopatologa che negli esami post mortem cerca il senso profondo della sua missione, “regalare un finale di verità a una storia tragica”.

Toccherà a loro, e ai colleghi della questura, mettere assieme con pazienza le tessere di un puzzle complicato anche dall’efferato omicidio di un famoso commerciante di preziosi durante una singolare rapina. Non sarà facile, e nel confronto con criminali mossi da pulsioni deviate o da sete di guadagno più di uno metterà a rischio anche la propria vita: ma dal tourbillon di bugie, depistaggi, minacce, alibi apparentemente inattaccabili ed inseguimenti emergerà la ‘chiave’ del giallo. Anticamera di una soluzione imprevedibile. 

Gian Andrea Cerone, savonese e milanese d’adozione, ha una lunga esperienza nell’ambito della comunicazione istituzionale e dell’editoria tradizionale, televisiva e digitale. Il battesimo de “Le notti senza sonno” è tanto fortunato da lasciar facilmente prevedere che questo non resterà l’unico caso della sua squadra di poliziotti.

(Stefano Barricelli)
 

Il metodo Spreco Zero – Andrea Segrè – Rizzoli

Una settimana per imparare a non buttare più il cibo con benefici per l’ambiente (meno costi per raccolta e smaltimento) e anche per il portafoglio.

“Il metodo spreco zero” di Andrea Segré – docente all’Università di Bologna da anni impegnato a combattere lo spreco alimentare – attraverso consigli pratici e dati scientifici delinea una “rivoluzione alimentare”(a suo dire non impossibile da attuare) a partire dal carello della spesa, poi la scelta degli imballaggi, la ‘scoperta’ del frigorifero, l’arte del cucinare e il ‘recupero’ degli ‘scarti’ trasformati – attraverso ricette ‘magiche’ – in gustosi piatti.

Così, forte di ‘cattive abitudini’ mi sono immerso nella lettura di questo ‘manuale circolare’ (riemerso dagli scatoloni di un recente trasloco) e ho scoperto di avere molti più comportamenti pro-spreco di quelli che pensavo. Stavo per abbandonare la lettura – un pò scoraggiato – quando (da amante del vecchio taccuino) la frase “la rivoluzione passa per una penna” (pag 88) mi ha indotto a non mollare. Infatti, il primo passo  – secondo Segrè – è compilare una lista della spesa a casa per pianificare e ottimizzare gli acquisti: la valutazione di ciò che abbiamo e quello che manca e un’attenta lettura delle etichette ci permetterà di evitare di ritrovarci con prodotti scaduti destinati al cestino. Altro consiglio: mai fare la spesa a digiuno perché (dice la scienza) il cervello “è più predisposto ad acquisti compulsivi e di prodotti ipercalorici”.

In effetti è così. Mi capita spesso di fare razzia di prodotti al supermercato, spinto dalla fame, con il solo pensiero di arrivare a casa il prima possibile per placare il mio stomaco. 
    Ogni giorno – si spiega nel manuale – buttiamo 100 grammi di cibo a testa che diventano 37 kg pro-capite e 85 kg a famiglia ogni anno: un valore per ogni nucleo familiare di 450 euro. Una cifra a livello nazionale che raggiunge gli 11,8 miliardi di euro annui. Più di una finanziaria.  

Prima nella  ‘hit parade’ degli sprechi c’è la verdura (24,9% sul totale) seguita da latte e latticini (17,6%), frutta (15,6%), prodotti da forno (11,6%).  

Per ridurre lo spreco occorre un’attenta lettura delle etichette. “Da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”: un avverbio fa la differenza. La prima indicazione indica una data di scadenza dopo la quale potrebbero esserci ripercussioni per la salute mentre la seconda informa sul tempo minimo di consumo entro il quale il prodotto conserva al meglio le sue caratteristiche organolettiche (sapore, odore, colore). Esempi: il pane diventato secco, i biscotti poco croccanti, il caffè senza profumo.
Anche il supermercato è un mondo da scoprire ‘costruito’ ad hoc per invogliare gli acquisti (anche quelli non necessari). Sugli scaffali i prodotti ad altezza occhi sono i più venduti; mentre sopra e sotto ci sono i prodotti ‘follower’. Il cosiddetto ‘primo prezzo’ (prodotti meno costosi) sono di solito a livello terra. (AGI)

Rientrato a casa – borse e borsoni, casse di acqua in bottiglie di plastica (errore, Segré consiglia quella di rubinetto per produrre meno scarti) il mio pensiero è solo quello di buttarmi sul divano e stipare velocemente in frigo tutti gli acquisti. Altro errore.

Il frigorifero non è un blocco unico – apprendo dal manuale – ma funziona a strati e disporre gli alimenti nel ‘cassetto’ sbagliato significa accelerarne il processo di deperimento. Ecco uno schema veloce: frutta e verdura crude nei cassetti in basso (al di sotto degli 8 gradi); nel ripiano appena sopra (il più freddo) i cibi come il pesce che richiedono le temperature più basse; a salire i cibi cotti, i latticini, i formaggi, le conserve e le marmellate. Nello sportello vanno posizionati i prodotti che necessitano di una refrigerazione meno spinta come le bevande, i sottoli e i sottaceti. Oltre alle uova, non andrebbero conservati in frigo altri alimenti come le banane (che anneriscono velocemente al freddo) gli agrumi e il pane (perde altrimenti la sua fragranza).

Lo spreco del cibo è legato in sintesi a due fattori: quando non lo cuciniamo in tempo o quando ne cuciniamo troppo. La cena con gli amici è la regina degli sprechi. L’ansia di non saziare gli ospiti spesso ci spinge a mettere in tavola troppo cibo che poi finisce (purtroppo) nell’immondizia. Nel libro si propone così la formula del “menù modulare”. Primo modulo: gli alimenti sfiziosi che deperiscono in fretta.  Secondo modulo: i prodotti che si possono consumare anche nel pasto successivo. Terzo modulo: il cibo da servire se si ha ancora fame.

Nel concreto: poco antipasto (ma molto gustoso); porzione piccola di pasta o riso e una media di secondo e infine, dolce, frutta e cioccolato. Se poi rimane ancora qualcosa in tavola, il manuale anti-spreco, suggerisce ricette per “dare una nuova vita” agli ingredienti (abolito il termine “avanzo” o “rifiuto”). Ad esempio se la verdura è un po’ appassita può diventare l’elemento principe per “una frittata di lattuga” o se la frutta è troppo matura può rivivere in una “torta soffice di banane” o in “muffin ai piccoli frutti”. 

(Stefano Benfenati)

 

L’amore in un clima freddo  – Nancy Mitford – Adelphi

Se cercate una ventata d’aria fresca in queste settimane di afa opprimente, se volete staccare la spina perché considerate la politica italiana troppo complicata, “L’amore in un clima freddo” è esattamente quello che fa per voi. Se poi amate la raffinata evasione che assicura ‘Downton Abbey’ e l’umorismo surreale di PG Wodehouse, adorerete questo romanzo brioso che proietta nell’eccentrico mondo della aristocrazia inglese, fatto di mogli feroci, figlie volubili, mariti improbabili. 

Fanny Wincham vive con sua zia Emily e trascorre le vacanze con la famiglia di sua zia Sadie, i Radlett, nella loro tenuta di Alconleigh. I suoi vicini di casa sono Lord e Lady Montdore, con la figlia Polly, ‘la bellezza del secolo’: lui raffinato, benvoluto proprietario terriero, una colonna del Partito conservatore; lei snob, tremendamente villana e con un unico obiettivo: “Un matrimonio d’eccezione per Polly”.

“Lady Montdore non aveva forse in vista qualcosa di veramente grandioso quando aveva deciso di chiamarla Leopoldina? Quel nome non aveva forse un regale sentore, quasi da Coburgo, che un giorno poteva rivelarsi decisamente appropriato? Non evocava forse il sogno di una cattedrale, di un altare, di un arcivescovo, di una voce che dichiarava ‘Io, Albert Edward Christian George Andrew Patrick David prendo te, Leopoldina?’. No, non era un sogno impossibile”.

E invece Polly, la debuttante più ambita dei balli di Londra, erede di Hampton, la tenuta dei Montdore, fa una scelta oltraggiosa: decide di farsi impalmare, appena lui diventa vedovo, dallo zio, Boy Dougdale, bisessuale, molto più vecchio di lei, una passione per le adolescenti e anche per il ricamo, per anni improbabile amante di Lady Montdore. Una scelta così dirompente getta nel più cupo sconforto Sonia Montdore fino a quando nella sua vita non compare Cedric Hampton, che inaspettatamente le ridà luce, gaiezza e amore per la vita. E il finale sarà ancora più improbabile e assurdo.

Sfido chiunque a non trovare irresistibile la concatenazione di eventi, fantasticamente scritti e raccontati da Nancy Mitford. L’autrice del romanzo era la maggiore delle leggendarie sorelle Mitford: figlie di David Freeman-Mitford, secondo barone di Redesdale e di sua moglie, Sydney Bowles, le sei sorelle forgiarono, a volte in modo caricaturale, la vita londinese a cavallo delle due guerre. Nancy era la scrittrice, biografa e spiritosa; Diana, sposata con il ricco Bryan Guiness, divenne l’amante (e poi moglie) di Sir Oswald Mosley, il leader dei fascisti britannici; Unity, amica di Adolf Hitler, tentò il suicidio. Decca, comunista e giornalista; e Deborah divenne duchessa (per caso) del Devonshire, dopo che suo cognato, l’erede del ducato e della Chatsworth House nel Derbyshire, morì in guerra.

“Diana la fascista, Jessica la comunista, Unity l’amante di Hitler, Nancy la romanziera, Deborah la duchessa e Pamela la discreta esperta di pollame”, sintetizzò impietoso su The Times il giornalista Ben Macintyre. Apparso nel 1949, “L’amore in un clima freddo’ è la perfetta lettura per alleviare (e anche eludere da) giornate che offrono poche certezze e molta ansia.

(Nuccia Bianchini)

Il potere della crisi – Ian Bremmer – Egea

Stati Uniti e Cina pur da avversari devono trovare “dal confronto diplomatico soluzioni alle divergenze. Abbiamo bisogno di crisi grandi abbastanza da terrorizzarci, ma non gravi al punto da annientare la nostra capacità di cambiare”.

Lette nei giorni della pandemia e della guerra in Europa, le parole di Ian Bremmer possono suscitare inquietudine e speranza. Da un lato si percepisce la sensazione di vivere un momento tanto decisivo quanto complesso della grande Storia, i cui sviluppi raramente sono apparsi tanto incerti. Dall’altro ci si convince di poter trovare, nelle difficoltà, lo slancio decisivo per invertire una rotta diventata – agli occhi di molti – insostenibile, riscrivendo un nuovo domani.

È questo, in fondo, il “potere della crisi” sul quale si concentrano analisi e riflessioni del noto politologo statunitense, presidente di Eurasia Group e di Gzero Media, affidate al suo nuovo saggio tradotto in Italia da Egea (‘Il potere della crisi. Come tre minacce e la nostra risposta cambieranno il mondo’, pagg.216 – Euro 22.50).

È innegabile che quella in cui viviamo sia un’epoca di straordinarie opportunità. Con la nascita del primo “ceto medio mondiale”, oggi miliardi di persone hanno agi e opportunità superiori a quelli che potevano vantare i re medievali, mentre l’inventiva umana ha raggiunto picchi inimmaginabili anche solo una generazione fa.  

Eppure – guardandoci intorno – percepiamo con chiarezza che allo stesso tempo rischiamo la catastrofe. Le conquiste storiche degli ultimi cinquant’anni sono minacciate dall’incapacità dei nostri leader di collaborare per proteggerci da sfide sempre più pressanti e “manifeste”. 

Mentre il mondo sta ancora lottando per lasciarsi alle spalle gli effetti economici, politici e sociali del Covid-19 e prende posizione di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, Bremmer cerca di ampliare l’orizzonte e ne individua principalmente tre. Quella sanitaria, con la prevedibile lotta a virus più letali e contagiosi del coronavirus che ha innescato l’ultima pandemia. Quella ecologica, con l’intensificarsi del cambiamento climatico il cui impatto non sarà soltanto naturale ma anche economico e sociale, dato che gli sconvolgimenti in atto – se non contrastati – potrebbero generare la fuga di decine di milioni di rifugiati e costringerci a ripensare drasticamente i nostri stili di vita.

Infine, la sfida più pericolosa: quella delle nuove tecnologie – da un’intelligenza artificiale sempre più efficiente e pervasiva all’informatica quantistica – che riplasmeranno le società e l’ordine geopolitico destabilizzando i nostri paradigmi più velocemente della nostra capacità di reazione. 

Lo scenario è reso ancora più complicato da diversi fattori: le profonde divisioni interne ai Paesi occidentali, Stati Uniti in primis, sfociate nei venti del populismo, e soprattutto il clima da “nuova Guerra fredda” che aleggia ogni giorno più pesante sulle relazioni tra le due superpotenze della nostra epoca, gli stessi Usa e la Cina. Il tutto mentre gli eserciti sono tornati a scontrarsi in Europa, con il rischio che il conflitto tra Russia e Ucraina possa coinvolgere anche altri Paesi. Un triplo ostacolo a quella “cooperazione pratica” e globale che, secondo Bremmer, rappresenterebbe la prima e più potente “arma” di fronte a sfide che non ci attendono, ma sono già tra noi. 

La buona notizia? Alcuni leader politici, decisori aziendali e cittadini lungimiranti stanno già unendo le forze per affrontare queste crisi. La domanda è se riusciranno a lavorare abbastanza bene e velocemente e, soprattutto, se sapremo usare queste crisi per reinventare il nostro cammino verso un mondo migliore. Tracciando paralleli tra strategie di ieri, di oggi e di domani – dal Piano Marshall al Green New Deal, passando per l’idea di un’Organizzazione mondiale dei dati in grado di disciplinare l’intelligenza artificiale, la privacy, la proprietà intellettuale e i diritti dei cittadini – Bremmer indica un piano d’azione per sopravvivere e prosperare anche nel XXI secolo. 

(Domenico Bruno)

Zero Gravity – Woody Allen – La Nave Di Teseo

Quindici anni dopo ‘Pura anarchia’, pubblicato da Bompiani in Italia nel 2007, Woody Allen torna in libreria con una nuova raccolta di racconti. ‘Zero Gravity’ pubblicato da La nave di Teseo è un salto indietro nel tempo da parte del regista e grande autore comico newyorkese, realizzato dopo aver dato alle stampe la sua prima tragicomica autobiografia ‘A proposito di niente’, uscita in Italia sempre con La nave di Teseo e diventata un grande successo. Si tratta del classico Woody Allen, un autore che fa dell’umorismo fatto di battute fulminanti, giochi di parole e paradossi comici la sua forza.

La nuova raccolta di 19 racconti, che esce in contemporanea con gli Stati Uniti, pur senza rinnovare i fasti umoristici e le battute geniali delle sue prime raccolte (‘Saperla lunga’ del 1971, ‘Citarsi addosso’ del 1975 ed ‘Effetti collaterali’ del 1980) presenta i tratti caratteristici della comicità di Woody Allen. Che scriva di attori falliti, mucche assassine o automobili intelligenti che amano Nietzsche, dell’origine del piatto di pollo dedicato al generale Tso o del dramma di Edoardo VIII Winsor e del nodo alla cravatta; che descriva la vita sessuale delle celebrità o il talento di un cavallo che dipinge, ognuno di questi racconti contiene quello spiazzante umorismo che ha reso celebre Woody Allen, forse solo un po’ meno acuto e leggermente spuntato dall’usura del tempo.

In ‘Zero Gravity’ l’autore recupera alcuni racconti usciti dal 2008 al 2012 sul ‘New Yorker’ e aggiunge altri inediti in cui mette al centro la vita imprevedibile di Manhattan e il lusso illusorio di Hollywood, in cui i suoi sceneggiatori sono tutti mitomani e mezzi pazzi e i film o le opere che li hanno resi celebri hanno tutti, immancabilmente, titoli assurdi e spesso ispirati a opere celeberrime: ‘Un mutante chiamato desiderio’, ‘Cialtrona di Parma’, ‘Requiem per un marpione’, ‘Zombi psicopatici sulla luna’, ‘I tre sandali di Simeone, ‘Assassinio sull’Arca di Noè’, ‘Come raggiungere l’orgasmo con l’equo canone’, ‘Pennellate pericolose’, ‘La mia rotula sinistra’…

In ‘Zero Gravity’ Woody Allen ripete alcuni suoi clichè comici: dal rapporto epistolare che cresce e assume alti livelli comici (il racconto ‘L’ala dinastica’ col generale Tso che si lamenta di essere ricordato per un patto a base di pollo) alla passione per la filosofia che viene usata in contesti improbabili (‘Quando sul cofano della macchina c’è Nietzche’ dove un’auto a guida intelligente decide se investire le persone o mettere a rischio la vita del suo passeggero facendo considerazioni etiche), alle donne che umiliano gli uomini con sadismo (‘Non c’è niente di meglio che un po’ di cervello’, dove un uomo insignificante incontra una sua vecchia compagna di scuola di cui era innamorato: “Non prendertela a male, ma sei sempre stato un’anonima piattola senza alcun talento e attrattiva, insipido come un semolino scaduto”. “Esprimiti liberamente – ribattei – quando parli di me, non c’è bisogno di ricorrere a eufemismi”).

Infine, per chiudere la raccolta, un racconto ‘serio’, ‘Crescere a Manhattan’, in cui Woody Allen descrive l’incontro d’amore tra due ragazzi – uno sposato e una donna molto disinibita – che si sviluppa con una trama classica e in cui Woody Allen non inserisce battute particolarmente acute né situazioni grottesche. Alla fine, però, malgrado l’apparente serietà del tema, l’autore non riesce a evitare di inserire una motivazione molto sopra le righe che giustifichi la fine della storia d’amore. In perfetto stile Woody Allen. 

(Andrea Cauti)

Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust – Mondadori

Il tempo tiranno, al quale ci sentiamo tutti condannati, è in realtà fluido e le nostre esperienze passate possono essere rivissute nel presente attraverso i sensi. È questo il filo conduttore di ‘Alla ricerca del tempo perduto’, romanzo fiume di Marcel Proust ambientato nella Parigi della ‘Belle Epoque’, a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ovvero dalla sconfitta di Sedan contro la Prussia di Bismark agli anni delle avanguardie, passando per l’affaire Dreyfus e la Grande Guerra. Pubblicato in sette libri fra il 1913 e il 1927, descrive la società dell’aristocrazia e dell’alta borghesia francesi in un racconto autobiografico. Questo viaggio ha come obiettivo la ricerca della propria identità.

Marcel, dopo un cammino lungo e complesso, scopre il vuoto della vita mondana e trova il suo appagamento nella scrittura. Questa, insieme alla pittura e alla musica, consente di raggiungere una dimensione di eternità che è il “segreto della vera vita”. Il mezzo è la memoria che gioca un ruolo unificatore tra passato e presente. Si tratta della “memoria involontaria” che si risveglia grazie a una visione, un profumo, un sapore o una musica. Celebre l’esempio della “petite madeleine” (tipico dolce francese): il suo gusto, associato a quello del tè, ricorda all’adulto Marcel un momento felice della sua infanzia. La gioia che prova è così grande che gli fa rivivere il passato come se fosse il presente.

Vivere queste esperienze permette all’autore di godere dell’essenza delle cose, di collocarsi cioè al di fuori del tempo, nell’eternità. Il tempo non è più dunque un insieme di dati quantitativi, ma una serie di dati qualitativi: il “tempo della coscienza”. Lo scopo dell’autore non è quello di riprodurre la realtà, ma quello di trasfigurarla dandole un “valore infinito”.  Dove trovare allora il desiderio di infinito al di là del contingente e dell’effimero? Proust, di cui si celebra quest’anno il centesimo anniversario della morte, dà la sua risposta: nell’arte. Rembrandt o Vermeer, molti secoli dopo, inviano ancora a noi il loro “raggio inconfondibile”. 

(Luigi Conte)
 

Estate corsara – Alessandra Corbetta – Puntoacapo Editrice

C’è un inizio, ed è l’estate del 2006. “Così il mondo stava/nel succedersi esatto degli ombrelloni blu./Una ragazza li attraversa con le gambe lunghe/che reggono sfacciate il senso dell’estate”. Alessandra Corbetta lo definisce il ‘Prima’, separandolo dal ‘Durante’ e dal  ‘Dopo’ nella sua raccolta ‘Estate Corsara’ per l’editore ‘Puntoeacapo’.

Il tempo della poetessa appare però quello del filosofo Henry Bergson che è “come un gomitolo di filo o una valanga, che continuamente mutano e crescono su sé medesimi”. E non potrebbe essere altro perché si arrotola attorno a una storia d’amore a distanza, limpida e feroce. Di promesse e lampi e nostalgia.

“L’incontro ha indicato/l’esistenza, il punto più alto della giostra. Per questo/amare è stato il bianco tra un verso e l’altro”. ‘Durante’ è il viaggio in città e paesi, dal cui nome prendono il titolo le poesie, ma compiuto postumo, quindi dentro una vera estate perché questa è la stagione in cui il dolore, non solo la felicità, abbagliano di più. Da ‘Firenze III’: “Camminando/verso il caldo del fornino/sono stata concepita una seconda volta. Le 16/e il campanile suona./Piano piano preparavi/ l’agguato, un dolore secco/da sciogliere sulla mia bocca./Muta ascoltavo il rintocco/cercavo la nudità dell’uomo/tra i colori mentali del passato”. Il ‘Dopo’ è “perdonare l’estate” “non dalla sfera avvolta su se stessa/ma dalla sfera che in sé stessa ripristina l’ordine”. “L’acqua non punisce/chi è stato benedetto”, sveliamo il finale ma finale non è nel capogiro di spazio e tempo, solo un’assoluzione per avere vissuto.  

(Manuela D’Alessandro) 
 

La società segreta dei salvaparole – Enrico Galiano – Salani

“La società segreta dei Salvaparole” di Enrico Galiano per Salani Editore, può essere una fiaba per adolescenti, il racconto di un sogno, o forse di romanzo di fantascienza o meglio il resoconto di una fanta avventura poliziesca dai contorni semiseri. O forse semplicemente un racconto per ragazzi che stanno per affacciarsi al mondo dei grandi.

Quello che è certo, è il fatto che stiamo per sfogliare un libro scritto da un insegnante per gli studenti, particolarmente quelli che si accingonoad attraversare il ponte simbolico che unisce la Scuola media al Liceo.

Un ponte che porta con sé un confuso bagaglio di incertezze, paure, voglia di osare, curiosità, inquietudini, fantasie, disperata ricerca di sé.. Tutto un mondo arruffato da sbrogliare per capirci qualcosa. Ma, dopo? L’autore non affronta il dopo, non è suo compito. L’autore indica una strada, quella che prepara i ragazzi ad abituarsi a farsi carico dei problemi di un mondo che non lascia tanto tempo alla spensierata leggerezza dell’età di mezzo.  
Un professore di una scuola di periferia, Enrico Galiano, abituato a vivere in una scuola con i ragazzi ma, soprattutto in mezzoa loro, ascoltandoli, è convinto che spesso sono loro a insegnare qualcosa di importante a chi, a sua volta, ha il compito istituzionale di insegnare a loro. Ha quindi pensato di scrivere qualcosa per loro o per mezzo di loro.

E lo ha fatto, descrivendo così com’è il loro mondo, un mondo pazzesco , come usa commentare uno dei ragazzi di questa storia.

Il prof. Galiano ha raccolto, ascoltando, un copioso materiale sulle avventure a scuola e dintorni di Samuele, Nico, Rachele e Talpa, l’amico immaginario di Samuele, componenti e protagonisti di una squadra intenta tutti i giorni a scavare dal materiale quotidiano fette di novità da centellinare.   E tutti giorni per il professore scrittore non mancano gli spunti, le esperienze e gli esperimenti, che insegnano a leggere la vita, a distinguere l’apparenza dalla realtà e quest’ultima dalla fantasia.

Ne è venuto fuori un libro che è diretto ufficialmente ai ragazzi, ma che può essere una lettura affascinante e provocatoria per gli adulti quando restano colpiti fin dalle prime pagine da una scoperta. 

Il fatto è che i ragazzi hanno la netta sensazione che il mondo sia veramente in pericolo, perché c’è qualcuno che vuole distruggerlo in un modo imprevedibile.

Non si tratta di una guerra nucleare, ma della sistematica scomparsa delle… parole. E quando Samuele, ragazzo piuttosto distratto e svogliato (ma innamorato perso della compagna Rachele che porta i calzini spaiati) scopre che scompaiono delle parole dai discorsi e dagli scritti della gente. Cosa sta succedendo? 

 Il fatto è – pensa Samuele – che fino a quando scompare la parola marmitta o peggio ancora iconoclasta, la cosa lo deve preoccupare molto poco, ma quando comincia a temere che possanoscomparire parole come amore, amicizia eperfino marmellata comincia a preoccuparsi.Parlandone con gli amici e con una vecchia insegnante sconclusionata che si fa chiamare NonnaSquì, una contrazione di Nonnasquinternata, la preoccupazione diventa necessità di fare qualcosa, come gli consiglia il Talpa il suo saggio amico immaginario.

Le vicende scolastiche, e il conflitto conl’antipatico professore di Scienze, passano in seconda linea e la ricerca del significato della sparizione delle parole diventa presto azione investigativa, propagandistica e rivoluzionaria fino alla fondazione su iniziativa di Nonnasquì, di una Società segreta con lo scopo di salvare le parole in pericolo da un nemico invisibile e micidiale.

Questa società segreta richiede un giuramento di fedeltà e di reciproca assistenza e saranno Rachele, Nico, lo stesso Samuele agli ordini della attivissima e sempre più strampalata NonnaSquì a pianificare imprese notturne volte a salvare le parole in pericolo, sotto l’attenta sorveglianza del pappacorvo spennacchiato Gianfru, fedelissimo della vecchia insegnante Nonnasqui.

 Il loro nemico sono le nuvole grigie, che mangiano i colori e che rendono tristi i grandi e privano il mondo della bellezza. Ma chi manovra questa nuvola grigia?, dove si nasconde?  Ne sa qualcosa il demone Rabishu? Si tratta di un enigma che lasciamo ai lettori. Ma si tratta di una sorpresa che lascerà senza fiato.Da sottolineare che la cosa divertente del libro è il linguaggio, in ottimo italiano, ma elaborato in forme di tipo giovanilistico, prese in prestito dal linguaggio dei ragazzi.

La lettura è quindi piacevole, leggera e non priva di riflessioni che lascia lo spazio all’inevitabile ruolo di un autore insegnante. Per questo motivo, ci viene spontaneo, dopo averlo letto con piacere, giungere alla conclusione che scorrere le pagine di questo libro, si potrebbe dire che faccia bene alla salute, a prescindere dall’età del lettore. 

Un libro che distrae, intrattiene e fa riflettere, lasciando accanto ad un lieto passatempo un pizzico di rimpianto per gli adulti. Il dolce ricordo della primavera della vita.

Il testo è corredato da divertenti illustrazioni, disegnate secondo uno stile che si rifà ad un modo classico di disegnare di un giovane aspirante illustratore 

(Maria Letizia D’Agata)
 

Chiedi alla polvere – John Fante – Einaudi

Le strade polverose a Los Angeles non ci sono più da decenni, rimpiazzate da asfalto e grattacieli. Eppure hanno ispirato il titolo di uno dei libri più venduti del ‘900, “Chiedi alla polvere”, il capolavoro di John Fante. “Così – spiegava lo stesso scrittore parlando della sua opera più famosa – l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere”. 

Terzo capitolo della saga di Arturo Bandini (dopo “La strada per Los Angeles” e “Aspetta primavera Bandini”), il romanzo, pubblicato nel 1939 negli Stati Uniti, è in prima persona e Bandini altro non è che l’alter ego di Fante: ventenne cattolico che sogna di diventare uno scrittore famoso e arriva a Los Angeles dalla provincia. Fino a quel momento aveva pubblicato solo un racconto e faceva la fame, arrangiandosi per arrivare a fine giornata. Bandini si innamora di Camilla, una giovane cameriera messicana.

Tutta l’opera è attraversata da questo amore non corrisposto e dalla smania del protagonista di diventare uno scrittore di successo. Un mondo, quello di Bandini, pieno di miseria e razzismo, in cui i sogni del giovane si scontrano con la durezza della realtà: alberghi modesti, case fatiscenti, caffè scadenti. L’unica ‘arma’ in grado di elevare Arturo è la sua macchina da scrivere: se diventerà uno scrittore famoso, conquisterà Camilla e la fame diventerà solo uno spiacevole ricordo.

Fante, nato a Denver, nel Colorado, a migliaia di chilometri dalla costa, in “Chiedi alla Polvere” ci ha lasciato uno dei monologhi più belli mai scritti sul mare: “Continuo a camminare e la terra si estende fino all’orizzonte. Un anno, cinque anni, dieci anni, senza vedere il mare. Cos’è accaduto al mare, mi dico? Il mare è qui, rispondo, nel magazzino della memoria. Il mare è un mito. Non è mai esistito. E invece c’era! Lo so perché sono stato sulle sue sponde, mi sono bagnato nelle sue acque! Mi ha nutrito e mi ha dato pace, e le sue affascinanti distanze hanno alimentato i miei sogni. No, Arturo, il mare non è mai esistito. Non è che desiderio, il tuo, ma continua pure a camminare nel deserto. Non lo rivedrai mai più, il mare. È un mito in cui una volta hai creduto. Eppure sorrido, perché ho ancora il salino nel sangue, e la terra con tutte le sue strade, non riuscirà a confondermi, perché il mio sangue tornerà alla sua sorgente […] Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare”.

 L’opera, che anticipa alcuni temi della ‘beat generation’ (come la disordinata vita “sulla strada”), folgorò persino Charles Bukowski. Nel 1978 l’autore di “Storie di ordinaria follia” andò a trovare Fante e lo convinse a ripubblicare Chiedi alla polvere presso la Black Sparrow Press. Il romanzo dello scrittore di Denver, infatti, era caduto nel dimenticatoio da alcuni anni e Bukowski minacciò la sua casa editrice di non consegnare il suo ultimo romanzo se non avesse anche pubblicato “Chiedi alla polvere”. La Black Sparrow Press accettò e fu un doppio successo.  

(Fabio Florindi)

L’Allegra apocalisse – Arto Paasilinna – Iperborea

Un comunista ‘bruciachiese’ decide, come ultimo atto prima di morire, di lasciare tutti i suoi averi per la costruzione di un nuovo tempio, nella Finlandia più verde, incolta e selvaggia. È questa la molla che fa scattare le vicende del libro più irriverente di Arto Paasilinna, tra i più attenti e originali narratori scandinavi degli ultimi trent’anni, scomparso ormai quattro anni fa.

Dell’Apocalisse, sembra suggerire l’autore, non bisogna avere paura perché può spaventare solo chi è diventato schiavo del consumismo e della sete di potere. Una scintilla di rinascita, mentre il pianeta muore, e sempre possibile trovarla, anche nel luogo più inaspettato e di fronte alla catastrofe più disastrosa. Nel libro, infatti, le città scompaiono: New York è sommersa dai rifiuti e viene fatta esplodere; Parigi è affondata  di 6 metri a causa dell’innalzamento degli oceani; San Pietroburgo è vittima dell’esplosione di una centrale nucleare e proprio dalla Russia sembrano moltiplicarsi conflitti da cui scoppierà, poi, la Terza Guerra Mondiale.

“L’allegra Apocalisse” vede la luce nel 1992 ma i fatti narrati si protraggono fino al 2023 con un’analisi predittiva di quello che accadrà, basti pensare solo all’invasione ucraina, che dimostra come Paasilinna sia stato in grado di intravedere, già allora, i rischi e i disastri con cui il mondo avrebbe dovuto fare i conti nei decenni successivi. Dai cambiamenti climatici ai conflitti mai sopiti con una sorprendente comprensione della testarda tendenza dell’uomo all’autodistruzione. Paasilinna non fa sconti e spoglia l’uomo della sua modernità e delle sue conquiste tecnologiche e sociali. E allora, a fare da contraltare a questo inesorabile declino, c’è la comunità creata da Eemeli Toropainen, nipote ed esecutore testamentale del ‘bruciachiese’.

A Kainuu, tra i boschi finnici, sorge così una nuova comunità dedita alla pesca, alla caccia e al giardinaggio. Attorno al nuovo tempio, l’uomo torna a ridisegnare il proprio presente in armonia con la natura difendendosi dalle mire egoistiche degli invasori e dalle grinfie, ancora più spietate, della burocrazia finlandese. Ed è proprio all’interno di questo piccolissimo universo che si muovono gli strampalati personaggi di Paasilinna. Figure ironiche, ingenue e furbe allo stesso tempo, protagoniste di vicende surreali ma che, alla fine, portano questo piccolo spicchio di uomini e donne, e ovviamente i lettori, a tornare ad avere fiducia nel futuro. Anche di fronte alla prospettiva dell’arrivo di un’Apocalisse terribile e, solo all’apparenza, senza speranza.

(Alessandro Frau)

L’avversario – Emmanuel Carrere – Gallimard

Dove finisce la menzogna e dove inizia la verità? Fino a che punto si può spingere la follia umana? E può il crimine più efferato essere giustificato da uno stato mentale alterato? Il libro di Emmanuel Carrere, L’Avversario, va oltre qualsiasi interrogativo che, inevitabilmente, vagheggia nella testa del lettore dopo questo strano romanzo-verità del celebre autore francese.

Realtà e finzione in un gioco di specchi. Perché il tutto parte da un fatto di cronaca nera in Francia del 1993: la vicenda giudiziaria del pluriassassinio Jean-Claude Romand. Finto medico e finto dirigente dell’Oms, Romand, originario del Giura (Franca Contea) e stimatissimo da tutta la comunità, per non riuscire a coprire più le sue menzogne, uccide il 9 gennaio di quell’anno la moglie, i due figli e i suoi genitori e il cane. Tenta di porre fine alla sua vita ingerendo barbiturici e incendiando la casa, ma non ci riesce, viene salvato dai vigili del fuoco e condannato, dopo tre anni, all’ergastolo.

Carrere, è come stregato da questa storia di ‘straordinaria follia’, e ripercorre la vicenda attraverso i racconti di un amico di Jean-Claude Romand, Luc, ma anche grazie a un rapporto personale con l’assassino a cui decide di scrivere e che va a trovare più volte al processo. Carrere ripercorre i luoghi di infanzia e quelli presenti di Romand provando, talvolta anche riuscendoci, a entrare nella sua mente al punto di sentirsi anche in colpa per riuscire in fondo a ‘capirlo’, a empatizzare con i suoi sentimenti.

La scrittura di Carrere è cruda, distaccata, radicata nei dettagli della cronaca, ma l’autore ‘vive’ la lenta presa di coscienza del criminale, il disgregarsi di tutto un castello di bugie messe in atto per 18 anni. Una finta laurea in Medicina, laddove al secondo esame, per un attacco di codardia, Romand non riuscì a presentarsi ma disse a tutti di averlo superato. La menzogna dell’incarico all’Oms, intramezzato da continue finte ‘missioni’ passate tra motel e passeggiate solitari nei parcheggi.

Grazie alla sua presunta rispettabilità Romand aveva poi convinto moglie e parenti a investire presso una fantomatica banca svizzera, soldi che gestiva in maniera truffaldina per vivere e mantenere lui e la sua famiglia.  “Ricalcando i suoi passi provavo pietà, una straziante simpatia per quell’uomo che aveva errato senza meta, anno dopo anno, chiuso nel suo assurdo segreto, un segreto che non poteva confidare a nessuno e che nessuno doveva conoscere, pena la morte. Poi pensavo ai bambini, alle fotografie dei loro corpi scattate all’Istituto di medicina legale: orrore allo stato puro, un orrore tale da costringerti a chiudere gli occhi, a scuotere il capo la realtà”, scrive Carrere.

La realtà appunto, quella della strage premeditata, e la finzione, quella di una menzogna perpetuata per anni da cui l’assassino non riusciva più a riemergere: unica estrema soluzione uccidere tutta la famiglia per non dover dire loro la verità.

Il rapporto epistolare tra scrittore e assassino andrà avanti anche dopo la fine del processo. Carrere alla fine lo incontra, ma tra di loro non c’è nulla da dire: “Mentre tornavo a Parigi per rimettermi a lavoro, non vedevo più ombra di mistero nella sua lunga impostura, ma solo una misera commiserazione di cecità, disperazione e vigliaccheria. Ormai sapevo cos’accadeva nella sua testa durante le lunghe ore vuote trascorse nelle aree di servizio o nei parcheggi dei bar, era una cosa che in qualche modo avevo vissuto anch’io, e che mi ero lasciato alle spalle”.

(Titti Giammetta)
 

The Great Sea – David Abulafia – Penguin

Se l’Europa perde l’Inghilterra e soffre ai confini orientali dell’Ucraina, non resta che riscoprire il Mediterraneo, magari attraverso le spesse lenti di un discendente degli ebrei erranti. Gli antenati di David Abulafia si recarono in Spagna, ma poi la lasciarono per colpa dei re cattolici e tornarono a Tiberiade. Lui vive a Oxford, dove fa lo storico. Insomma, il Grande Mare gli Abulafia lo hanno attraversato almeno tre volte, per non dire di quel loro omonimo che fu uno dei più grandi mistici del Medioevo e dalla Spagna vagò una vita, errabondo, su quelle acque. Gli Abulafia ne conoscono, insomma, tutti i ricoveri, anche i più reconditi. Si vede.

Il libro è corposo, ma la storiografia britannica è fatta di azione e narrazione: quindi regge bene il ritmo di tre millenni di storia. La sfida, per i buongustai della materia, è vedere se l’autore regga a sua volta il confronto con i grandi studiosi del Mediterraneo, i Braudel come i Pirenne. A ciascuno la risposta, è questione di opinioni personali.

Solo che la Storia è sempre contemporanea e, pertanto, chi ha negli occhi e nelle orecchie il rumore delle bombe russe o le ciacole di Boris Johnson trova anche qui materia di interesse. Tra il racconto del Pirata Barbarossa, gran terrore dei cristiani, e quello della giornata di Lepanto ecco che si scopre la penetrazione britannica in acque per secoli interdette, come anche la prima, grande discesa verso quelle stesse onde di uomini spregiudicati al servizio dello Zar.

Ma, soprattutto, si scopre come la necessità di approvvigionarsi di grano l’abbia sempre fatta da padrona: Romani, bizantini e Comuni italiani, per non dire gli Svevi o i Normanni, tutti hanno avuto a che fare col problema, quasi sempre risolvendolo con le importazioni da quelle che oggi sono Algeria e Tunisia. Sì, proprio loro: quelle che adesso hanno più fame. La suggestione ha fascino: rilanciare le coltivazioni dove si trovavano una volta. E finalmente aiutare qualcuno, sul serio, a casa propria.

Ma questi sono progetti di lungo corso, sogni da sotto l’ombrellone. Allora si chiuda il libro e ci si tuffi nelle acque del Grande Mare. Non c’è bisogno di un tuffo ardito: basta anche la Versilia o la Riviera Romagnola, dove per non toccare devi fare prima cento metri. Ma quell’acqua avrà un altro aspetto e un altro impatto sulla pelle, e per una volta non sarà colpa delle mucillaggini.

(Nicola Graziani)

Istanbul – Orhan Pamuk – Einaudi 

Istanbul, città globale ricca di fascino e di storia, di sole, di mare e di colori, è oggi più che mai la città dei bambini: giro per le strade del centro, a Sultanahmet, nella metro intasata nei giorni di festa, e ripenso a quel bambino immaginario che viveva nella fantasia del piccolo Orhan Pamuk. “Per tanti anni – scrive il premio Nobel per la letteratura Pamuk nel libro che lo ha reso celebre, Istanbul – ho creduto che vivesse un altro Orhan, del tutto simile a me, un mio gemello, uno completamente uguale a me, in una strada di Istanbul, in un’altra casa simile alla nostra. Non mi ricordo dove e come ebbi per la prima volta questo pensiero”.

Un gioco di specchi, nella città fantastica e poetica dello scrittore turco, divisa tra Occidente ed Oriente sui magici scenari del Bosforo, che ogni viaggiatore può anticipare, rivivere o anche solo sognare nel racconto di Pamuk. Un libro da mettere in valigia per trovare qualche spunto, per cercare di capire da cosa nasce la bellezza di questa grande città, oggi più che mai cerniera tra due mondi.

Istanbul – con la tristezza che la domina, quello ‘huzun’ che, spiega lo scrittore, nasce dal declino dell’impero ottomano e dai sogni di grandezza delusi della Turchia moderna –  si racconta nei ricordi del giovane Pamuk, ma anche nelle bellissime foto storiche in bianco e nero. “La città della mia infanzia – ricorda Pamuk – era una fotografia in bianco e nero, un mondo semibuio e grigio, almeno io me lo ricordo così… Le strade, i viali e i quartieri lontani mi sembravano luoghi pericolosi, usciti da film di gangster in bianco e nero. A Istanbul mi è sempre piaciuto più l’inverno che l’estate: ancora oggi rimango a osservare i pomeriggi che arrivano presto, gli alberi senza foglie che remano al vento, gli uomini con giacche e cappotti neri, sulle strade semibuie, che tornano a casa in fretta, nelle giornate di fine autunno e inizio inverno”. 

 Istanbul, d’inverno, dunque, ancora più magica che d’estate, con lo sfondo sfocato della Moschea Blu e di Santa Sofia: e viene già voglia di ritornare.

(Annarita Incerti)   

Gli uffici competenti  – Iegor Gran – Einaudi 

Mosca, primi anni Sessanta, a cavallo tra la distensione post staliniana portata avanti da Nikita Chruscev e l’inizio della stagnazione brezneviana, i funzionari del Kgb si dannano l’anima per venire a capo di un enigma dal nome insolito: Abram Terc. Chi si cela dietro a questo pseudonimo che tra il 1959 ed il 1965 riesce a farsi beffe della censura pubblicando, prima in Francia e poi nel resto del Mondo, dei racconti corrosivi sull’Unione Sovietica e sullo stato di appiattimento del suo panorama culturale? Il genere viene subito ribattezzato nei circoli culturali europei ‘realismo socialista’, come contraltare al socialismo reale. Seguono gli scritti di un tale Nikolaj Arzak. Dietro ai due autori si nasconde la stessa persona? 

Il tenente Ivanov, zelante funzionario degli ‘uffici competenti’, ancora profondamente convinto del primato morale della costruzione di una società socialista, nonostante 50 anni dopo la rivoluzione leninista lo Stato sovietico si fosse trasformato soprattutto in un apparato burocratico basato sulla repressione del dissenso, dà la caccia per anni senza successo allo scrittore senza volto né identità. Ogni nuova pubblicazione una amarezza difficile da mandare giù. Senza però capitolare. Fino alla rivincita finale, forse per entrambi i protagonisti.

Nel mezzo c’è la quotidianità della Russia del dopo Stalin, dove si parla, ma ancora sottovoce, dei crimini del dittatore che ha trasformato lo Stato dei Soviet in una grande potenza mondiale al costo di milioni di vite umane. Sono anni di grandi conquiste: dal primo uomo nello spazio con Jurij Gagarin, alla ricerca del primato economico e militare sugli Stati Uniti. Del ricordo orgoglioso della grande guerra di liberazione contro l’occupante nazista. Ma anche delle prime crepe nel modello economico e sociale, alle prese con la scarsità di beni di consumo più elementari. E di un antisemitismo che non accenna a placarsi.

Iegor Gran, nato a Mosca nel 1964, poi approdato da bambino in Francia, racconta con lucidità e humor la storia di suo padre, lo scrittore e letterato Andrej Sinjavskij, alias Abram Terc, e quella di Julij Markovic Daniėl, in arte Nikolaj Arzak. Entrambi condannati al Gulag nel 1966, scontarono una pena di 5 anni. Un romanzo storico che, nella migliore tradizione russa, non rinuncia a rendere omaggio nella trama ai padri della letteratura nazionale, da Boris Pasternak a Fëdor Michajlovic Dostoevskij, passando per Aleksandr Puskin e Lev Tolstoj.

Pubblicato ad aprile del 2022 da Einaudi, il volume racconta con leggerezza una vicenda che negli anni Sessanta è divenuta un vero e proprio caso, prima per la popolarità degli scritti di Terc e poi per il processo a due persone colpevoli solo di manifestare le proprie idee. Un libro che ci ricorda come la libertà sia capace di resistere sempre, anche nascosta sotto l’oppressione di un potere che, nato rivoluzionario e internazionalista, si è fatto oscurantista.

(Andrea Managò)

Lavorare meno, vivere meglio – Fausto Durante – Futura Editrice

“Oggi, forse per la prima volta nella storia, siamo di fronte al rischio che gli effetti potenzialmente positivi della nuova grande rivoluzione industriale, una rivoluzione in corso e che tutti noi stiamo già vivendo, si determinino solo per uno dei soggetti protagonisti, cioè l’impresa”. Fausto Durante nel suo libro ‘Lavorare meno, vivere meglio’ (Futura editrice) traccia un quadro preciso di come la rivoluzione digitale possa trasformare in peggio le condizioni dei lavoratori.

Scrive Durante: “Spesso il lavoro a distanza, svolto prevalentemente a casa del lavoratore dipendente, non presenta le caratteristiche che dovrebbero contraddistinguere il vero smart working, ma acquisisce il profilo di un’attività senza regole né orari… Negli ultimi anni è cresciuto in modo rilevante il numero di imprese che chiedono ai propri dipendenti di reagire in tempo reale a sollecitazioni ricevute fuori dall’orario di lavoro. In questo modo lo stesso concetto di tempo libero diventa più sfuggente. Si verifica, così, uno degli effetti negativi del progresso tecnologico”.

“L’insorgere della pandemia da covid – prosegue Durante – ha accentuato questo fenomeno. Il lavoro da remoto ha prodotto un aumento di circa il 10% delle ore di lavoro. Uno studio di Oil e Oms evidenzia che nel periodo 2000-2016 il numero di lavoratori interessati da fenomeni di orari di lavoro prolungati sia considerevolmente aumentato, arrivando a circa 500 milioni in tutto il mondo. È da attribuire a orari di lavoro prolungati la causa di circa 750mila decessi per cardiopatie e ictus nel solo 2016, così come sono tutte in aumento, sempre per via di orari di lavoro eccessivi, le percentuali di incidenza di patologie quali osteoartrite dell’anca o del ginocchio, malattie muscoloscheletriche e cardiovascolari, disturbi derivanti da eccessivo rumore e altre condizioni sfavorevoli nei luoghi di lavoro, depressione e consumo di alcol”.

In passato, dalla prima rivoluzione industriale in poi, la tendenza prevalente rispetto alla durata degli orari di lavoro è andata in direzione di una loro riduzione. Nel 1902 il Governo Zanardelli fissò in una legge il limite massimo giornaliero di 12 ore di lavoro per gli adulti e di 11 ore per i minori di 11 anni. Oggi le direttive europee indicano un orario di 40 ore settimanali.

Smart working permettendo, ci sono però dei tentativi di ridurre ulteriormente gli orari di lavoro. Nel 1998 in Francia il Governo del socialista Jospin introdusse la settimana lavorativa di 35 ore, senza diminuzione dei salari. Dal 2018 i metalmeccanici del Baden Wuerttenberg possono lavorare 28
ore settimanali per due anni a parità di salario per esigenze familiari. Possibile anche scegliere di aumentare le ore lavorate da 35 a 40.

Nel 2019 il fondo di investimento neozelandese Perpetual Guardian ha introdotto la settimana di quattro giorni, registrando un incremento della produttività. Anche l’azienda di telefonia scozzese Pursuit Marketing ha scelto la settimana lavorativa di quattro giorni senza riduzioni salariali, ottenendo un incremento di produttività del 29,5%. In Italia i dipendenti della società milanese di consulenza strategica Carter&Benson lavorano già quattro giorni a settimana.

Fausto Durante conclude così il suo saggio: “E’ tempo di rilanciare la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro, è tempo che il sindacato riprenda nelle sue mani una delle bandiere ideali degli albori del movimento operaio, cioè quella di lavorare meno per lavorare tutti e meglio”.

(Luca Mariani)

Lontano dalla vetta – Caterina Soffici  – Ponte Alle Grazie

‘Inciampa’ in un borgo sulle Alpi, a 1700 metri; sotto il ghiacciaio del Monte Rosa e ne resta stregata. Pur amando il caldo e le spiagge del Mediterraneo.

E l’autrice coglie questo momento come un segnale per guardare alla montagna in modo diverso, e non idealizzata, come spesso accade per chi vive e viene dalla città.

A far da cornice a questo ‘diario’, un gregge di capre, molti mirtilli, un branco di lupi, aquile, e alcuni personaggi che sembrano usciti da un racconto fiabesco che consentono alla Soffici di scoprire che si può condurre una vita più semplice e trovare la felicità anche nelle piccole cose. Perché vivere la montagna non è solo conquistare la vetta ma anche assaporare tutto quello che c’è intorno.

 In questo grande racconto di montagna il lettore viene accompagnato per mano tra le balze, i prati o i ripidi canaloni, dove basta poco per cambiare ritmo e vivere come i cittadini hanno dimenticato: camminare, respirare, spaccare la legna, spalare la neve o semplicemente seduti su un masso caldo e godersi il sole. Lo scopo è riappropriarsi di un tempo antico e dilatato. Come da sempre fanno i montanari di tutto il mondo.

(Vincenzo Marsala)

Vita e destino – Vasilij Grossman – Adelphi

“Vivi, vivi per sempre”: perché vivere è il destino dell’uomo. Stalingrado, i lager tedeschi, i gulag sovietici. “Vita e destino” di Vasilij Grossman è il grande romanzo russo del secondo Novecento. Un capolavoro assoluto, un inno alla libertà, un testo imperdibile e fondamentale, in cui l’orrore del secolo breve si intreccia alla storia di decine di personaggi: eroi e delatori, burocrati e scienziati, carnefici e martiri, codardi e impavidi, giovani ribelli e rivoluzionari sconfitti, generali ambiziosi e comandanti pronti a tutto, personaggi storici e personaggi fittizi. Nessuno, però, senza macchia. 

Un viaggio nell’animo umano, capace di concepire il male assoluto ma anche di inaspettati piccoli gesti di bontà, gli unici in grado di costruire il Bene. Non quello eterno che vuole sconfiggere il Male senza curarsi delle persone, ma quello “illogico” degli individui che rivendicano l’irripetibilità di ogni singolo destino umano. Perché in fondo, dice Grossman, “le unioni degli uomini, le loro ragioni, sono determinate da un solo grande scopo: conquistare il diritto degli uomini a essere diversi”.

Per quanto potente, il Male nulla può contro la Bontà. E il Novecento ce lo ha insegnato. “Ho temprato la mia fede all’Inferno. È uscita dal fuoco dei forni crematori, dal cemento delle camere a gas, la mia fede”. Il Bene è innaturale, può essere addirittura minaccioso, quando qualcuno vuole imporlo o lo riveste di dottrina. Ma esiste una bontà di tutti i giorni, quella “dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie”, al di là del bene religioso e sociale. E anche nell’epoca tremenda della Seconda Guerra mondiale, in mezzo alle follie commesse nel nome della gloria di popoli, ideologie o nazioni, non è mai scomparsa, sorta di “granello radioattivo sbriciolato nella vita”. Senza voce, senza senso, cieca, istintiva, forte perché priva di forza. Ma vero segreto dell’immortalità dell’uomo.

(Gianluca Maurizi)

Noi – Evgeniu Zamjatin – Oscar Mondadori

‘Matrioska’ è in stretta correlazione con ‘Russia’. E quando ci si avvicina alla Russia, è facile finirne intrappolati. Già, perché avevo intenzione di parlare de Il mago del Cremlino, di Giuliano da Empoli: sarà il libro dell’anno. Il suo fortunatissimo autore l’ha consegnato nel gennaio 2021 e il libro è uscito in piena ‘operazione speciale di Putin’. Scelta quasi obbligata. 

Invece, invece… la trappola c’era! Una matrioska inattesa: Il protagonista e l’autore si trovano a parlare di un testo di Zamjatin. Ma ne parlano troppo ed è scattata la curiosità. Si apre la matrioska, il mago si accomoda sul comodino e salta fuori il libro di Zamjatin. Scritto nel 1919, cent’anni e non sentirli. 

Il racconto fu il primo romanzo ad essere messo al bando nel 1921 dal Glavit, l’ente sovietico preposto alla censura, sebbene la sua bozza iniziale risalisse al 1919. La posizione letteraria di Zamjatin andò deteriorandosi nel corso degli anni ’20 e nel 1931 gli venne infine concesso di emigrare a Parigi, dopo l’intercessione di Maksim Gorkij presso Stalin. 

Il romanzo fu pubblicato in inglese nel 1924, ma la prima edizione russa giunse solamente sotto Gorbaciov in piena perestrojka, nel 1988. In Italia uscì nel 1955 per la prima volta.

‘Noi’ è il capostipite dei romanzi distopici (anti-utopia) e George Orwell, pur non apprezzandolo particolarmente, riconoscerà di essercisi ispirato per il suo 1984 oltre ad averne recensito l’edizione inglese del 1946. È  un libro attuale sotto tanti aspetti: c’è la critica al totalitarismo (che gli costò il diventare il primo libro vietato nell’Urss), ma anche al fordismo. Ci sono gli effetti sulla vita reale di un Grande fratello, ci sono quelli di una globalizzazione e una standardizzazione vicinissime a quelle operate oggi dai social. 

Il romanzo è nella forma di diario, gli avvenimenti sono qualche millennio avanti rispetto ad oggi, e già questa è una ribellione inconscia del protagonista: uomini e donne di questa società perfetta amministrata dallo Stato Unico non hanno nome, sono ‘alfanumeri’.  

Consonante e cifre per i maschi, vocale e cifre per le femmine. Maschi e Femmine, assoggettati in una società matematicamente perfetta, dove tuttavia qualche cosa o qualcuno fallisce nonostante l’accuratezza dei calcoli. Tutto il mondo di Noi è una macchina sincronicamente perfetta, scandita dalla Tavola delle Ore, con due soli orari della giornata per le attività personali. Gli alfanumeri vivono in case, letteralmente, di vetro, così come trasparenti sono tutti gli oggetti. Le tende si possono chiudere solo per svolgere (letteralmente svolgere, non altro) l’attività sessuale. Anch’essa regolata dallo Stato Unico: non ci sono sentimenti o corteggiamenti. Ognuno può ‘prenotare’ un alfanumero di sesso opposto, riceverà un tagliando rosa da consegnare al prescelto al momento dell’atto.

“Fame e amore sono le due forze che governano il mondo”. Sistemata la fame, con un cibo sintetico derivato dal petrolio cui sopravvive solo lo 0,2% della popolazione dello Stato Unico, tocca all’amore. ”Ogni alfanumero ha diritto di godere di ogni altro alfanumero in quanto bene sessuale di consumo”. La faccenda della procreazione è a sua volta strettamente regolamentata e negata ai maschi e alle femmine che non abbiano i prescritti requisiti fisici. 

Pacificata la popolazione, felice senza l’orpello della libertà e della soddisfazione dei bisogni primari, l’organizzazione politica viene di conseguenza. Il mondo ipercivilizzato in cui vivono le Unità (non si chiamano persone) è  separato dal regno delle fiere e delle piante selvagge dalla gigantesca Muraglia Verde, ed è posto sotto una volta di cristallo. Nessuno avrà mai esitazione a votare (beninteso, pubblicamente, il voto segreto esisteva “per gli antichi”) per il Benefattore. Colui che amministra lo Stato Unico, rieletto 48 volte all’unanimità, a cui nulla sfugge. Il Benefattore è aiutato dai Custodi e procede personalmente alle esecuzioni di quegli alfanumeri che deviano dalla norma. 

Il protagonista, D-503, scrive il diario per raccontare la felicità finalmente conseguita dai cittadini dello Stato Unico e di presentarla alle civiltà extraterresti che la nave spaziale alla cui costruzione D-503 sovrintende, l’Integrale, incontrerà nel suo viaggio. 

Ma intanto è D-503 a incontrare una donna, I-330, che lo scuoterà nelle certezze. Con l’ironia, elemento sconosciuto al povero ingegnere supervisore, soggiogato dalla perfezione matematica della società fino a diventare ingenuo. 
Una società la cui perfezione raggiunge il culmine con la scoperta della procedura per eliminare, eradicare dal cervello, la fantasia: tre trattamenti e ogni desiderio sparisce, omogeneizzando tutti.

Totalitarismo (agli albori quando Zamjatin scriveva: Stalin non era ancora al potere e l’Urss è datata 1922), taylorismo e fordismo: meccanizzazione e standardizzazione sono i nemici dell’uomo sono i pericoli che si parano davanti all’umanità Lo scrittore russo non è così visionario da prevedere l’evoluzione dello stalinismo e del comunismo della Corea del Nord, anche se in alcuni passaggi il lettore di oggi la troverà. 

Così come, oggi, si trovano le caratteristiche di alcune procedure diventate abituali e di alcune caratteristiche dei social, per non dire della televisione. 

Una chiave di lettura la offre il curatore, Alessando Niero: “Noi si presta ancora molto bene a una interpretazione più ampia della solita logica di lettura che lo vuole ‘semplice’ anticipatore di un’epoca storica ben definita e anticipatore delle storture del totalitarismo comunista. Non voglio a tutti i costi attualizzare Noi, ma direi che lo si può applicare ai nostri giorni quando a scontrarsi sono concetti molto attuali come ‘omologazione’ e ‘differenziazione’ in chiave di critica verso ogni forma di pensiero dominante (anche in chiave politica, se si vuole). Noi, insomma, può essere una parabola utile a definire ‘noi’, noi di adesso nel nostro vivere quotidiano, un richiamo a non seguire la corrente, a non essere massa, bensì individuo; a identificarsi, quindi, con l’energia di I-330 e non con l’entropia di D-503”. Letto oggi, centotré anni dopo la prima stesura, Noi è un fuoco d’artificio che ci sorprende e potrebbe, nientemeno, svegliarci un po’.

(Andrea Nobili Tartaglia)
 

Solo di uomini il bosco può morire – Antonella Cilento – Aboca Editore

Nel corso della pandemia, sfuggendo ai lanciafiamme dell’occhiuto governatore della Campania, Vincenzo De Luca, la scrittrice Antonella Cilento e il suo compagno Paolo hanno scoperto la Foresta di Cuma. La silva gallinarum dei Romani, uno sciupato incanto che resiste a due passi da Napoli, dall’antro della Sibilla e dall’acropoli di Cuma. Luogo sacro dove approdarono gli Eubei e camminò Enea, di cui forse non coglie la magia chi ci viene ad allenare i cavalli o a fare pic nic (lasciando magari plastiche e rifiuti tra le piante).

Magia invece lietamente attinta dall’autrice, che fu bambina di città negli anni Settanta e vide la natura nell’altrove sporadico delle vacanze, filtrato da pediatri lunatici o svogliati, succube di diete per l’infanzia oggi dismesse, lisergici pot-pourri di dolci e carni rosse anche per coloranti, di pesticidi e antibiotici più gli antibiotici “somministrati a ogni febbricola”; era, alcuni di noi se lo ricordano, l’epoca del Rosso Antico, dell’Eternit, dell’euforia industrial-alimentare. Antonella, che fu come quasi tutti i suoi coetanei di allora, non è stata come molti suoi coetanei di oggi, che in pandemia hanno (ri)scoperto poltrone&sofà.

Assecondando un impulso ribelle da Waldgänger, è passata al bosco ricercando la storia millenaria della ‘silva’ nei libri, rivivendola nelle passeggiate e nelle minute percezioni, per capire quanto e come il tempo – ma soprattutto gli uomini – avessero modificato il luogo. Perché, come recita il titolo di questo libro reportage, ‘Solo di uomini il bosco può morire’ (272 pp., Aboca editore, 18 euro): più per le offese patite negli ultimi decenni che per le vicende travagliate dei precedenti tremila anni. Potrà comunicare assai meno di una scrittrice o uno scrittore di talento qualsiasi saggio scientifico o storico, o qualsiasi articolo, perché solo lo scatto emozionale contenuto in pagine come queste ti porta a empatizzare con un luogo, a catturarne suggestioni, ad assumerne nel cuore la salvezza.

Emoziona conoscere la varietà botanica della Foresta, sapere che “cresce su questi pochi chilometri di dune, il rarissimo giglio di Cuma, splendido fiore bianco che spunta d’estate sulla sabbia e d’inverno, cocciuto, sbuca con le sue foglie verdi e spesse lì dove le impronte di cani e umani indicano quante volte è stato calpestato ma, assai peggio, lì dove le plastiche, colorate e seducenti, lo sommergono”. E poi ci sono i lecci, i pini, le querce, i corbezzoli, il mirto e il rosmarino, il ligustro e il sambuco.

Grazie alla prevalenza della natura, la Storia non è più una successione archeologica di eventi ma una simultaneità, una sincronia che apre le porte della scrittura e della lettura ai fantasmi, alle Sibille, ai conquistati e ai conquistatori, alle lingue che si sono parlate tra le dune e il bosco, tra il mare e l’Acropoli. Vedi: adesso stanno tutti quanti qui.

Antonella Cilento doveva scrivere di Cuma ai tempi della “peste” quando “nella società dell’esorcismo degli esorcismi” noi, “dominati dalla paura di aver paura”, ci siamo piegati a diktat assolutisti per questuare assoluzione. E quasi tutti ci siamo raccontati, o peggio abbiamo raccontato tra i sofà e le forestine digitali, accrescendo la distanza dalla natura e dalla consapevolezza intima.  Eppure “niente sarebbe più saggio in questi anni che abbracciare alberi. Cosa rende l’umanità incapace di percepire il mondo in cui esiste?”.

Nei giorni in cui Antonella e Paolo semiclandestini esploravano la Foresta di Enea, Napoli come altre metropoli pareva davvero abdicare alla “conquista mai riuscita a secoli d’invasori, costretti a passare per acquedotti e fogne per entrare, assedianti avvelenati dai propri stratagemmi, bombardieri di mare e di terra, colonialisti, governanti, dittatori”. Pure, loro non avevano schiacciato l’anima di un popolo. Stava quasi riuscendo a farlo proprio poco tempo fa, che peccato sarebbe dimenticarlo, un battaglione di Barbare D’Urso nelle dirette con gli elicotteri a caccia di camminatori solitari su spiagge rese più immense dall’assenza umana. Voi guardavate dai sofà e non era la Cina.

Nella Foresta di Cuma, con un libro così, non si torna per dimenticare né per gettare oltre alla plastica le mascherine usate (a proposito: dove finiscono a miliardi, in quale spazio parallelo del mondo di Greta?). Ci si va per ricordare. Per vedere il giglio che cresce sulla sabbia. Cosa possa simboleggiare, il lettore a questo punto già sa.

(Francesco Palmieri)
 

Mercanti di verità – Jill Abramson – Sellerio

Durante gli ultimi 20 anni nel mondo dell’informazione sono successe un mucchio di cose. Le più importanti, in ordine non cronologico: sono arrivati i telefonini intelligenti e i tablet, diventati presto arti superiori supplettivi per miliardi di persone, che hanno abbandonato supporti cartacei per informarsi, preferendo gli smartphone alle edicole.

Nelle case ha preso il potere la televisione via cavo e quella satellitare, e le possibilità di sapere cosa succede nel mondo h24 in tutte le lingue sono aumentate a dismisura. Sono nati i social network, piazze virtuali su cui gli stessi miliardi di persone di prima hanno scelto di vivere per diverse ore della giornata, per condividere attimi di felicità, notizie sulle guerre o i terremoti, commentare nefandezze di regimi politici, denunciare violenze e repressioni, chattare coi compagni del liceo, giocare a scacchi, mostrare foto e video anche di nessun valore, fare tutte queste cose insieme nella stessa giornata, ma non in presenza di altri simili.

Negli stessi 20 anni – anche in virtù di questi pochi avvenimenti citati – il mondo della pubblicità ha subìto almeno due crisi epocali, dopo l’11 settembre 2001 e a seguito del terremoto finanziario negli Stati Uniti del 2008 (la pubblicità da sempre concorre in maniera decisiva a sorreggere l’informazione e le sue economie).

Due decenni nei quali il modo di produrre e consumare informazione è clamorosamente cambiato. Migliaia di giornali, radio e televisioni hanno chiuso i battenti in tutto il mondo, altre migliaia di nuovi media sono nati diventando colossi economici e padroni assoluti delle nostre esistenze.

Jill Abramson, prima donna a diventare direttrice esecutiva (dal 2011 al 2014) del più importante quotidiano del mondo, il New York Times, ha deciso di raccontare questo cambiamento d’epoca attraverso le storie di quattro testate: il NYT, ovviamente, il Washington Post, BuzzFeed e Vice.

Due giornali storici, colonne portanti della libera informazione negli Stati Uniti (e non solo), e due nuovi media, che hanno prima sconvolto il mercato con le loro formule innovative, e poi si sono guadagnate il rispetto dei colossi del giornalismo a colpi di scoop e di audience. Un libro avvincente, ‘Mercanti di verità’ (Sellerio, 895 pagine, 24 euro), e non solo per chi è giornalista o lavora e nel variegato mondo dell’informazione.

Le storie di queste quattro aziende raccontano come siamo cambiati noi, in questi 20 anni, il nostro approccio ai fatti che ci circondano, la nostra propensione a conoscere la verità, a partecipare attraverso i media e i social allo sviluppo delle nostre comunità, in altre parole alla storia del nostro tempo.

Chi sono i mercanti di verità? I grandi media, certo, che hanno modificato l’industria dell‘informazione per sopravvivere prima e tornare a fare profitti dopo, innovandosi e rinunciando, in qualche caso, anche alle regole deontologiche più importanti pur di aumentare i contatti e i ricavi, affidando a programmi di intelligenza artificiale scelte e contenuti (per fortuna non tutti hanno ceduto al primato degli algoritmi per difendere aumentare la base del proprio pubblico).

Ma mercanti di verità lo siamo forse diventati un po’ tutti, anche noi voraci consumatori di news. Perché ci siamo convinti che basta un cellulare con un buon obiettivo per fare televisione, o un account Twitter per diventare giornalisti o opinion leader. Con buona pace dell’informazione professionale, libera e costruttiva, realizzata con regole deontologiche rigorose, bene primario in una società che vuole dirsi democratica e realmente evoluta. Oggi siamo sommersi dalle notizie di ogni genere, ma non è detto che siamo per questo più e meglio informati di quando si comprava il giornale all’edicola, in genere la mattina, tra le 6 e le 9.

(Giampaolo Roidi)
 

Glory and bollocks – Colin Brown  – Oneworld Publications

“Non siamo Dei, siamo inglesi, subito sotto gli Dei” spiega, agli indigeni del Kafiristan, Peachy Carnehan, l’avventuriero interpretato da Michael Caine in ‘L’uomo che volle farsi re’. 

La superiorità che gli inglesi si attribuiscono è legata anche alla loro capacità di convincere di ciò il resto del mondo. È un’autopercezione che gli eventi storici successivi al 1945, con la perdita dell’impero coloniale e l’avvento degli Stati Uniti come nuova potenza globale, dovrebbero aver intaccato ma resiste ancora, grazie a una memoria storica che è soprattutto un susseguirsi di formidabili miti fondanti. Colin Brown, tra i più abili giornalisti politici del Regno Unito (prima penna di ‘Guardian’ e ‘Independent’, poi caporedattore al ‘Telegraph’), si è divertito a prenderne alcuni e a demolirli con britannico humor, mostrando ai suoi lettori quanto poco in realtà conoscano gli eventi chiave della storia del Paese.

Gli inglesi prevalsero nella battaglia di Azincourt grazie ai famosi archi lunghi? O semplicemente erano più abili a combattere nel fango che aveva intrappolato i francesi, macellati mentre erano incapaci sia di reagire che di fuggire? Quando Elisabetta I, nel celeberrimo discorso di Tilbury, si disse pronta a perire tra le sue truppe nello scontro con gli spagnoli, sapeva già che la (tutt’altro che invincibile) Grande Armada era stata debellata due giorni prima nella battaglia di Gravelinga? La guerra nelle Falkland fu la dimostrazione di quanto ‘ferrea’ fosse Margaret Thatcher o fu una velleità tardoimperialista che poteva anche finir male?

Il volume di Brown offre risposte spesso sorprendenti ma il suo obiettivo è spingere a ragionare sul mito, non distruggerlo. Perché è importante conoscere i fatti spogliati dagli abbellimenti patriottici ma è altrettanto importante costruire miti, sia per la coscienza che una nazione ha di sé che per la percezione che ne hanno gli altri. Una lezione che agli inglesi nessuno deve insegnare ma dalla quale potrebbero imparare qualcosa quei popoli, come il nostro, che tendono a dipingersi peggiori di quanto siano in realtà.

(Francesco Russo)

 

La Scelta – Walter Veltroni – Rizzoli

“La scelta” di Walter Veltroni è un romanzo che mi ha incuriosito perché indirettamente parla di Manlio Morgagni, il direttore fascista e sansepolcrista dell’Agenzia Stefani che si suicidò dopo il 25 luglio 1943 con la caduta di Benito Mussolini. La sua è una figura complessa e interessante ma non è la vera protagonista di questo libro: lo è invece la guerra che irrompe nella famiglia De Dominicis nella Roma del 1943 e divide il padre, usciere alla Stefani e convinto fascista, dal figlio che si schiera con la Resistenza.

“La scelta” è quella che milioni di italiani si trovarono a compiere drammaticamente in quei mesi, tra ideali e convenienze, ed è diventata di scottante attualità con i dilemmi posti dall’invasione dell’Ucraina a un’Europa che si riteneva immune dalla guerra.

Il libro pubblicato da Rizzoli coglie la fase della disgregazione del fascismo sotto i bombardamenti che colpiscono la stessa Città Eterna. Una disgregazione che arriva anche nella famiglia di Ascenzo De Dominicis: lui, sua moglie Maria e i figli Arnaldo e Margherita si avvicendano come voce narrante per offrire ognuno la propria prospettiva di quell’afoso luglio 1943 segnato dal repentino declino del regime e dalle bombe su San Lorenzo.

Il conflitto più forte è quello tra il padre e il figlio, con Arnaldo che lascia la casa di famiglia per non esacerbare lo scontro politico con il genitore fino a quando non si ritroveranno, sciogliendo nell’amore reciproco le divergenze di visione politica. Perché, come sottolinea Veltroni, solo quando i figli affrontano i padri, e i padri, almeno per un attimo, si ricordano di essere stati figli, è possibile lasciarsi il buio alle spalle, aprire porte e finestre al futuro.

(Davide Sarsini) 

Il peso dei segreti – Aki Shimazaki – Feltrinelli

Leggendo ‘Il peso dei segreti’ di Aki Shimazaki si ha l’impressione di sfogliare pagine terribili di storia recente raccontate dal punto di vista di chi la guerra l’ha persa. Così, quando nei ricordi dei protagonisti, quasi tutte donne sopravvissute all’inimmaginabile, ricorre la bomba atomica lanciata il 9 agosto 1945 dagli americani su Nagasaki, la seconda contro il Giappone dopo la distruzione di Hiroshima, il puzzle di come finì il Secondo conflitto mondiale appare dolorosamente più nitido. “Le vittime erano quasi tutte vittime innocenti. In poche settimane sono state uccise oltre 200 mila persone”, dice la nipote alla nonna. “Che differenza c’è con l’olocausto nazista? È un crimine!”.

 “La guerra è così”, è la laconica risposta dell’anziana. “Conta solo vincere”.

Ma questo è soprattutto un romanzo intimista (o, meglio, una serie di 5 romanzi brevi), a più voci, ognuna indispensabile per svelare i segreti dei titoli. Segreti intollerabili, come lo sono gli amori negati, e devastanti, come le passioni accecate dall’egoismo, che spazzano via tutto ciò che minaccia di ostacolarle.

Con una prosa essenziale, ma mai banale, e di affilata eleganza, l’autrice di origine giapponese – ma che vive a Montreal, in Canada, e pubblica in francese – conduce il lettore a immergersi in un racconto che sprofonda in una spirale, in cui niente è come appare a prima vista. Ogni storia porta nomi che – lo si comprende solo alla fine – sono una sorta di sigillo di ogni segreto. Da ‘Tsubaki’, le camelie, a ‘Hamaguri’, conchiglie, da ‘Tsubame’, rondine, a ‘Wasurenagusa’, fiori azzurri, nontiscordardime, per chiudere con ‘Hotaru’, le lucciole. Simbolo, quest’ultimo, ambiguo, di seduzione, ma anche di anime inquiete. “E’ una lucciola, l’ho presa per te”: è il regalo che prelude alla perdita dell’innocenza e che finirà per segnare, a cascata, i destini intrecciati dei protagonisti, tra abbandoni, lussuria e delitto. Sullo sfondo di una tragedia epocale.

(Roberta Secci)
 

La luna e i falò – Cesare Pavese – Einaudi

“Quando sei arrivato?”. “E quando te ne vai?”. Nei paesi del Sud, e nella mia Calabria in particolare, nella stagione estiva, ma anche nelle feste comandate, queste due domande sono tra le più diffuse. A chi arriva per una vacanza, a chi rientra per qualche problema in famiglia. A molti la cosa infastidisce, e non poco.

Da alcune settimane capita anche a me, ma non provo alcun fastidio. Anzi. Vivo e lavoro a Roma, rientro almeno una volta al mese e trovo queste domande il segno evidente di un affetto particolare da parte di parenti, amici, conoscenti. Il segno di un legame forte con la comunità di origine, con il tuo paese. Questa situazione, e un film (Made in Italy di Ligabue) rivisto in una delle tante notti insonni a causa del grande caldo, mi hanno fatto riprendere in mano il libro “La luna e i falò”, di Cesare Pavese, e riguardare i passaggi sottolineati, quasi sempre legati al ritorno, ai luoghi dell’infanzia. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via – scrive Pavese – un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Il libro racconta la storia di Anguilla, che dopo tanti anni passati in America, a cercare e trovare fortuna, torna nel suo paese natale, Santo Stefano Belbo, nella Langhe, alla fine della guerra. Abbandonato in fasce e adottato dai contadini Padrino e Virgilia, per le cinque lire mensili che spettavano a chi adottava, era andato a lavorare giovanissimo, in seguito alla perdita della vigna di famiglia, nella fattoria della Mora, dal signor Matteo e le sue tre figlie: Irene, Silvia e Santa. Ritrova un paese praticamente identico, dove tutto è diverso. Gli odori e i rumori sono quelli di sempre, le persone della sua infanzia, però, non ci sono più.

Il libro è un lungo viaggio nei ricordi della guerra, di una civiltà contadina ormai scomparsa, nelle storie incredibili di molte persone che abbiamo conosciuto, e probabilmente amato. Il protagonista, dopo tanti anni di assenza, ritrova casa sua ma si sente estraneo, ritrova i simboli della sua infanzia che non hanno più lo stesso valore di un tempo. Nel libro ci sono i temi sempre al centro dei lavori di Pavese: la memoria, il viaggio e il ritorno a casa. E una domanda, forse ancora oggi rimasta senza risposta: bisogna tornare nei posti dove si è stati felici?

(Rosario Stanizzi)
 

Il Presidente – Georges Simenon – Adelphi

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Veramente. Perché il libro che invito a leggere si intitola “Il presidente” ed è naturale il sospetto che si voglia parlare dell’attualità politica italiana, visti gli avvenimenti di questi ultimi sei mesi. Ma è un sospetto fuorviante, ve lo assicuro. 

Il libro pubblicato da Adelphi, infatti, è scritto da uno dei più noti, ruvidi e prolifici scrittori di lingua francese: il belga e cosmopolita Georges Simenon. E il Presidente raccontato nelle 155 dense pagine del libro è un personaggio francese, della prima metà del Novecento, rigorosamente inventato di sana pianta. Alcuni vi hanno intravisto i tratti di Georges Clemenceau e altri quelli di Aristide Briand, ma Simenon racconta, con pochi accenni alla storia vera di quegli anni, la parabola politica e umana di un ex potente, che piano piano comprende quanto la sua uscita di scena sia ormai irreversibile.

Il romanzo narra le trentasei drammatiche ore che portano da una crisi di governo (davvero l’attualità politica non c’entra nulla, non siate maliziosi!) alla formazione di un nuovo esecutivo guidato da un ‘giovane’ leader rampante dalla moralità forse non specchiatissima. Con un guizzo da sperimentato giallista Simenon introduce un tocco di intrigo noir e un pizzico di spy-story, ma la vicenda del Presidente Emile Beaufort è soprattutto la potente e secca analisi della fine di un uomo potente. Con i suoi pregi e i suoi limiti, con la crescente consapevolezza che la solitudine smette di essere una scelta e diventa destino.

Una riflessione che supera la cronaca, pecca forse di un po’ di antipolitica, ma spiega alcuni dei meccanismi della vita pubblica di ogni paese democratico. Se non ne avrete già abbastanza della politica dopo questi ultimi tormentati mesi, se non siete già inseguiti dalla campagna elettorale anche sotto l’ombrellone o sul sentiero alpino, vale la pena perdere qualche ora a leggere questo giovane-vecchio romanzo.

Per gli amanti del bianco e nero e delle ricerche cinematografiche al limite dell’impossibile, il romanzo è divenuto anche un film, interpretato da una copia d’assi d’oltralpe: l’immancabile e tormentato Jean Gabin e il raffinatissimo e poliedrico Bernanrd Blier. 

(Barbara Tedaldi) 

 

Patrimonio. Una storia vera – Philip Roth – Einaudi

Arriva un momento nella vita dove ci si ritrova a dover fare i conti con la durezza del tempo che passa e, inevitabilmente, trasforma i genitori che erano giovani e forti in anziani e malati.

‘Patrimonio. Una storia vera’ è un romanzo autobiografico di Philip Roth dove ci viene raccontato l’ultimo percorso di vita del padre, Herman, colpito a 86 anni da un tumore al cervello.

L’autore si ritrova, d’un tratto, ad accudire il genitore, a prendersene cura proprio come da bambino il padre faceva con lui.

Il brutto male avanza quotidianamente prima deturpando il volto del padre e poi rendendolo a poco a poco sempre meno autosufficiente.
Il dilemma se sottoporre l’anziano genitore malato a due delicatissimi interventi chirurgici in testa tormenta l’autore che si ritrova a dover prendere decisioni cariche di responsabilità.

Mentre la fine della vita si avvicina la memoria ritorna a vecchi episodi familiari, ai sentimenti passati. Ad un padre che è sempre stato duro e tignoso, poco legato agli oggetti materiali e che, proprio per questo, lascia al figlio un ‘patrimonio’ di soli ricordi, gli unici che danno un senso alla vita e che passano da una generazione all’altra.

L’autore prende consapevolezza che proprio prendersi cura in questa fase di fragilità dell’anziano genitore è la vera eredità che porterà con sé fissando nella mente ogni attimo trascorso insieme.

Il padre per l’ultimo viaggio è raffigurato come una grossa nave da guerra ormai in disarmo, un relitto trascinato solo dalla corrente verso il porto di origine.

Philp Roth descrive la malattia del padre in maniera minuziosa, in ogni dettaglio, anche quelli più intimi. Una maniera per esorcizzare il dolore e che mette in risalto la volontà che ha di proteggere il padre da quest’ultima battaglia che il destino gli ha messo davanti.

(Paolo Tripaldi)

L’Arte della gioia – Goliarda Sapienza – Einaudi

Negli anni ’70 del secolo scorso, i principali editori decisero uno dopo l’altro di non pubblicare un romanzo che, nel successivo millennio e molti anni dopo la morte dell’autrice, sarebbe diventato un successo dapprima all’estero e poi, finalmente, anche nell’Italia di cui narra le vicende. Basterebbe questo ad attirare l’interesse degli amanti dei libri: ma la lettura dell’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza è appassionante al di là della sua tormentata storia editoriale.

Figlia di quella che all’epoca si chiamava “libera unione” di due genitori speciali come l’attivista e scrittrice Maria Giudice, che aveva avuto già 7 figli da una precedente relazione, e l’avvocato e parlamentare siciliano Giuseppe, a sua volta già padre di almeno tre figli, Goliarda nacque nel 1924. Aveva già alle spalle una vita intensa di intellettuale e attrice, con una piccola parte nel film Senso di Luchino Visconti, quando intraprese, già quasi cinquantenne, quella che considerava la grande opera della sua vita.

Per diversi anni si chiuse ogni mattina nella mansarda della sua casa nel quartiere Flaminio a Roma, per raccontare la storia di Modesta, un’eroina che smentisce il suo nome fin dalle prime pagine: sensuale, spregiudicata anche oltre l’accettabile ma al tempo stesso adorabile, e nata nella campagna siciliana il primo gennaio 1900, una data simbolica che ne fa l’ideale testimone delle vicende del secolo. La sua vita è costellata di colpi di scena, a partire dal salto sociale che dalla povertà affamata di una famiglia disgraziata la proietta, dopo una parentesi formativa in convento, nei palazzi e biblioteche della più opulenta aristocrazia siciliana.

Il risultato di tanti anni di scrittura nelle ristrettezze economiche non fu capito dagli editori dell’epoca, che rispedirono il manoscritto alla mittente causandole una tale frustrazione da spingerla a compiere un atto estremo, un furto di gioielli in conseguenza del quale sarebbe finita brevemente a Rebibbia. 

Convinta del valore del suo capolavoro, Goliarda Sapienza provò addirittura a interessare l’allora presidente della repubblica, Sandro Pertini, che aveva conosciuto durante la Resistenza e che il padre aveva aiutato a fuggire dal carcere assieme a Giuseppe Saragat nel 1944. Ma neanche l’intervento del capo dello Stato smosse i responsabili editoriali dal loro pregiudizio sul romanzo e sulla sua protagonista. Sarebbe stato pubblicato solo dopo la morte dell’autrice, scomparsa a 72 anni nel 1996, dal suo compagno, Angelo Pellegrino, a sue spese e in poche copie.

Una decina di anni dopo, un’editor tedesca lo legge, se ne innamora, lo pubblica nel 2005 e lo segnala a una collega in Francia, dove esce lo stesso anno; in Spagna due anni dopo.  L’elevato costo della traduzione (sono oltre 500 pagine di testo nella versione Einaudi, ch lo pubblica nel 2008) viene ripagato dal successo internazionale.

(Francesca Venturi)

 

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