C’è vita oltre la Terra? Tra 10, 20 o 30 anni lo sapremo

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AGI – Ci sono circa 100 miliardi di galassie nell’universo, un’abbondanza inimmaginabile di pianeti. E ora ci sono nuovi modi per individuare se ci siano segni di vita, sostiene un ampio servizio del New York Times sulla base dello stato di avanzamento delle ricerche della Nasa sull’intelligenza oltre la Terra, a lungo descritta “sulla base del presupposto che gli extraterrestri avrebbero sviluppato tecnologie radio simili a quelle create dagli umani”.
Tant’è che “in alcuni dei primi articoli accademici di fine anni ’50, gli scienziati ipotizzarono persino che gli extraterrestri potessero essere interessati a chattare con noi” e ciò “ha giocato a favore dell’idea degli alieni ‘come fonte di salvezza’ e che ci avrebbero insegnato delle cose”, ha osservato Adam Frank, astrofisico dell’Università di Rochester.
Frank sottolinea che la ricerca di segnali dallo spazio è diventata, nel tempo, più indifferente, perché invece di cercare o aspettarsi chiamate dirette, “i telescopi ora spazzano il cielo, cercando miliardi di frequenze contemporaneamente, per segnali elettronici la cui origine non può essere spiegata solo da fenomeni celesti”. Nel 2018, racconta il Times, Frank ha partecipato a un incontro a Houston incentrato sulle firme tecnologiche. “L’obiettivo era portare i 60 ricercatori presenti a pensare alla definizione di un nuovo campo scientifico che, con l’aiuto della Nasa, avrebbe cercato segni di tecnologia su mondi lontani, come l’inquinamento atmosferico, per esempio”. Quell’incontro a Houston “fu l’alba di una nuova era”, ricorda Frank, che con i suoi colleghi adesso sta ricercando ciò che potrebbe costituire la prova che la civiltà tecnologica esiste anche su altri pianeti.
Ovvero, “in questa fase”, sottolinea Frank, “il lavoro della squadra non riguarda la comunicazione con gli alieni; né ha lo scopo di contribuire alla ricerca sulle trasmissioni radio extraterrestri” ma tutti insieme “stanno pensando principalmente alle atmosfere di mondi lontani e a cosa potrebbero dirci”. Osserva ancora l’astrofisico di Rochester: “Quasi tutte le stelle che si vedono nel cielo di notte hanno un pianeta intorno, se non una famiglia di pianeti” e “poiché ci sono probabilmente almeno 100 miliardi di stelle nella galassia della Via Lattea e circa 100 miliardi di galassie nell’universo, i potenziali candidati alla vita potrebbero avere proporzioni nemmeno lontanamente immaginabili”.
Quest’estate sono state rilasciate le prime immagini del nuovo telescopio spaziale James Webb, ma sono anche in fase di sviluppo molti altri potenti strumenti terrestri e spaziali che ci permetteranno di vedere per la prima volta oggetti estremamente distanti o di visualizzare oggetti precedentemente identificati in modi nuovi. “Con cose come Jwst e alcuni degli altri telescopi, stiamo iniziando a sondare atmosfere alla ricerca di segnali molto più piccoli”, dichaira al Times Michael New, funzionario della Nasa che ha partecipato alla conferenza di Houston del 2018.
Conclude lo stesso Frank: “Il punto è che, dopo 2.500 anni in cui ci siamo dannati e litigati sulle forme di vita nell’universo, nei prossimi 10, 20 o 30 anni otterremo effettivamente dei dati”.
Finché c’è vita c’è speranza, anche sugli altri pianeti.

AGI – Ci sono circa 100 miliardi di galassie nell’universo, un’abbondanza inimmaginabile di pianeti. E ora ci sono nuovi modi per individuare se ci siano segni di vita, sostiene un ampio servizio del New York Times sulla base dello stato di avanzamento delle ricerche della Nasa sull’intelligenza oltre la Terra, a lungo descritta “sulla base del presupposto che gli extraterrestri avrebbero sviluppato tecnologie radio simili a quelle create dagli umani”.

Tant’è che “in alcuni dei primi articoli accademici di fine anni ’50, gli scienziati ipotizzarono persino che gli extraterrestri potessero essere interessati a chattare con noi” e ciò “ha giocato a favore dell’idea degli alieni ‘come fonte di salvezza’ e che ci avrebbero insegnato delle cose”, ha osservato Adam Frank, astrofisico dell’Università di Rochester.

Frank sottolinea che la ricerca di segnali dallo spazio è diventata, nel tempo, più indifferente, perché invece di cercare o aspettarsi chiamate dirette, “i telescopi ora spazzano il cielo, cercando miliardi di frequenze contemporaneamente, per segnali elettronici la cui origine non può essere spiegata solo da fenomeni celesti”. Nel 2018, racconta il Times, Frank ha partecipato a un incontro a Houston incentrato sulle firme tecnologiche. “L’obiettivo era portare i 60 ricercatori presenti a pensare alla definizione di un nuovo campo scientifico che, con l’aiuto della Nasa, avrebbe cercato segni di tecnologia su mondi lontani, come l’inquinamento atmosferico, per esempio”. Quell’incontro a Houston “fu l’alba di una nuova era”, ricorda Frank, che con i suoi colleghi adesso sta ricercando ciò che potrebbe costituire la prova che la civiltà tecnologica esiste anche su altri pianeti.

Ovvero, “in questa fase”, sottolinea Frank, “il lavoro della squadra non riguarda la comunicazione con gli alieni; né ha lo scopo di contribuire alla ricerca sulle trasmissioni radio extraterrestri” ma tutti insieme “stanno pensando principalmente alle atmosfere di mondi lontani e a cosa potrebbero dirci”. Osserva ancora l’astrofisico di Rochester: “Quasi tutte le stelle che si vedono nel cielo di notte hanno un pianeta intorno, se non una famiglia di pianeti” e “poiché ci sono probabilmente almeno 100 miliardi di stelle nella galassia della Via Lattea e circa 100 miliardi di galassie nell’universo, i potenziali candidati alla vita potrebbero avere proporzioni nemmeno lontanamente immaginabili”.

Quest’estate sono state rilasciate le prime immagini del nuovo telescopio spaziale James Webb, ma sono anche in fase di sviluppo molti altri potenti strumenti terrestri e spaziali che ci permetteranno di vedere per la prima volta oggetti estremamente distanti o di visualizzare oggetti precedentemente identificati in modi nuovi. “Con cose come Jwst e alcuni degli altri telescopi, stiamo iniziando a sondare atmosfere alla ricerca di segnali molto più piccoli”, dichaira al Times Michael New, funzionario della Nasa che ha partecipato alla conferenza di Houston del 2018.

Conclude lo stesso Frank: “Il punto è che, dopo 2.500 anni in cui ci siamo dannati e litigati sulle forme di vita nell’universo, nei prossimi 10, 20 o 30 anni otterremo effettivamente dei dati”.

Finché c’è vita c’è speranza, anche sugli altri pianeti.

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