Il nuovo libro di Piotta sulle origini del rap italico: “Pensavano fossimo un bluff”  

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AGi – Piotta racconta “Il primo re(p), alle origini del rap italico”: “Pensavano fossimo un bluff” “Il primo re(p), alle origini del rap italico”, nuovo libro di Piotta, racconta un rap che non c’è più, padre del rap che oggi non solo esiste ma si è divorato l’intero mercato discografico; racconta di una Roma che non c’è più, decisamente più emotiva, popolare, semplice, folk, di quella di oggi, diventata metropoli confusionaria e sempre più asettica. Il tutto attraverso una storia che ha davvero dell’incredibile, l’ascesa di un genere che si fa metafora di un cambiamento nello status quo del musicbiz nazionale e narrazione efficace di un fenomeno sociale.
“Il primo re(p), alle origini del rap italico”, nuovo libro di Piotta, rappresenta un viaggio praticamente imperdibile. Non solo perché ci permette di entrare nel profondo di un artista certamente tra i più amati della scena musicale italiana degli ultimi trent’anni, che ha conquistato la simpatia di un paese intero con hit assolute come “Supercafone” e “La grande onda”; ma soprattutto perché la fotografia ad una parentesi di tempo ben definita che il rapper offre è precisa al dettaglio, coinvolgente, colorata. Racconta un rap che non c’è più, padre del rap che oggi non solo esiste ma si è divorato l’intero mercato discografico; racconta di una Roma che non c’è più, decisamente più emotiva, popolare, semplice, folk, di quella di oggi, diventata metropoli confusionaria e sempre più asettica.
Il tutto attraverso una storia che ha davvero dell’incredibile, l’ascesa di un genere che si fa metafora di un cambiamento nello status quo del musicbiz nazionale e narrazione efficace di un fenomeno sociale; la musica vissuta non come prospettiva lavorativa, come inseguimento affannoso della popolarità, ma esclusivamente come disciplina che aggrega, che permette un’inedita vocazione espressiva, una modalità di stare al mondo che parte da un sottobosco (comunque popoloso) per arrivare alle grandi vetrine.
In mezzo a questo marasma dai connotati anche intellettuali, Tommaso Zanello, che a poco a poco diventa Piotta, artista capace (perché fortemente interessato) di declinare la matrice sociale di un genere e contemporaneamente metterci dentro, in tutto e per tutto, la sua Roma; che in quegli anni abbraccia questo gruppo di ragazzi che, inconsapevolmente, stavano compiendo il primo decisivo ed indispensabile passo verso una delle più importanti rivoluzioni culturali della storia della musica italiana.

Perché un libro?
“È il terzo, il motivo è semplice: mi hanno chiesto un libro che raccontasse la storia del rap in Italia attraverso la mia vita. È proprio il mio ricordo personale, emotivo, della mia famiglia, della mia città in quegli anni, del mio liceo e anche di questa prima scena rap italiana che nasceva per gioco e per passione, con il sogno che sarebbe diventato, chissà, un lavoro. Ma si trattava di un sogno con la “s” maiuscola, noi ce l’abbiamo messa tutta, poi che sarebbe andata così come è andata nessuno ci poteva giurare, sperare si, ma giurare no”.
Se il Piotta di oggi dovesse raccontare al piccolo Tommaso cosa succede nella discografia attuale, quindi l’esplosione mainstream del rap, Salmo a San Siro, Marracash che vince il Tenco, lui cosa penserebbe?
“Penso che il Tommaso più adulto gli risulterebbe una persona costruttiva e positiva, quale effettivamente sono, però un filo troppo ottimista”.
…che poi arriva tutto da lì, da quello che avete creato voi, no?
“Effettivamente questi due artisti che hai citato sono legati con un filo rosso a quello che abbiamo seminato; naturalmente ci sono tantissime differenze, personali, familiari, di linguaggio, comunque fanno parte di quella matrice che negli anni ’90 vide giocare assieme nello stesso scenario i Sangue Misto, i Cammelli da Bologna, Colle Der Fomento e Piotta da Roma, J- Ax con gli Articolo a Milano, così come i Sottotono da Varese, era reggae ma anche i Sud Sound System dal salento…eravamo già tanti, ma anno dopo anno, generazione dopo generazione, non solo siamo cresciuti, ma abbiamo anche sempre innalzato questo palazzo metaforico, noi eravamo quelli delle fondamenta, penso che le abbiamo messe buone, perché comunque il palazzo è arrivato quasi al superattico e sta ancora perfettamente in piedi, anzi, sta così in piedi che da qualche parte ci sono delle parti aggiunte alla spina dorsale principale, che ha dato vita a delle cuginanze con l’hip hop che a volte sono amate e altre volte un po’ meno capite, ma sicuramente ci sono, nei contenuti e nei suoni”.
Secondo te il Tenco, inteso come riconoscimento di un valore cantautorale, impegnato, è arrivato un po’ in ritardo su un certo rap, quello che oggi rappresenta la fetta più grande del mercato?
“Secondo me si, perché c’è stato del pregiudizio sul rap italiano dal giorno uno; quando abbiamo cominciato noi, tutti più o meno sorridevano, se non peggio (ridevano), quando gli dicevamo “Guardate che questo è il genere musicale che va in tutta Italia, ogni serata siamo mille persone” e ci rispondevano “ahaha, non ci posso credere”. Il fatto è che siccome non c’era internet per documentare questa cosa anche a livello fotografico e video (tanto che la documentazione che c’è è posticcia), se tu per ragioni anagrafiche non c’eri, o ti fidavi del racconto o pensavi che bluffassimo; ma non c’era un bluff, anzi, noi lo sottostimavamo. Non c’erano volti nazionali, eravamo tutti indipendenti, e siamo riusciti tutti insieme a fare due volte il Forum D’Assago, che oggi è un luogo importante che qualcuno riesce a riempire da solo, ma all’epoca no, noi avevamo 2-3 canzoni a testa. Allora vuol dire che il potenziale era veramente forte, all’inizio 2000 sembrava in calo, ma in realtà non si è più fermata quella cosa, declinata in nomi, stili e città spaziava in tutto il repertorio”.

Com’era Roma ai tempi e come si approcciava al rap?
“Ho ricordi bellissimi di quella Roma lì, era unica, perché rispetto a quella di oggi, non c’era la rete per avvicinare queste realtà, ma ognuna di queste realtà aveva un proprio linguaggio, ascoltavi i dischi dei tuoi colleghi di altre città e sentivi utilizzare parole che non conoscevi, alle volte serviva proprio prendere il telefono e chiamare: “Ma questa cosa qui esattamente che vuol dire? Cosa intendete?”; c’era proprio uno scambio linguistico. Però ce n’è voluta, non ci credevano che si potesse fare musica di qualità usando termini come “Spaccà, Nnamo, zì…” e da lì parte il problema del Tenco, era impensabile da parte loro darci un premio. Quest’anno Fabio ha vinto giustamente, ha fatto un disco bellissimo e di grande successo, ci mancherebbe, ed è bello che il rap si affacci al Tenco, ma direi anche “Era ora!”, perché? I Sangue Misto non meritavano il Tenco?”
Secondo te chi sono gli artisti che ai tempi avrebbero meritato un riconoscimento come il Tenco?
“Vogliamo dare una specie di Tenco posticcio? Lo diamo a tutti quelli che lo avrebbero meritato anni fa?”
…mi sembra una buona idea, potremmo chiamarlo “Tenco al Tenco”
“Si, mi sembra stupendo!”
Ma ve lo meritavate ai tempi secondo te?
“I numeri erano più piccoli, si trattava di un declinare l’hip hop con uno stile fortemente italiano; noi non facevamo una copia para para, io ci mettevo gli scratch di Gabriella Ferri, il mandolino, la citazione di Claudio Villa, di Califano, il popolare mio con il quale sono cresciuto a Roma, nei suoni e nelle parole, ci ho messo lo slang di tutti i giorni. A livello culturale c’è un forte discorso di linguaggio e sociologico, pensavano che fossimo ragazzi ignoranti, no, non lo eravamo, c’erano già persone che studiavano in quella scena tra l’altro, c’era un approccio che sembrava hardcore (e lo era anche un po’ di fatto) ma era anche intellettuale, c’era un ragionamento per cui arrivavamo a quella cosa”
È una cosa che addirittura in quegli anni ti ha quasi identificato come artista, no?
“Le prime interviste che facevo restavano stupiti perché parlavo italiano, pensavano che parlavo solo in romanaccio; gli spiegavo che era un gioco che permetteva, a differenza dei cantautori storici, di giocare. Io non devo fare per forza il testo didascalico sulla mia vita ma posso permettermi di andare sopra le righe, fantasticare, giocare col cinema e i fumetti, mescolare diverse discipline”
Che poi è un problema (qualora volessimo considerarlo un problema) che accade anche oggi: molte cose sembrano essere prive di un significato profondo, non si percepisce questo ragionamento di cui parli nel rap di oggi. Ma siamo noi disattenti oppure davvero sembra, con le dovute eccezioni naturalmente, che non ci sia questo grande impegno intellettuale, linguistico e sociale?
“Non vorrei che la distanza anagrafica rendesse il giudizio un po’ troppo austero, ma questa sensazione ce l’ho anche io. Però ci muoviamo in un contesto del tutto differente a quello anche solo di vent’anni fa, perchè banalmente la mancanza della rete faceva si che quello dei ’90 fosse un mondo molto più simile a quello dei ’70 rispetto al nostro, perché c’è stato un gap tecnico e soprattutto spazio temporale (nel senso che è tutto immanente, quello che esce qui è già a New York sia nei suoni che nelle parole e nelle immagini). Io alle volte ascolto canzoni e mi verrebbe da prendere un vocabolario, ma in quale lingua? Sento utilizzare terminologie americane che noi non abbiamo mai usato anzi, ti dirò di più, quei pochi artisti italiani che usavano uno slang americano, perché pensavano che così potesse essere una traduzione più consona dell’hip hop, noi li dileggiavamo, perché ci sembrava invece un feticcio brutto, cioè prendere una cosa che non è proprio tua. Ci sembrava poco rispettoso nei confronti del contesto dal quale veniva strappata”
Tu hai fatto una scelta praticamente contraria…?
“Si, mi sono impegnato nel prendere costantemente parole utilizzate a Roma per metterle in un tessuto linguistico che andava da una citazione altissima ad una molto più bassa e popolare, dal cinema d’autore ai B-Movies, fino al fumetto e alla letteratura. Mi piaceva molto questa cosa per cui il confine era cercare di avere meno confini possibili, un approccio più anarchico. Infatti anche all’interno della stessa scena non sempre venivo capito subito, io sono sempre scappato via dalle regole, sia nei contenuti che nell’estetica, per cui capitava che andavo al Rap Village con l’occhialone anni ’70 da signora e i capelli lunghi quasi da heavy metal”
Ci hai fatto anche pezzo strepitoso su questa cosa: “Piotta è morto”…
“Eh si, essere provocatorio mi piace molto, già col rap sei provocatorio rispetto alla scena mainstream italiana, ma è ancora più bello esserlo anche all’interno della stessa scena, per il gusto di mettere tutto in discussione”
Mi fai venire in mente rapper come Willie Peyote, sotto ogni punto di vista fuori dai canoni contenutistici ed estetici del rap attuale…
“Infatti è un artista carismatico e che ha spessore, che non pensa a chi potrebbe copiare, anche di semi sconosciuto, per portarlo in Italia; no, io sono io, penso a chi sono io, chi voglio essere io, che voglio fare io. La sfida è con te stesso. Per cui a me artisti come Guglielmo, come Caparezza, mi piace come ragionano, fanno cose diverse da me ma senti che sono un unicum”
Sarebbe bello se questi traguardi raggiunti dal rap possano avere un significato per chi si approccia adesso al genere, perché i risultati più eclatanti, quindi stadi o premi Tenco, arrivano quando si fa attenzione ai contenuti, quando esiste una necessità artistica; con le hit si fanno grandi numeri ma non si arriva a nulla di speciale…
“La hit può essere un valido punto di partenza per un artista, per capire che si può fare, perché quando sei piccolo fai le cose ma difficilmente poi pensi che possa diventare un lavoro. Se quello è il punto di partenza va bene, ma la ripetizione feticistica di quel risultato sarebbe sempre più malinconica, come se facessi un disco nuovo e lo intitolassi “La grandissima onda”…ok, carino, ma l’ho già fatto vent’anni fa, che mi frega? Poi ci sta che recuperi una cosa vecchia, che ti autociti, ma l’importante è sempre seminare”
Già che ci siamo, ma hai pensato di fare una nuova versione di “Supercafone”? Magari aggiornata, visto che il cafone del ’99 è molto diverso da quello di oggi. Qualcuno te l’avrà chiesto certamente in questi anni…
“Si si, succede spesso, una volta l’abbiamo fatto pure a “Quelli che il calcio” rivedendo parte del testo, però ho come sempre l’impressione che c’è una magia in quel brano che nemmeno io posso controllare. Nel libro racconto che i brani di maggior successo sono quelli nei quali ho fatto tanta semina emotiva e ho cercato di avere meno controllo lavorativo, quelli che hanno una genesi che parte da lontano, come “Supercafone”, “La grande onda”, “Sette vizi capitale”, hanno una vita lunghissima; e invece altri nei quali mi sembra di avere avuto un controllo totale, dalla scrittura all’uscita, in cui tutto mi sembra preciso, svizzero, dove non ho sbagliato un colpo, finiscono per andare peggio. Quando sono emotivo e meno razionale riesco a raggiungere più persone, a fare più risultato”
.
Nel libro si percepisce come la musica per te va oltre la semplice passione, il semplice lavoro, in qualche modo ti ha regalato un’identità, una storia…com’è cambiato nel tempo il tuo rapporto con la musica?
“Inizialmente, quando l’ho scelta, tutto quello che sarebbe accaduto io non lo sapevo, è stato istinto puro. Io ringrazio ogni giorno il piccolo Tommasino, potessi incontrarlo gli direi “Ti amo, grazie, grazie, grazie. Mi hai salvato da un sacco di momenti bui”, come quelli che abbiamo tutti, per una perdita, per un momento complicato, e ogni volta c’era santa musica a permettermi, a differenza di altri lavori, di tirare fuori tutto, a permettermi di avere i miei tempi, dormire due giorni o non dormire per due giorni, darmi sempre dei tempi rivoluzionari e rivoluzionabili rispetto al mondo esterno e al Tommaso del mese prima. Mi ha permesso di incontrare tantissime persone, di viaggiare, andare all’estero…per me la musica è qualcosa di sacro. Io scindo in due parti totalmente diverse musica e discografia, la musica è la parte più alta, più spirituale, la discografia è la declinazione di una serie di regole e comportamenti, come una funzione, bisogna rispettare quell’ordine, che è inevitabile che ci sia, anche se non è arte. La discografia è un po’ di anni che ha deciso di investire nella cultura hip hop, che è un bene ma è anche un male, nel senso che poi ha fortemente portato questa cultura altrove rispetto ai motivi per cui nasce, mentre la musica no, fa sempre il suo sano lavoro terapeutico, sia a livello personale che collettivo”
Scrivi “sono tante le cose che oggi farei meglio di ieri. Si chiama vita, e funziona così”, ma cosa esattamente rifaresti e cosa esattamente non rifaresti?
In realtà che non rifarei niente, anche la cosa fatta meno bene è servita per arrivare fin qui; levando qualcosa non so se sarei esattamente qui con i pensieri che ho; quelle cose fatte meno bene mi hanno sempre costretto a studiare e studiare vuol dire crescere, ampliare i propri orizzonti. Quindi certamente rifarei tutto, alcune cose forse le farei meglio, anche perché artisticamente sono molto cresciuto, sia nel live che nella scrittura dei dischi, però magari non avrei la forza dei vent’anni, che fai una cosa fatta meno bene però selvaggia; ecco alcuni brani che ho che sono selvaggi ora non li rifarei, perché ora non sono più selvaggio, sono più riflessivo.

AGi – Piotta racconta “Il primo re(p), alle origini del rap italico”: “Pensavano fossimo un bluff” “Il primo re(p), alle origini del rap italico”, nuovo libro di Piotta, racconta un rap che non c’è più, padre del rap che oggi non solo esiste ma si è divorato l’intero mercato discografico; racconta di una Roma che non c’è più, decisamente più emotiva, popolare, semplice, folk, di quella di oggi, diventata metropoli confusionaria e sempre più asettica. Il tutto attraverso una storia che ha davvero dell’incredibile, l’ascesa di un genere che si fa metafora di un cambiamento nello status quo del musicbiz nazionale e narrazione efficace di un fenomeno sociale.

“Il primo re(p), alle origini del rap italico”, nuovo libro di Piotta, rappresenta un viaggio praticamente imperdibile. Non solo perché ci permette di entrare nel profondo di un artista certamente tra i più amati della scena musicale italiana degli ultimi trent’anni, che ha conquistato la simpatia di un paese intero con hit assolute come “Supercafone” e “La grande onda”; ma soprattutto perché la fotografia ad una parentesi di tempo ben definita che il rapper offre è precisa al dettaglio, coinvolgente, colorata. Racconta un rap che non c’è più, padre del rap che oggi non solo esiste ma si è divorato l’intero mercato discografico; racconta di una Roma che non c’è più, decisamente più emotiva, popolare, semplice, folk, di quella di oggi, diventata metropoli confusionaria e sempre più asettica.

Il tutto attraverso una storia che ha davvero dell’incredibile, l’ascesa di un genere che si fa metafora di un cambiamento nello status quo del musicbiz nazionale e narrazione efficace di un fenomeno sociale; la musica vissuta non come prospettiva lavorativa, come inseguimento affannoso della popolarità, ma esclusivamente come disciplina che aggrega, che permette un’inedita vocazione espressiva, una modalità di stare al mondo che parte da un sottobosco (comunque popoloso) per arrivare alle grandi vetrine.

In mezzo a questo marasma dai connotati anche intellettuali, Tommaso Zanello, che a poco a poco diventa Piotta, artista capace (perché fortemente interessato) di declinare la matrice sociale di un genere e contemporaneamente metterci dentro, in tutto e per tutto, la sua Roma; che in quegli anni abbraccia questo gruppo di ragazzi che, inconsapevolmente, stavano compiendo il primo decisivo ed indispensabile passo verso una delle più importanti rivoluzioni culturali della storia della musica italiana.

Perché un libro?

“È il terzo, il motivo è semplice: mi hanno chiesto un libro che raccontasse la storia del rap in Italia attraverso la mia vita. È proprio il mio ricordo personale, emotivo, della mia famiglia, della mia città in quegli anni, del mio liceo e anche di questa prima scena rap italiana che nasceva per gioco e per passione, con il sogno che sarebbe diventato, chissà, un lavoro. Ma si trattava di un sogno con la “s” maiuscola, noi ce l’abbiamo messa tutta, poi che sarebbe andata così come è andata nessuno ci poteva giurare, sperare si, ma giurare no”.

Se il Piotta di oggi dovesse raccontare al piccolo Tommaso cosa succede nella discografia attuale, quindi l’esplosione mainstream del rap, Salmo a San Siro, Marracash che vince il Tenco, lui cosa penserebbe?

“Penso che il Tommaso più adulto gli risulterebbe una persona costruttiva e positiva, quale effettivamente sono, però un filo troppo ottimista”.

…che poi arriva tutto da lì, da quello che avete creato voi, no?

“Effettivamente questi due artisti che hai citato sono legati con un filo rosso a quello che abbiamo seminato; naturalmente ci sono tantissime differenze, personali, familiari, di linguaggio, comunque fanno parte di quella matrice che negli anni ’90 vide giocare assieme nello stesso scenario i Sangue Misto, i Cammelli da Bologna, Colle Der Fomento e Piotta da Roma, J- Ax con gli Articolo a Milano, così come i Sottotono da Varese, era reggae ma anche i Sud Sound System dal salento…eravamo già tanti, ma anno dopo anno, generazione dopo generazione, non solo siamo cresciuti, ma abbiamo anche sempre innalzato questo palazzo metaforico, noi eravamo quelli delle fondamenta, penso che le abbiamo messe buone, perché comunque il palazzo è arrivato quasi al superattico e sta ancora perfettamente in piedi, anzi, sta così in piedi che da qualche parte ci sono delle parti aggiunte alla spina dorsale principale, che ha dato vita a delle cuginanze con l’hip hop che a volte sono amate e altre volte un po’ meno capite, ma sicuramente ci sono, nei contenuti e nei suoni”.

Secondo te il Tenco, inteso come riconoscimento di un valore cantautorale, impegnato, è arrivato un po’ in ritardo su un certo rap, quello che oggi rappresenta la fetta più grande del mercato?

“Secondo me si, perché c’è stato del pregiudizio sul rap italiano dal giorno uno; quando abbiamo cominciato noi, tutti più o meno sorridevano, se non peggio (ridevano), quando gli dicevamo “Guardate che questo è il genere musicale che va in tutta Italia, ogni serata siamo mille persone” e ci rispondevano “ahaha, non ci posso credere”. Il fatto è che siccome non c’era internet per documentare questa cosa anche a livello fotografico e video (tanto che la documentazione che c’è è posticcia), se tu per ragioni anagrafiche non c’eri, o ti fidavi del racconto o pensavi che bluffassimo; ma non c’era un bluff, anzi, noi lo sottostimavamo. Non c’erano volti nazionali, eravamo tutti indipendenti, e siamo riusciti tutti insieme a fare due volte il Forum D’Assago, che oggi è un luogo importante che qualcuno riesce a riempire da solo, ma all’epoca no, noi avevamo 2-3 canzoni a testa. Allora vuol dire che il potenziale era veramente forte, all’inizio 2000 sembrava in calo, ma in realtà non si è più fermata quella cosa, declinata in nomi, stili e città spaziava in tutto il repertorio”.

Com’era Roma ai tempi e come si approcciava al rap?

“Ho ricordi bellissimi di quella Roma lì, era unica, perché rispetto a quella di oggi, non c’era la rete per avvicinare queste realtà, ma ognuna di queste realtà aveva un proprio linguaggio, ascoltavi i dischi dei tuoi colleghi di altre città e sentivi utilizzare parole che non conoscevi, alle volte serviva proprio prendere il telefono e chiamare: “Ma questa cosa qui esattamente che vuol dire? Cosa intendete?”; c’era proprio uno scambio linguistico. Però ce n’è voluta, non ci credevano che si potesse fare musica di qualità usando termini come “Spaccà, Nnamo, zì…” e da lì parte il problema del Tenco, era impensabile da parte loro darci un premio. Quest’anno Fabio ha vinto giustamente, ha fatto un disco bellissimo e di grande successo, ci mancherebbe, ed è bello che il rap si affacci al Tenco, ma direi anche “Era ora!”, perché? I Sangue Misto non meritavano il Tenco?”

Secondo te chi sono gli artisti che ai tempi avrebbero meritato un riconoscimento come il Tenco?

“Vogliamo dare una specie di Tenco posticcio? Lo diamo a tutti quelli che lo avrebbero meritato anni fa?”

…mi sembra una buona idea, potremmo chiamarlo “Tenco al Tenco”

“Si, mi sembra stupendo!”

Ma ve lo meritavate ai tempi secondo te?

“I numeri erano più piccoli, si trattava di un declinare l’hip hop con uno stile fortemente italiano; noi non facevamo una copia para para, io ci mettevo gli scratch di Gabriella Ferri, il mandolino, la citazione di Claudio Villa, di Califano, il popolare mio con il quale sono cresciuto a Roma, nei suoni e nelle parole, ci ho messo lo slang di tutti i giorni. A livello culturale c’è un forte discorso di linguaggio e sociologico, pensavano che fossimo ragazzi ignoranti, no, non lo eravamo, c’erano già persone che studiavano in quella scena tra l’altro, c’era un approccio che sembrava hardcore (e lo era anche un po’ di fatto) ma era anche intellettuale, c’era un ragionamento per cui arrivavamo a quella cosa”

È una cosa che addirittura in quegli anni ti ha quasi identificato come artista, no?

“Le prime interviste che facevo restavano stupiti perché parlavo italiano, pensavano che parlavo solo in romanaccio; gli spiegavo che era un gioco che permetteva, a differenza dei cantautori storici, di giocare. Io non devo fare per forza il testo didascalico sulla mia vita ma posso permettermi di andare sopra le righe, fantasticare, giocare col cinema e i fumetti, mescolare diverse discipline”

Che poi è un problema (qualora volessimo considerarlo un problema) che accade anche oggi: molte cose sembrano essere prive di un significato profondo, non si percepisce questo ragionamento di cui parli nel rap di oggi. Ma siamo noi disattenti oppure davvero sembra, con le dovute eccezioni naturalmente, che non ci sia questo grande impegno intellettuale, linguistico e sociale?

“Non vorrei che la distanza anagrafica rendesse il giudizio un po’ troppo austero, ma questa sensazione ce l’ho anche io. Però ci muoviamo in un contesto del tutto differente a quello anche solo di vent’anni fa, perchè banalmente la mancanza della rete faceva si che quello dei ’90 fosse un mondo molto più simile a quello dei ’70 rispetto al nostro, perché c’è stato un gap tecnico e soprattutto spazio temporale (nel senso che è tutto immanente, quello che esce qui è già a New York sia nei suoni che nelle parole e nelle immagini). Io alle volte ascolto canzoni e mi verrebbe da prendere un vocabolario, ma in quale lingua? Sento utilizzare terminologie americane che noi non abbiamo mai usato anzi, ti dirò di più, quei pochi artisti italiani che usavano uno slang americano, perché pensavano che così potesse essere una traduzione più consona dell’hip hop, noi li dileggiavamo, perché ci sembrava invece un feticcio brutto, cioè prendere una cosa che non è proprio tua. Ci sembrava poco rispettoso nei confronti del contesto dal quale veniva strappata”

Tu hai fatto una scelta praticamente contraria…?

“Si, mi sono impegnato nel prendere costantemente parole utilizzate a Roma per metterle in un tessuto linguistico che andava da una citazione altissima ad una molto più bassa e popolare, dal cinema d’autore ai B-Movies, fino al fumetto e alla letteratura. Mi piaceva molto questa cosa per cui il confine era cercare di avere meno confini possibili, un approccio più anarchico. Infatti anche all’interno della stessa scena non sempre venivo capito subito, io sono sempre scappato via dalle regole, sia nei contenuti che nell’estetica, per cui capitava che andavo al Rap Village con l’occhialone anni ’70 da signora e i capelli lunghi quasi da heavy metal”

Ci hai fatto anche pezzo strepitoso su questa cosa: “Piotta è morto”…

“Eh si, essere provocatorio mi piace molto, già col rap sei provocatorio rispetto alla scena mainstream italiana, ma è ancora più bello esserlo anche all’interno della stessa scena, per il gusto di mettere tutto in discussione”

Mi fai venire in mente rapper come Willie Peyote, sotto ogni punto di vista fuori dai canoni contenutistici ed estetici del rap attuale…

“Infatti è un artista carismatico e che ha spessore, che non pensa a chi potrebbe copiare, anche di semi sconosciuto, per portarlo in Italia; no, io sono io, penso a chi sono io, chi voglio essere io, che voglio fare io. La sfida è con te stesso. Per cui a me artisti come Guglielmo, come Caparezza, mi piace come ragionano, fanno cose diverse da me ma senti che sono un unicum”

Sarebbe bello se questi traguardi raggiunti dal rap possano avere un significato per chi si approccia adesso al genere, perché i risultati più eclatanti, quindi stadi o premi Tenco, arrivano quando si fa attenzione ai contenuti, quando esiste una necessità artistica; con le hit si fanno grandi numeri ma non si arriva a nulla di speciale…

“La hit può essere un valido punto di partenza per un artista, per capire che si può fare, perché quando sei piccolo fai le cose ma difficilmente poi pensi che possa diventare un lavoro. Se quello è il punto di partenza va bene, ma la ripetizione feticistica di quel risultato sarebbe sempre più malinconica, come se facessi un disco nuovo e lo intitolassi “La grandissima onda”…ok, carino, ma l’ho già fatto vent’anni fa, che mi frega? Poi ci sta che recuperi una cosa vecchia, che ti autociti, ma l’importante è sempre seminare”

Già che ci siamo, ma hai pensato di fare una nuova versione di “Supercafone”? Magari aggiornata, visto che il cafone del ’99 è molto diverso da quello di oggi. Qualcuno te l’avrà chiesto certamente in questi anni…

“Si si, succede spesso, una volta l’abbiamo fatto pure a “Quelli che il calcio” rivedendo parte del testo, però ho come sempre l’impressione che c’è una magia in quel brano che nemmeno io posso controllare. Nel libro racconto che i brani di maggior successo sono quelli nei quali ho fatto tanta semina emotiva e ho cercato di avere meno controllo lavorativo, quelli che hanno una genesi che parte da lontano, come “Supercafone”, “La grande onda”, “Sette vizi capitale”, hanno una vita lunghissima; e invece altri nei quali mi sembra di avere avuto un controllo totale, dalla scrittura all’uscita, in cui tutto mi sembra preciso, svizzero, dove non ho sbagliato un colpo, finiscono per andare peggio. Quando sono emotivo e meno razionale riesco a raggiungere più persone, a fare più risultato”

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Nel libro si percepisce come la musica per te va oltre la semplice passione, il semplice lavoro, in qualche modo ti ha regalato un’identità, una storia…com’è cambiato nel tempo il tuo rapporto con la musica?

“Inizialmente, quando l’ho scelta, tutto quello che sarebbe accaduto io non lo sapevo, è stato istinto puro. Io ringrazio ogni giorno il piccolo Tommasino, potessi incontrarlo gli direi “Ti amo, grazie, grazie, grazie. Mi hai salvato da un sacco di momenti bui”, come quelli che abbiamo tutti, per una perdita, per un momento complicato, e ogni volta c’era santa musica a permettermi, a differenza di altri lavori, di tirare fuori tutto, a permettermi di avere i miei tempi, dormire due giorni o non dormire per due giorni, darmi sempre dei tempi rivoluzionari e rivoluzionabili rispetto al mondo esterno e al Tommaso del mese prima. Mi ha permesso di incontrare tantissime persone, di viaggiare, andare all’estero…per me la musica è qualcosa di sacro. Io scindo in due parti totalmente diverse musica e discografia, la musica è la parte più alta, più spirituale, la discografia è la declinazione di una serie di regole e comportamenti, come una funzione, bisogna rispettare quell’ordine, che è inevitabile che ci sia, anche se non è arte. La discografia è un po’ di anni che ha deciso di investire nella cultura hip hop, che è un bene ma è anche un male, nel senso che poi ha fortemente portato questa cultura altrove rispetto ai motivi per cui nasce, mentre la musica no, fa sempre il suo sano lavoro terapeutico, sia a livello personale che collettivo”

Scrivi “sono tante le cose che oggi farei meglio di ieri. Si chiama vita, e funziona così”, ma cosa esattamente rifaresti e cosa esattamente non rifaresti?

In realtà che non rifarei niente, anche la cosa fatta meno bene è servita per arrivare fin qui; levando qualcosa non so se sarei esattamente qui con i pensieri che ho; quelle cose fatte meno bene mi hanno sempre costretto a studiare e studiare vuol dire crescere, ampliare i propri orizzonti. Quindi certamente rifarei tutto, alcune cose forse le farei meglio, anche perché artisticamente sono molto cresciuto, sia nel live che nella scrittura dei dischi, però magari non avrei la forza dei vent’anni, che fai una cosa fatta meno bene però selvaggia; ecco alcuni brani che ho che sono selvaggi ora non li rifarei, perché ora non sono più selvaggio, sono più riflessivo.

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