Da Ventimiglia alla Francia, i migranti sul ‘sentiero della morte’

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AGI  – Grimaldi è la frazione di Ventimiglia più vicina al confine con la Francia. Il borgo è diviso in due parti: Grimaldi inferiore e superiore. Dalla parte superiore comincia il cosiddetto “Passo della morte”, sentiero sterrato che conduce a Mentone, la prima città francese, arrivando dall’Italia. E’ un percorso solcato da “clandestini” di ogni epoca: antifascisti perseguitati dal regime di Mussolini, ebrei colpiti dalle leggi razziali del ’38, jugoslavi in fuga dalle guerre civili degli anni 90. E poi tunisini, nigeriani, afghani, migranti che cercano una possibilità, oltre confine.
Agi ha camminato sui loro passi, percorrendo senza scorciatoie quel sentiero impervio, dove qualche “esperto” ha provato a facilitare la strada con indicazioni alla buona dipinte su rocce o tronchi d’albero. “Non” in rosso per indicare di evitare la parte più scoscesa. Oppure mezzi soli, con tanto di raggi, per dire che il sentiero è giusto, sicuro. E ancora semplici frecce gialle o rosse per incoraggiare a salire ancora, perché la strada che porta in alto, anche se impervia, è più prudente, mentre quella che va in basso, guardando il mare, per quanto suggestiva, è piena di insidie, scoscesa al punto tale che seguirla, magari di notte, può portare alla morte.
Il sentiero, non indicato sulle mappe e pieno di sterpaglie, racconta il passaggio di vite che, imboccata quella strada un po’ alla cieca, si lasciano invogliare dalla galleria dell’A10 visibile a 200 metri di distanza: è l’ultimo diaframma da attraversare, prima della Francia, la vera meta del viaggio. E’ lì che la gran parte dei migranti “parcheggiati” a Ventimiglia vuole andare.
Lo racconta all’Agi il ventunenne Sem del Gambia: approdato prima in Sardegna, è arrivato in Liguria per passare il confine e raggiungere Parigi. Lì c’è suo cugino e lì farà il cameriere: ne è certo. Ma la sua vita al momento è bloccata nella cittadina ligure di confine. Per essere precisi, è ferma sulle sponde del fiume Roja, sotto il cavalcavia dove sono accampati decine di uomini e donne in attesa, come Sem.
Arrivano principalmente da Africa e Afghanistan. Dormono su materassi buttati in terra, scaldandosi con pezzi di legno che il fiume regala loro. Si vestono a strati con quel che trovano, perché la temperatura è rigida. Il mangiare in qualche modo si trova, racconta Sem, “ma non si vive solo per mangiare. La vita è molto altro, ma qui tocchiamo il fondo”.
Pochi metri più avanti c’è Omar, 55 anni, sudanese. E’ da quattro mesi in Italia. Se ne sta seduto al sole, quasi a guardia di quel campo di fortuna che accoglie decine di persone diverse ogni giorno: “Qui è sempre pieno – racconta in francese – solo che comincia a fare freddo davvero e le coperte non bastano più”. Ai suoi piedi e lungo tutto l’argine del Roja, davanti alla chiesa delle Gianchette, abiti usati, scatole di medicinali, coperte, fuochi di fortuna usati per cucinare qualcosa o scaldarsi le mani. Qualcuno se ne sta sotto le coperte e tira appena il capo fuori qualche istante per vedere chi c’è intorno.
La stampa non è gradita, uno striscione appeso sulle grate che costeggiano quell’insediamento temporaneo lo dice chiaro e tondo: “Non disturbate, niente foto, niente televisione”. Ma qualcuno ogni tanto infrange il diktat e racconta un pezzetto della sua storia, forse solo per dirla ad alta voce: “A me piace l’Italia. Mi piace davvero”, sussurra Omar, ringraziandoci per averlo ascoltato. Lui non vuole partire: a differenza di Sem, Omar è tanto stanco. Chi vuole andare in Francia sono invece Marianne e le sue due sorelle, provenienti dalla Guinea Bissau, transitate in Tunisia, dove hanno dovuto lavorare duramente per pagarsi l’ultima parte del viaggio, salire su un barcone e raggiungere l’Italia.
Sono a Ventimiglia da 3 giorni. Tre giorni che vagano intorno alla stazione, in attesa di prendere un treno: “Ho i soldi del biglietto – racconta – ma non ho i documenti e non mi fanno partire per la Francia”. Marianne stringe a sé il suo bimbo di 3 anni. Gli altri due di 7 e 9 ha dovuto lasciarli in Africa. Ha le lacrime agli occhi quando lo dice. Vuole varcare il confine perché parla solo francese e pensa che oltralpe potrà trovare un lavoro e dare un futuro alla sua famiglia. In Italia, anche per la lingua, sarebbe più difficile. Ha dei segni di bruciatura di sigaretta sulle mani, ma non vuole raccontare perché. Vuole solo partire.
E l’altoparlante della stazione alle sue spalle urla beffardo: “Il treno per Mentone è in partenza al binario 2”. Accanto a lei c’è un’altra mamma. Se ne sta in silenzio con in braccio un fagotto: è un bimbo ed ha appena tre mesi. Come Marianne, sono tre notti che tutto questo gruppo di otto donne e quattro bambini dorme all’aperto, davanti alla stazione, aspettando.
I più giovani, afghani e africani in particolare, tentano la sorte. Conoscono grazie al passaparola il Passo della morte: tra di loro corre voce di una strada difficile che scollina la A10 e porta in Francia. Ma ogni informazione è accompagnata da “bon chance”, buona fortuna. E’ un mantra che si ripetono in francese o in inglese, è una frase che si trova scritta su qualche pietra salendo il sentiero. Un sentiero di sterpaglie e vestiti, buttati lì come un tappeto di vite che lastrica l’inizio del percorso, guardando in faccia l’ultima galleria prima della meta.
E’ in quel tratto che i migranti si cambiano in fretta e furia, abbandonano i fagotti di fortuna, gli abiti consumati e indossano qualcosa di pulito per arrivare in Francia e mescolarsi tra gli abitanti del luogo, ricominciando a vivere un vita degna.  Un piccola speranza che li spinge ad inerpicarsi lungo il sentiero, un passo incerto dopo l’altro, col terriccio che fa scivolare, i rovi che graffiano gambe e braccia e i sassi instabili. Un cammino di un’ora e mezza, accidentale, pericoloso, ma che comunque è speranza. Si sale, per circa 30 minuti aiutandosi nei punti più critici con qualche corda.
Superata la salita si arriva ad una rete col fil di ferro: c’è un grosso buco tra le maglie della rete e il fil di ferro è divelto. E’ un varco e sulla prima roccia che si incontra, col colore rosso, c’è scritto Francia. E’ il segno che il confine è stato scavallato: ora è discesa. Lì incontriamo un gruppo di sei ragazzi afghani. Hanno il passo veloce e gli occhi pieni di paura quando li incrociamo. Temono la polizia, temono la gendarmerie. Alla parola giornalista, si rilassano.     
Non hanno alcun bagaglio, indossano giacche leggere, non sanno la strada, ma proseguono verso l’alto. Chiedono di scattar loro una foto e di augurar loro buona fortuna. Per qualche istante sorridono. Non dicono altro, riprendono il cammino. La meta è vicina e non c’è tempo da perdere. Lungo l’ultimo tratto si trovano altri abiti abbandonati a terra, documenti di viaggio, biglietti di bus che dalla Campania arrivano in Lombardia, fotocopie di passaporti in arabo. E’ un tappeto di vite vecchie abbandonate sul sentiero, lasciate indietro per far spazio ad una nuova esistenza. O almeno quella è la speranza.
Il passo della morte finisce sulla rue de Garavan, lunga lingua di cemento di Mentone. Ad accogliere chi ha scavallato il Passo con nient’altro che sé stesso, decine di splendide ville affacciate sul mare. Poco più in là la frontiera alta di ponte San Luigi, in basso quella della A10, presidiata da decine di camionette della polizia. E’ da lì, con la terra sentiero ancora sotto le scarpe e i segni dei rovi sui lembi di pelle scoperti, che decine di uomini, donne e bambini provano a ricominciare. 

AGI  – Grimaldi è la frazione di Ventimiglia più vicina al confine con la Francia. Il borgo è diviso in due parti: Grimaldi inferiore e superiore. Dalla parte superiore comincia il cosiddetto “Passo della morte”, sentiero sterrato che conduce a Mentone, la prima città francese, arrivando dall’Italia. E’ un percorso solcato da “clandestini” di ogni epoca: antifascisti perseguitati dal regime di Mussolini, ebrei colpiti dalle leggi razziali del ’38, jugoslavi in fuga dalle guerre civili degli anni 90. E poi tunisini, nigeriani, afghani, migranti che cercano una possibilità, oltre confine.

Agi ha camminato sui loro passi, percorrendo senza scorciatoie quel sentiero impervio, dove qualche “esperto” ha provato a facilitare la strada con indicazioni alla buona dipinte su rocce o tronchi d’albero. “Non” in rosso per indicare di evitare la parte più scoscesa. Oppure mezzi soli, con tanto di raggi, per dire che il sentiero è giusto, sicuro. E ancora semplici frecce gialle o rosse per incoraggiare a salire ancora, perché la strada che porta in alto, anche se impervia, è più prudente, mentre quella che va in basso, guardando il mare, per quanto suggestiva, è piena di insidie, scoscesa al punto tale che seguirla, magari di notte, può portare alla morte.

Il sentiero, non indicato sulle mappe e pieno di sterpaglie, racconta il passaggio di vite che, imboccata quella strada un po’ alla cieca, si lasciano invogliare dalla galleria dell’A10 visibile a 200 metri di distanza: è l’ultimo diaframma da attraversare, prima della Francia, la vera meta del viaggio. E’ lì che la gran parte dei migranti “parcheggiati” a Ventimiglia vuole andare.

Lo racconta all’Agi il ventunenne Sem del Gambia: approdato prima in Sardegna, è arrivato in Liguria per passare il confine e raggiungere Parigi. Lì c’è suo cugino e lì farà il cameriere: ne è certo. Ma la sua vita al momento è bloccata nella cittadina ligure di confine. Per essere precisi, è ferma sulle sponde del fiume Roja, sotto il cavalcavia dove sono accampati decine di uomini e donne in attesa, come Sem.

Arrivano principalmente da Africa e Afghanistan. Dormono su materassi buttati in terra, scaldandosi con pezzi di legno che il fiume regala loro. Si vestono a strati con quel che trovano, perché la temperatura è rigida. Il mangiare in qualche modo si trova, racconta Sem, “ma non si vive solo per mangiare. La vita è molto altro, ma qui tocchiamo il fondo”.

Pochi metri più avanti c’è Omar, 55 anni, sudanese. E’ da quattro mesi in Italia. Se ne sta seduto al sole, quasi a guardia di quel campo di fortuna che accoglie decine di persone diverse ogni giorno: “Qui è sempre pieno – racconta in francese – solo che comincia a fare freddo davvero e le coperte non bastano più”. Ai suoi piedi e lungo tutto l’argine del Roja, davanti alla chiesa delle Gianchette, abiti usati, scatole di medicinali, coperte, fuochi di fortuna usati per cucinare qualcosa o scaldarsi le mani. Qualcuno se ne sta sotto le coperte e tira appena il capo fuori qualche istante per vedere chi c’è intorno.

La stampa non è gradita, uno striscione appeso sulle grate che costeggiano quell’insediamento temporaneo lo dice chiaro e tondo: “Non disturbate, niente foto, niente televisione”. Ma qualcuno ogni tanto infrange il diktat e racconta un pezzetto della sua storia, forse solo per dirla ad alta voce: “A me piace l’Italia. Mi piace davvero”, sussurra Omar, ringraziandoci per averlo ascoltato. Lui non vuole partire: a differenza di Sem, Omar è tanto stanco. Chi vuole andare in Francia sono invece Marianne e le sue due sorelle, provenienti dalla Guinea Bissau, transitate in Tunisia, dove hanno dovuto lavorare duramente per pagarsi l’ultima parte del viaggio, salire su un barcone e raggiungere l’Italia.

Sono a Ventimiglia da 3 giorni. Tre giorni che vagano intorno alla stazione, in attesa di prendere un treno: “Ho i soldi del biglietto – racconta – ma non ho i documenti e non mi fanno partire per la Francia”. Marianne stringe a sé il suo bimbo di 3 anni. Gli altri due di 7 e 9 ha dovuto lasciarli in Africa. Ha le lacrime agli occhi quando lo dice. Vuole varcare il confine perché parla solo francese e pensa che oltralpe potrà trovare un lavoro e dare un futuro alla sua famiglia. In Italia, anche per la lingua, sarebbe più difficile. Ha dei segni di bruciatura di sigaretta sulle mani, ma non vuole raccontare perché. Vuole solo partire.

E l’altoparlante della stazione alle sue spalle urla beffardo: “Il treno per Mentone è in partenza al binario 2”. Accanto a lei c’è un’altra mamma. Se ne sta in silenzio con in braccio un fagotto: è un bimbo ed ha appena tre mesi. Come Marianne, sono tre notti che tutto questo gruppo di otto donne e quattro bambini dorme all’aperto, davanti alla stazione, aspettando.

I più giovani, afghani e africani in particolare, tentano la sorte. Conoscono grazie al passaparola il Passo della morte: tra di loro corre voce di una strada difficile che scollina la A10 e porta in Francia. Ma ogni informazione è accompagnata da “bon chance”, buona fortuna. E’ un mantra che si ripetono in francese o in inglese, è una frase che si trova scritta su qualche pietra salendo il sentiero. Un sentiero di sterpaglie e vestiti, buttati lì come un tappeto di vite che lastrica l’inizio del percorso, guardando in faccia l’ultima galleria prima della meta.

E’ in quel tratto che i migranti si cambiano in fretta e furia, abbandonano i fagotti di fortuna, gli abiti consumati e indossano qualcosa di pulito per arrivare in Francia e mescolarsi tra gli abitanti del luogo, ricominciando a vivere un vita degna.  Un piccola speranza che li spinge ad inerpicarsi lungo il sentiero, un passo incerto dopo l’altro, col terriccio che fa scivolare, i rovi che graffiano gambe e braccia e i sassi instabili. Un cammino di un’ora e mezza, accidentale, pericoloso, ma che comunque è speranza. Si sale, per circa 30 minuti aiutandosi nei punti più critici con qualche corda.

Superata la salita si arriva ad una rete col fil di ferro: c’è un grosso buco tra le maglie della rete e il fil di ferro è divelto. E’ un varco e sulla prima roccia che si incontra, col colore rosso, c’è scritto Francia. E’ il segno che il confine è stato scavallato: ora è discesa. Lì incontriamo un gruppo di sei ragazzi afghani. Hanno il passo veloce e gli occhi pieni di paura quando li incrociamo. Temono la polizia, temono la gendarmerie. Alla parola giornalista, si rilassano.     

Non hanno alcun bagaglio, indossano giacche leggere, non sanno la strada, ma proseguono verso l’alto. Chiedono di scattar loro una foto e di augurar loro buona fortuna. Per qualche istante sorridono. Non dicono altro, riprendono il cammino. La meta è vicina e non c’è tempo da perdere. Lungo l’ultimo tratto si trovano altri abiti abbandonati a terra, documenti di viaggio, biglietti di bus che dalla Campania arrivano in Lombardia, fotocopie di passaporti in arabo. E’ un tappeto di vite vecchie abbandonate sul sentiero, lasciate indietro per far spazio ad una nuova esistenza. O almeno quella è la speranza.

Il passo della morte finisce sulla rue de Garavan, lunga lingua di cemento di Mentone. Ad accogliere chi ha scavallato il Passo con nient’altro che sé stesso, decine di splendide ville affacciate sul mare. Poco più in là la frontiera alta di ponte San Luigi, in basso quella della A10, presidiata da decine di camionette della polizia. E’ da lì, con la terra sentiero ancora sotto le scarpe e i segni dei rovi sui lembi di pelle scoperti, che decine di uomini, donne e bambini provano a ricominciare. 

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