L’Opec+ ha confermato i livelli di produzione

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AGI – L’Opec+ manterrà invariati gli attuali livelli di produzione di petrolio. La decisione, al termine di un vertice lampo tenutosi in videocollegamento, è stata adottata alla luce dei timori legati alla guerra in Ucraina, per le preoccupazioni relative a una possibile recessione globale, oltre che per l’incertezza proveniente dalla Cina a causa della politica ‘zero Covid’ e, infine, a seguito delle nuove sanzioni contro il greggio russo.
Il prossimo vertice dell’Opec+ è stato fissato per il 4 giugno 2023, anche se l’Organizzazione si è detta disponibile a riunirsi “in qualsiasi momento” da qui ad allora per adottare “misure aggiuntive immediate” se necessario.
La decisione di confermare lo staus quo, ampiamente prevista dal mercato, è giustificata in particolare dall'”incertezza sull’impatto sulla produzione di greggio russo” del nuovo pacchetto di sanzioni, ha commentato Giovanni Stauvono, analista di Ubs.
La Russia si sta opponendo al tetto al prezzo del suo petrolio che l’Unione Europea, il G7 e l’Australia intendono imporre lunedì “o poco dopo”. L’obiettivo di queste misure è di privare Mosca dei mezzi per finanziare la guerra in Ucraina.
Il prezzo del barile di greggio degli Urali si aggira attualmente intorno ai 65 dollari, appena sopra il tetto dei 60 dollari, il che implica un effetto limitato nel breve termine. Il Cremlino ha già avvertito che potrebbe non fornire più petrolio ai Paesi che adotteranno il meccanismo. Posizione ribadita oggi dal vice primo ministro russo, Alexander Novak: “Stiamo lavorando su meccanismi per proibire l’uso di uno strumento come il price cap, indipendentemente dal livello stabilito, perché tale interferenza potrebbe destabilizzare ulteriormente il mercato”.
La Russia ritiene che il price cap “non sia uno strumento di mercato” e che “sia contrario a tutte le regole”, per cui “venderemo petrolio e prodotti petroliferi a quei Paesi che lavoreranno con noi a condizioni di mercato, anche se dovremo in qualche modo ridurre la produzione”, ha sottolineato Novak.
Un altro elemento che ha influito sulla decisione dell’Opec+, secondo l’esperto di Ubs, Giovanni Stauvono, è “un certo allentamento” delle rigide restrizioni sanitarie in Cina, che probabilmente mitigherà le preoccupazioni del mercato.
La domanda del gigante asiatico, che è il primo importatore di greggio al mondo, è oggetto di attenzione da parte degli investitori e il minimo segnale di rallentamento dell’economia o di recrudiscenza dell’epidemia ha un impatto diretto sui prezzi.
Se l’Opec+ ha optato per la cautela, nei prossimi mesi l’alleanza potrebbe “adottare una posizione più aggressiva” in segno di avvertimento all’Occidente, che si sta “infuriando” per la regolamentazione dei prezzi del cartello, ha previsto Edoardo Campanella, analista di UniCredit, secondo il quale questo scenario potrebbe “aggravare la crisi energetica globale” e irritare Washington, i cui sforzi diplomatici per convincere Riad ad abbassare i prezzi sono per il momento andati a vuoto. 

AGI – L’Opec+ manterrà invariati gli attuali livelli di produzione di petrolio. La decisione, al termine di un vertice lampo tenutosi in videocollegamento, è stata adottata alla luce dei timori legati alla guerra in Ucraina, per le preoccupazioni relative a una possibile recessione globale, oltre che per l’incertezza proveniente dalla Cina a causa della politica ‘zero Covid’ e, infine, a seguito delle nuove sanzioni contro il greggio russo.

Il prossimo vertice dell’Opec+ è stato fissato per il 4 giugno 2023, anche se l’Organizzazione si è detta disponibile a riunirsi “in qualsiasi momento” da qui ad allora per adottare “misure aggiuntive immediate” se necessario.

La decisione di confermare lo staus quo, ampiamente prevista dal mercato, è giustificata in particolare dall'”incertezza sull’impatto sulla produzione di greggio russo” del nuovo pacchetto di sanzioni, ha commentato Giovanni Stauvono, analista di Ubs.

La Russia si sta opponendo al tetto al prezzo del suo petrolio che l’Unione Europea, il G7 e l’Australia intendono imporre lunedì “o poco dopo”. L’obiettivo di queste misure è di privare Mosca dei mezzi per finanziare la guerra in Ucraina.

Il prezzo del barile di greggio degli Urali si aggira attualmente intorno ai 65 dollari, appena sopra il tetto dei 60 dollari, il che implica un effetto limitato nel breve termine. Il Cremlino ha già avvertito che potrebbe non fornire più petrolio ai Paesi che adotteranno il meccanismo. Posizione ribadita oggi dal vice primo ministro russo, Alexander Novak: “Stiamo lavorando su meccanismi per proibire l’uso di uno strumento come il price cap, indipendentemente dal livello stabilito, perché tale interferenza potrebbe destabilizzare ulteriormente il mercato”.

La Russia ritiene che il price cap “non sia uno strumento di mercato” e che “sia contrario a tutte le regole”, per cui “venderemo petrolio e prodotti petroliferi a quei Paesi che lavoreranno con noi a condizioni di mercato, anche se dovremo in qualche modo ridurre la produzione”, ha sottolineato Novak.

Un altro elemento che ha influito sulla decisione dell’Opec+, secondo l’esperto di Ubs, Giovanni Stauvono, è “un certo allentamento” delle rigide restrizioni sanitarie in Cina, che probabilmente mitigherà le preoccupazioni del mercato.

La domanda del gigante asiatico, che è il primo importatore di greggio al mondo, è oggetto di attenzione da parte degli investitori e il minimo segnale di rallentamento dell’economia o di recrudiscenza dell’epidemia ha un impatto diretto sui prezzi.

Se l’Opec+ ha optato per la cautela, nei prossimi mesi l’alleanza potrebbe “adottare una posizione più aggressiva” in segno di avvertimento all’Occidente, che si sta “infuriando” per la regolamentazione dei prezzi del cartello, ha previsto Edoardo Campanella, analista di UniCredit, secondo il quale questo scenario potrebbe “aggravare la crisi energetica globale” e irritare Washington, i cui sforzi diplomatici per convincere Riad ad abbassare i prezzi sono per il momento andati a vuoto. 

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