Blangiardo: “In Cina meno nati? Si va verso un rallentamento globale”

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AGI – Il gigante cinese suona la campana: la popolazione diminuisce, seppur di poco, per la prima volta da 60 anni, e potrebbe essere l’inizio di una inversione di tendenza che coinvolgerà gli altri Paesi asiatici e anche l’Africa. Gli indizi già ci sono.
Lo spiega all’AGI il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, che da esperto demografo non è sconvolto dal dato cinese, 850mila abitanti in meno nel 2022, notizia che oggi ha fatto il giro del mondo: “Non è sorprendente. Era nelle previsioni, stiamo vedendo ora i risultati delle politiche di contenimento delle nascite negli scorsi decenni, la politica del figlio unico ecc.
Negli anni, su spinta del governo cinese, le nascite si sono dimezzate, e si è creata una cultura, un modello socio-economico, uno stile di vita diciamo ‘moderno’, ormai diffuso nelle nuove generazioni malgrado nel frattempo Pechino abbia allargato le maglie.
La gente non è tornata al passato, quando le coppie avevano tanti figli”. È un processo lungo, che attraversa le generazioni, ma la strada è quella: “Si pensi – spiega Blangiardo – che una volta in Cina avevano 26 milioni di nati, oggi sono più che dimezzati. Tutti quei nati con il passare dei decenni sono diventati adulti, e poi anziani: l’età media sale, e sul lungo termine anche la mortalità, non più compensata da un aumento delle nascite. E se ci sono meno nuovi nati, tra 20-30 anni ci saranno meno mamme in grado di procreare, come avviene in Italia. In un Paese in cui peraltro non c’è immigrazione, è chiaro che il saldo finale è in calo. Anche l’Onu, che fa stime fino al 2100, prevede che la Cina subirà un effetto ridimensionamento”.
Il gigante asiatico non è isolato in questa lenta ma chiara inversione di marcia, “che non è dovuta solo al Covid, che un ruolo ce lo ha avuto, ma proprio a una questione strutturale”: il modello occidentale, man mano che sale la quota di popolazione in condizioni socio-economiche e culturali migliori, si diffonde nel mondo e progressivamente svuota le culle.
“È la transizione demografica – conferma il presidente dell’Istat – si passa da un modello di 4-5 figli a coppia a meno di 2. E questo non vale solo per la Cina o per l’Europa, vale per tutti: il resto dell’Asia, e anche l’Africa. Il trend è quello, ovviamente con velocità diverse”. E con tempi lunghi, “alcune generazioni”. Ma se il trend è questo, significa che la crescita della popolazione mondiale è destinata, come quella cinese, ad arrivare a una sorta di plateau a un certo punto, tra alcuni decenni: “Oggi siamo oltre 8 miliardi, le stime dicono che arriveremo a 10-12 miliardi di abitanti, per poi stabilizzarci intorno a quella cifra”.
Un numero comunque enorme, per un pianeta allo stremo, ma secondo Blangiardo “sostenibile, con comportamenti più virtuosi. Non è tanto questione di numeri, ma di comportamenti: se 50mila persone vanno a San Pietro a sentire l’Angelus del Papa, si vedrà che alla fine la piazza è più o meno pulita. Se lo stesso numero va a San Siro a un concerto rock, dopo il campo sarà un caos di rifiuti e sporcizia. Il vero rischio è l’inverno demografico, quello che vediamo in Italia, dove secondo le nostre stime entro il 2070 scenderemo da 60 a 48 milioni di abitanti. Contro questo fenomeno bisogna agire, tutti insieme come Paese, come durante il Covid. Welfare, asili, assegno unico: bisogna invertire questo trend”. 
 

AGI – Il gigante cinese suona la campana: la popolazione diminuisce, seppur di poco, per la prima volta da 60 anni, e potrebbe essere l’inizio di una inversione di tendenza che coinvolgerà gli altri Paesi asiatici e anche l’Africa. Gli indizi già ci sono.

Lo spiega all’AGI il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, che da esperto demografo non è sconvolto dal dato cinese, 850mila abitanti in meno nel 2022, notizia che oggi ha fatto il giro del mondo: “Non è sorprendente. Era nelle previsioni, stiamo vedendo ora i risultati delle politiche di contenimento delle nascite negli scorsi decenni, la politica del figlio unico ecc.

Negli anni, su spinta del governo cinese, le nascite si sono dimezzate, e si è creata una cultura, un modello socio-economico, uno stile di vita diciamo ‘moderno’, ormai diffuso nelle nuove generazioni malgrado nel frattempo Pechino abbia allargato le maglie.

La gente non è tornata al passato, quando le coppie avevano tanti figli”. È un processo lungo, che attraversa le generazioni, ma la strada è quella: “Si pensi – spiega Blangiardo – che una volta in Cina avevano 26 milioni di nati, oggi sono più che dimezzati. Tutti quei nati con il passare dei decenni sono diventati adulti, e poi anziani: l’età media sale, e sul lungo termine anche la mortalità, non più compensata da un aumento delle nascite. E se ci sono meno nuovi nati, tra 20-30 anni ci saranno meno mamme in grado di procreare, come avviene in Italia. In un Paese in cui peraltro non c’è immigrazione, è chiaro che il saldo finale è in calo. Anche l’Onu, che fa stime fino al 2100, prevede che la Cina subirà un effetto ridimensionamento”.

Il gigante asiatico non è isolato in questa lenta ma chiara inversione di marcia, “che non è dovuta solo al Covid, che un ruolo ce lo ha avuto, ma proprio a una questione strutturale”: il modello occidentale, man mano che sale la quota di popolazione in condizioni socio-economiche e culturali migliori, si diffonde nel mondo e progressivamente svuota le culle.

“È la transizione demografica – conferma il presidente dell’Istat – si passa da un modello di 4-5 figli a coppia a meno di 2. E questo non vale solo per la Cina o per l’Europa, vale per tutti: il resto dell’Asia, e anche l’Africa. Il trend è quello, ovviamente con velocità diverse”. E con tempi lunghi, “alcune generazioni”. Ma se il trend è questo, significa che la crescita della popolazione mondiale è destinata, come quella cinese, ad arrivare a una sorta di plateau a un certo punto, tra alcuni decenni: “Oggi siamo oltre 8 miliardi, le stime dicono che arriveremo a 10-12 miliardi di abitanti, per poi stabilizzarci intorno a quella cifra”.

Un numero comunque enorme, per un pianeta allo stremo, ma secondo Blangiardo “sostenibile, con comportamenti più virtuosi. Non è tanto questione di numeri, ma di comportamenti: se 50mila persone vanno a San Pietro a sentire l’Angelus del Papa, si vedrà che alla fine la piazza è più o meno pulita. Se lo stesso numero va a San Siro a un concerto rock, dopo il campo sarà un caos di rifiuti e sporcizia. Il vero rischio è l’inverno demografico, quello che vediamo in Italia, dove secondo le nostre stime entro il 2070 scenderemo da 60 a 48 milioni di abitanti. Contro questo fenomeno bisogna agire, tutti insieme come Paese, come durante il Covid. Welfare, asili, assegno unico: bisogna invertire questo trend”. 

 

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