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La lotta contro l’ombra di un attentato che ha scosso il giornalismo italiano entra in una fase decisiva. Le forze dell’ordine sono ormai concentrate sull’individuazione dell’esecutore materiale dell’attentato a Sigfrido Ranucci, noto giornalista d’inchiesta, e il cerchio si stringe attorno a un sospettato ben definito: un ex-militare dell’Est Europa, esperto nell’uso di esplosivi, ritenuto legato al sottobosco criminale romano.
L’attentato, avvenuto la sera del 16 ottobre a Campo Ascolano, Pomezia, ha visto l’esplosione di una “bomba carta potenziata” contenente un chilo di polvere pirica compressa, collocata strategicamente tra l’auto del giornalista, una Opel Adam, e la Ford Ka della figlia. La deflagrazione si è verificata alle 22:17, causando danni materiali e un forte shock tra i residenti della zona.
Le immagini delle telecamere di sorveglianza, sotto stretta osservazione della Digos, hanno immortalato un uomo incappucciato che si allontanava indisturbato poco prima dell’esplosione. Si tratta di un individuo ripreso mentre si dileguava a bordo di una Panda nera, veicolo che gli inquirenti stanno cercando di rintracciare e collegare a un precedente episodio avvenuto ad agosto, quando la residenza estiva di Ranucci era stata forzata. Questo dettaglio rafforza l’ipotesi che l’attentatore stesse pedinando il giornalista, che proprio quella sera era tornato a casa dopo la presentazione del suo ultimo libro.
Le caratteristiche dell’ordigno e le piste investigative
L’ordigno, definito da un esperto di esplosivi come un “lavoro da professionisti”, presenta una firma tecnica che potrebbe ricondurre all’autore. La realizzazione di una bomba di questo tipo richiede competenze specifiche, e l’analisi forense dell’esplosivo, affidata al Ris, potrebbe fornire elementi decisivi per risalire all’identità dell’esecutore.
Le indagini si concentrano anche sulle possibili connessioni tra l’attentato e vari gruppi criminali e soggetti coinvolti nel sottobosco romano e internazionale. Tra le piste più calde ci sono i narcos del cartello di Sinaloa, noti per i legami con la mafia albanese; la ‘ndrangheta, con interessi nel settore dell’eolico; i clan tra Ostia e Torvajanica, abituati all’uso di esplosivi e incendi; e infine, ambienti dell’estrema destra romana, spesso intrecciati con la criminalità e gli ultràs legati a figure come Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik.
Ranucci ha escluso categoricamente un mandante politico, definendo “stupidaggini” le ipotesi di un attacco di matrice ideologica. La scelta di procedere con l’accusa di “danneggiamento aggravato dal metodo mafioso” sottolinea la gravità e la possibile matrice criminale dell’attentato.
Le minacce e la preoccupazione politica
Da quando ha iniziato a ricevere minacce, nel 2021, Ranucci ha denunciato ben 11 episodi, tra lettere anonime e il ritrovamento di proiettili di P38, segno di un clima di crescente intimidazione. La più recente, datata 2 giugno 2024, recitava: “Se dai altre informazioni sul caso ti ammazziamo”. La lentezza delle indagini e la gravità dell’attentato hanno acceso il dibattito politico, con il senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, che ha espresso preoccupazione e ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, chiedendo aggiornamenti sui progressi investigativi.
Prospettive e speranze
Le forze dell’ordine continuano a lavorare intensamente per ricostruire i movimenti della Panda nera e analizzare l’esplosivo, con l’obiettivo di identificare e catturare l’autore materiale e, soprattutto, di risalire ai mandanti di un gesto così grave e intimidatorio nei confronti di un giornalista impegnato nel fare luce su temi delicati e scomodi.
L’intera comunità giornalistica e politica italiana attende con trepidazione gli sviluppi di un’indagine che potrebbe segnare un punto di svolta nella lotta contro le intimidazioni e le minacce ai cronisti impegnati nel servizio pubblico.
L’articolo Attentato Ranucci, svolta nelle indagini: “È stato lui”. Da non crederci proviene da Notizie 24 ore.
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