Valentino, chi è e la storia di Sarah: “Ho tenuto il segreto per trent’anni”

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Piazza Mignanelli, mercoledì pomeriggio, si trasforma in un luogo sospeso. Centinaia di persone attendono in silenzio l’ultimo saluto a Valentino Garavani, icona assoluta della moda mondiale, quando tra la folla compare una giovane donna con un cappello da diva e un vestito giallo acceso. Non è un volto noto, nessun fotografo la riconosce, ma al momento di avvicinarsi alla sicurezza pronuncia una frase che sembra impossibile: “Dite al dottor Giammetti che c’è Sarah. Forse si ricorda: mi hanno pagato gli studi”. Contro ogni protocollo, Giancarlo Giammetti si alza, la guarda, la riconosce e si commuove. In quel semplice “grazie di essere venuta” si chiude una storia rimasta nascosta per oltre trent’anni.

Per capirla bisogna tornare indietro nel tempo, come ricostruisce Il Messaggero, e precisamente al 5 febbraio 1992. Quel giorno Giovanni Silvestri, detto Gianni, entra nell’atelier di Valentino quasi per gioco o forse per disperazione. È un uomo affascinante, parla quattro lingue, ma sul corpo porta i segni della tossicodipendenza. Indossa un cappotto di renna color cammello e colpisce subito l’occhio dello stilista, che gli dice senza esitazioni: “Lavora per me”. Gianni però scuote la testa e risponde: “Ho una bambina a casa, mi serve un lavoro vero”. Racconta di aver sostenuto quella stessa mattina un colloquio in un’azienda che potrebbe garantirgli stabilità e dignità, aggiungendo: “Se non mi prenderanno, tornerò per accettare l’offerta”. Poche ore dopo muore su una barella del Policlinico Umberto I, stroncato da un’overdose. Era in cura a Villa Marani e da mesi era pulito. Sarah, la figlia, parlerà sempre di una trappola: “Gli misero dell’allucinogeno nella birra proprio perché era guarito. Questo per un ex tossicodipendente significa overdose”.

Valentino, chi è Sarah Silvestri e la sua storia

Da quel momento la vicenda precipita nella cronaca nera. Un medico viene condannato a risarcire la famiglia, ma per Sarah, allora bambina, restano immagini indelebili. “Disse che mio padre era spazzatura. Un barbone. Un drogato”, racconta, ricordando le udienze seguite accanto alla nonna e la polizia che bussa alla porta all’alba. Eppure la storia non si chiude in un’aula di tribunale. Valentino legge i giornali, riconosce quel volto e capisce che è lo stesso uomo che poche ore prima gli aveva parlato della sua bambina. Senza clamore né annunci, manda le sue segretarie a Tor Bella Monaca con un messaggio chiaro: “Non vogliamo pubblicità, vogliamo solo occuparci di Sarah”.

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Da lì nasce una vita parallela. Da una parte il mondo dorato delle sfilate, dall’altra una casa popolare alla periferia di Roma, dove arrivano enormi pacchi di juta. Non abiti d’alta moda, ma cibo per Natale e Pasqua, maglioni della linea Oliver, dedicata al carlino amatissimo di Valentino. “Mia nonna mi diceva: Sarah, non metterli per andare in strada, qui ti invidiano, non è posto per queste cose”, ricorda oggi. Lo stilista diventa un padre ombra, una presenza discreta che sostiene senza invadere. “Non lo sapevo nemmeno con precisione quanto facesse. L’ho scoperto da grandemi ha pagato i libri, la scuola, persino parte della mia prima macchina, una 600“. Un aiuto silenzioso che le permette di sfuggire al degrado, di resistere ai debiti accumulati dalla nonna e ai traumi che oggi affronta in terapia.

Con il tempo Sarah cresce e quel legame resta fatto di distanza e rispetto. “Mi invitavano agli eventi, a Donna sotto le stelle. Ero una ragazzina e il mio compito era accompagnare le persone ai posti a sedere a Piazza di Spagna. Valentino non mi chiamava personalmente, lo faceva sempre tramite altri, ma io sentivo che il suo sguardo c’era”. Non una carità da esibire, ma un patto silenzioso legato alla scelta di suo padre, che aveva rifiutato la moda per amore della figlia. “C’era questa persona, così lontana da noi, che però ci faceva sentire che non eravamo sole. Per me è stato come un appoggio spirituale”.

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Il cerchio inizia a chiudersi anni dopo, tra il 2013 e il 2015, a New York. Sarah lavora come cameriera per imparare l’inglese e piega maglioni nei negozi di lusso della Quinta Strada per pagarsi l’affitto. Quando scopre che Valentino è in città per un evento in una scuola di moda, decide di ringraziarlo. “Gli scrissi un biglietto: volevo ringraziarlo perché solo allora avevo capito davvero quanto avesse fatto per me”. Tra la folla Giammetti la riconosce subito e le dice: “Sarah, ma come sei diventata bella. Perché non collabori con noi?”. È un’offerta che cambierebbe la vita a chiunque, ma lei risponde seguendo lo stesso orgoglio del padre: “La ringrazio enormemente, ma il mio sogno è fare l’avvocato. Ho studiato sette anni per questo”. Una scelta nata da una promessa fatta da bambina, quando vide la nonna sputare in faccia al medico in tribunale: “Volevo difendere quelli come papà, quelli che non hanno voce”.

Oggi Sarah è un’avvocata internazionale, lavora con grandi aziende americane e ha costruito la sua vita senza più aiuti dall’alto. Ha vissuto tra Spagna, New York e Danimarca, ha superato traumi profondissimi, incluso un drammatico errore medico che le ha portato via un figlio e parte della salute, ma non si è arresa. “Ho preso i colpi, ho i lividi, ma sono fiera della mia vita”, dice dalla casa di Roma dove vive con il marito Matteo. Quando le campane hanno suonato per l’ultimo saluto al Maestro, è rimasta ad ascoltare quel silenzio che unisce Piazza Mignanelli a Tor Bella Monaca.

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“Mio padre ha seminato quel pomeriggio nell’atelier senza saperlo. È entrato lì cercando un lavoro e ne è uscito lasciandomi un destino”, sussurra oggi. In questa storia Valentino Garavani non appare solo come lo stilista delle regine, ma come l’uomo capace di chinarsi su una vita che il mondo aveva già etichettato come “spazzatura”. Un patto segreto tra un Imperatore e un ragazzo bellissimo e sfortunato, che continua a camminare nelle scelte e nella dignità di una donna libera. “Oggi piango un uomo che ha incarnato un’idea altissima di eleganza: non quella dell’abito, ma quella dell’anima. Un uomo capace di lasciare tracce invisibili ma decisive nelle vite altrui. Una mano tesa quando nessuno guarda, la spinta gentile che ti permette di fare il resto della strada da sola”.

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