Energia e geopolitica: la crisi dello Stretto di Hormuz riporta il carbone al centro della scena

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La recente escalation dei prezzi del gasolio, stabilmente sopra i due euro al litro, e il rischio di carenze di carburante negli aeroporti europei riaccendono i timori di una crisi energetica che mette in discussione la stabilità economica e sociale del continente. La crisi scatenata dalle tensioni in Medio Oriente ha evidenziato quanto sia fragile la dipendenza dell’Europa e del mondo intero dalle forniture di idrocarburi controllate da potenze straniere, rendendo la sicurezza energetica sempre più un tema strategico.

Un quadro di incertezza e obiettivi climatici lontani

In un contesto di crescente incertezza, la transizione verso le energie rinnovabili si scontra con ritardi strutturali e obiettivi ambiziosi ancora lontani dal raggiungimento. Già nel dicembre 2023, la Commissione europea aveva segnalato che i piani nazionali degli Stati membri erano insufficienti per rispettare le scadenze climatiche del 2030. Per colmare il divario, sarebbero necessari circa 660 miliardi di euro all’anno, una cifra che pochi governi sono finora riusciti a destinare con continuità, tra aumento delle spese militari e altre priorità.

Progressi e limiti della transizione europea

Nonostante le sfide, l’Europa sta facendo passi avanti importanti. Nel 2024, circa il 47,3% dell’energia elettrica prodotta nell’Unione è stata generata da fonti rinnovabili, con un incremento record di 65,5 gigawatt di capacità fotovoltaica installata. L’estate 2025 ha segnato il sorpasso del solare come principale fonte di energia elettrica europea, raggiungendo una soglia storica. Tuttavia, per rispettare l’obiettivo di almeno il 42,5% di rinnovabili nel mix energetico complessivo entro il 2030, è necessario un incremento medio annuo di 2,6 punti percentuali, ancora ben al di là del ritmo attuale.

Il caso Italia: tra ritardi e ritorno al carbone

L’Italia si trova in una posizione più complessa. Secondo la Relazione sullo stato della green economy 2025 della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, nel 2024 la produzione di energia da rinnovabili rappresentava il 49% della generazione nazionale. Per raggiungere l’obiettivo del 70% entro il 2030, occorrerebbe quasi raddoppiare questa quota in soli sei anni, una sfida ancora irrisolta. Mentre altri Paesi europei come Spagna e Regno Unito fanno registrare progressi significativi, l’Italia ha deciso di posticipare la chiusura delle centrali a carbone fino al 2038, dodici anni oltre il termine previsto inizialmente. La reintroduzione di queste centrali rischia di rallentare la transizione e di alimentare una dipendenza ancora maggiore dai combustibili fossili.

Il ritorno del carbone e la nuova geopolitica energetica

La crisi nello Stretto di Hormuz ha avuto effetti immediati anche in Asia, dove il carbone sta tornando a giocare un ruolo strategico. Con circa il 50% del mix energetico ancora basato su questo combustibile in Paesi come Giappone, Corea del Sud, Taiwan e India, l’aumento dei prezzi del gas naturale liquefatto (gNL) sta spingendo molti governi a riattivare centrali a carbone o a ridurre le restrizioni ambientali. La decisione di riaccendere centrali dismesse in Europa, come Fusina e La Spezia, testimonia questa tendenza.

Il prezzo del carbone ha toccato i 150 dollari a tonnellata, con previsioni che, in caso di prolungamento del conflitto in Medio Oriente, potrebbero portarlo anche a 200 dollari. Un dato significativo, considerando che il carbone rimane ancora più competitivo rispetto al gas naturale liquefatto, i cui prezzi sono raddoppiati nelle ultime settimane. Tra i principali beneficiari di questa riscoperta dei fossili c’è Peabody Energy, il più grande produttore statunitense, che prevede ricavi record nel 2026 e un titolo in forte crescita.

La sicurezza energetica come priorità strategica

Il ritorno del carbone e l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili hanno riproposto con forza il dibattito sulla sicurezza energetica. La dipendenza dai fossili, oltre a contribuire ai cambiamenti climatici, espone i Paesi a rischi geopolitici e a shock di mercato. La crisi in Medio Oriente ha dimostrato come ogni anno di ritardo nella transizione verso energie più pulite aumenti l’esposizione a crisi internazionali e instabilità dei prezzi.

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