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La guerra in Iran si conclude senza una vittoria chiara, e Donald Trump prova a spostare il terreno dello scontro, aprendo nuovi fronti internazionali e politici. Il presidente degli Stati Uniti, alle prese con un malcontento crescente tra la propria base e le complicazioni politiche delle midterm, ha infatti deciso di attaccare direttamente la Nato, accusandola di non aver sostenuto adeguatamente Washington nel momento decisivo del conflitto.
In un momento delicato, con una fragile tregua in Iran e negoziati ancora in corso, la Casa Bianca ha cambiato narrativa: l’insuccesso militare non sarebbe colpa americana, ma degli alleati europei, rei di aver fallito nel fornire il supporto promesso. Questa linea di attacco si è tradotta in incontri con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, durante i quali si sono evocati anche scenari di uscita degli Usa dall’Alleanza o di ritiro delle truppe americane dai Paesi europei considerati poco collaborativi.
La pressione interna e le tensioni con gli alleati
Le parole di Trump mirano a contenere le critiche provenienti dalla base radicale, che lo accusa di aver abbassato la guardia con Teheran, sostenendo che si sia “tirato indietro” di fronte alla sfida iraniana. Il presidente rivendica comunque di aver mantenuto alcuni punti negoziali “significativi” e di aver condotto una linea dura contro il programma nucleare iraniano, promettendo sanzioni contro eventuali aiuti alla ricostruzione militare del regime.
Tuttavia, sul fronte geopolitico, Trump si mostra più aggressivo. Dopo aver rilanciato sui social il tema della Groenlandia — definendo “mal gestito” il grande ghiacciaio — il presidente ha proposto un’inedita joint venture con l’Iran per la gestione dello Stretto di Hormuz. Una mossa che, da un lato, mira a trasformare la crisi in un’opportunità economica, e dall’altro rischia di legittimare il regime di Teheran, appena indicato come nemico da abbattere.
Una strategia fluida tra minacce, negoziati e interessi economici
La strategia americana si mostra ormai caratterizzata da una contraddizione di fondo: minaccia, negoziato e interessi economici convivono senza una linea chiara. Mentre si avvicinano i colloqui di Islamabad, con il vicepresidente Vance a guidare la delegazione statunitense, resta aperta la grande incognita: Trump opterà per un riaccendersi del conflitto o per consolidare la tregua in vista di un accordo che possa soddisfare anche l’elettorato interno?
Ciò che appare ormai evidente è che la frattura con gli alleati occidentali ha superato la semplice tensione tattica, diventando una vera e propria linea politica. La sfida di Trump si gioca non solo sul campo iraniano, ma anche sul futuro dell’ordine transatlantico, in un quadro internazionale sempre più imprevedibile e dominato da logiche di potere e interessi economici.
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