“Perché l’ho fatto”. Giacomo Bongiorni, il 17enne in carcere rompe il silenzio

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Una serata qualunque trasformata in tragedia sotto gli occhi di un figlio. L’inchiesta sulla morte di Giacomo Bongiorni, avvenuta l’11 aprile, segna un punto di svolta drammatico. Il principale indagato, un ragazzo di 17 anni considerato una promessa della boxe locale, ha fornito la sua prima versione ufficiale davanti al Giudice per le indagini preliminari del Tribunale dei minori di Genova. Una versione che prova a ribaltare la narrazione dell’aggressione unilaterale, ma che non è bastata a evitargli la massima misura restrittiva.

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La decisione del giudice: custodia cautelare

Nonostante il tentativo della difesa di derubricare l’accaduto a una tragica fatalità o a una legittima difesa, il Gip ha accolto la tesi della Procura: omicidio volontario. Per il giovane è stato disposto il trasferimento dal centro di prima accoglienza all’istituto penale minorile di Firenze. Una decisione che riflette la gravità del fatto e la pericolosità sociale ravvisata dagli inquirenti, legata anche alla particolare violenza del colpo sferrato.

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La versione dell’indagato: «Un gesto di riflesso»

Assistito dal proprio legale, il diciassettenne ha scelto di rispondere alle domande, provando a ricostruire i concitati momenti di piazza Palma.

  • La provocazione: Il ragazzo sostiene di non essere stato l’aggressore iniziale, ma di aver ricevuto per primo una testata.

  • La reazione: Il pugno fatale sarebbe stato, secondo la sua versione, una risposta “d’istinto” e di riflesso, senza alcuna volontà premeditata di uccidere.

La strategia difensiva punta tutto sull’assenza dell’ animus necandi (la volontà di uccidere), descrivendo la rissa come un contesto caotico dove il giovane avrebbe reagito a una minaccia fisica immediata.

Il rebus dei testimoni e la “zona d’ombra”

Il lavoro degli investigatori è reso complesso da una lacuna tecnologica: le telecamere di videosorveglianza della piazza presentano un cono d’ombra proprio sul punto esatto in cui è avvenuto il contatto decisivo. Per colmare questo vuoto, la Procura si affida alle testimonianze:

  1. I testimoni della difesa: Due persone, tra cui una ragazza seduta a un tavolino considerata “neutrale”, sembrerebbero confermare in parte la versione della provocazione subita dal giovane.

  2. I familiari della vittima: Di parere opposto le dichiarazioni della fidanzata e del fratello di Bongiorni (rimasto ferito nel trambusto), che descrivono una dinamica di aggressione ben più brutale e unilaterale.

Il peso dei guantoni: il pugilato come aggravante?

Un elemento centrale dell’inchiesta riguarda la carriera sportiva del diciassettenne. Per chi indaga, l’essere un pugile agonista non è un dettaglio trascurabile: la forza impressa al colpo e la conoscenza dei punti vitali potrebbero aver trasformato un pugno “comune” in un’arma letale. Questo fattore pesa enormemente sulla contestazione di omicidio volontario, poiché suggerisce che il ragazzo fosse consapevole delle potenziali conseguenze devastanti della sua forza fisica.

Mentre il diciassettenne inizia la sua detenzione nel carcere di Firenze, la comunità resta in attesa di una verità che sappia ricomporre i frammenti di quella notte. La fase che si apre ora sarà dominata dai riscontri tecnici e dal confronto serrato tra i racconti, nel tentativo di dare giustizia a una vittima caduta davanti ai suoi affetti più cari.

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